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(recensione risalente all’uscita nelle sale italiane del film. Dato che ieri sono riuscita a rivederlo, mi è venuta voglia di un rapido copincolla da tumblr)

 

A parte la buona dose di follia che deve possedere un regista come Michel Hazanaviciusper rodersi il cervello per anni con l’idea di fare un film muto, che The Artist sia piaciuto a quasi tutti pare assodato.Personalmente, ogni volta che vedo arrivare un’OPERAZIONE NOSTALGIA, di qualsiasi nostalgia di tratti (‘80, costumistica,cinema d’altri tempi, qui una volta era tutta campagna, io la CG? Giammai!) sono scettica. Lo ammetto, stavolta l’impazienza di vedere il film c’era tutta, ma una certa dose di scetticismo anche. Hazanavicius mi piglierà per il culo, giocando con una premessa che per un certo pubblico (io inclusa) si compra a scatola chiusa? Fortunamente stavolta la risposta è NO. Yay.

Checcè ne dicano i recensori e Hazanavicius stesso, The Artist è un film intrinsecamente moderno. La storia è, a spanne, quella che ci veniva raccontata in Cantando sotto la Pioggia, ma vista dalla prospettiva perdente. Infatti se quella pellicola mostrava attori e tecniche risultate poi vincenti nell’era del sonoro, affidandosi a colori sgargianti e a colpi di maestria possibili solo con la coordinazione audiovisiva, the Artist narra la fine di un’epoca e dei suoi eroi mettendosi dalla loro parte. Il film però non ha niente da spartire con un classicone del genere come Viale del Tramonto, proprio perchè quello è la summa della classicità filmica legata al genere, al livello massimo raggiungibile. The Artist invece tra i mille sentieri possibili scegliere quello già battuto, per impostare un discorso a mio parere diverso.

Il film non ci narra solo le possibilità del sonoro, ma come il sonoro (o la sua mancanza) abbia permesso la creazione di tecniche di comunicazione moderne, che permettono di tornare ad utilizzare il muto con effetti radicalmente diversi.
Dopo aver posto una premessa (il film è muto) ed essersi allegramente preso gioco di noi introducendo un primo livello metafilmico (la sequenza iniziale al cinema, sul cui finale lo spettatore si aspetta che “torni l’audio”), il film scorre su una storia già vista, volutamente dipanata attraverso una serie di clichè (il neo, la scena della giacca, le inquadrature all’asta, il banco dei pegni, l’audizione) sospesi tra gusto citazinistico e rappresentazione senza stucchevolezza. Sì, tutto un giro di parole per dire che io ero già con le lacrime agli occhi.

Mentre noi ci perdiamo nell’interpretazione mastodontica di Jean Dujardin e ammiriamo la splendida Bérénice Bejo, la cui interpretazione è degna di tutti gli aggettivi vezzosi francesi che vi vengano in mente, il film spariglia le carte in tavola. La splendida e mai troppo citata scena dell’incubo sonoro, ad esempio. Attraverso il tradimento delle premesse iniziali, il film raggiunge un picco di tensione e soprattutto svela la sua modernità. Solo chi conosce appieno l’effetto del suono può gestirlo così bene per rendere angosciante una scena tutto sommato prevedibile.
Il film si snoda poi su questa via, continuando il suo utilizzo di scene iconiche e metafilmiche (il salvataggio del cagnolino, il disvelamento dei tesori collezionati da Peppy) ma con un approccio e una certa drammaticità che fa percepire distintamente che questo non è un film muto, ma una riflessione sul muto che inevitabilmente finisce per mettere sull’altro piatto della bilancia quanto di buono gli ultimi decenni di cinema ci hanno regalato.

Se proprio dobbiamo fare i senza cuore laici di sentimenti, un’eccessiva “verbosità muta” e un filo di ripetitività nella traccia musicale, comunque superba, sul finale intaccano  un minimo la resa effettiva dell’operazione nostalgia. Insomma, un po’ di “parlato” poteva essere ovviato tramite qualche trovata visiva, ma proprio a voler essere dei menagrami.

Lo vado a vedere? Premettendo che una certa propensione al genere romantico del bel tempo che fu e/o mi piacciono tantissimo i film che possono essere descritti con l’aggettivo metacinema sarebbe richiesta, è imperdibile.
Ci shippo qualcuno? Mi fai senso.
Coefficiente Kleenex? Piangereccio DA MATTI, dopo Never Let Me Go è il più piangereccio di quest’anno. Ma si sa, i Giapponesi sono imbattibili in robe TRISTI.

(piccola nota: Cari Registi coi cognomi che riesco a scrivere senza consultare Google, sentitevi liberi di fare un film di cui possa parlare bene eh!)

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