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Stavolta mi voglio del male, doppia recensione! Fughiamo ogni dubbio residuo che possiate avere su libro e film di The Woman in Black, vai così.


THE WOMAN IN BLACK di SUSAN HILL
Personalmente l’ho letto in questa edizione della Vintage in una copertina preposterizzata in occasione del film.
Si tratta di una breve ghost story che segue paro paro ogni stilema del genere, dando a tratti quel caratteristico brividino sulla schiena (il chill inglese è perfetto). Salvo le ultime 5 pagine, che non c’entrano niente con il genere e dove arriva la vera mazzata.
In generale è un racconto lungo gradevole, decisamente dimenticabile per i non amanti delle storie di fantasmi e spiriti, che si apre e si chiude in maniera inaspettata, con un twist molto amaro. Al solito, il fantasma diventa non mero motivo di brividi, ma la chiave di volta con cui distruggere l’immagine banalotta del giovane avvocato ingenuo e volenteroso, Arthur Kipps, creando una figura pienamente drammatica e perseguitata dalle paure tipiche della consapevolezza e del lutto che segnano il vero passaggio nel mondo degli adulti. E sì, sembro così tremendamente intelligente quando mollo così questi giudizi di vita.

E’ vero, il racconto non presenta nessun guizzo di novità per oltre il 95% del suo sviluppo, ma bisogna riconoscergli due meriti:

  • La creazione di un setting naturale mozzafiato, con un miscuglio di brughiera classica e grande casa diroccata alla Mont Saint Michel. Focalizzandosi su queste qualità, il libro regala una scena da accapponare la pelle, quella della tragedia dissolta nella nebbia, purtroppo poco rappresentativa nella pellicola.
  • Lo stile. Senza usare wikipedia, prima del twist finale, vi sfido a intuire che questo volumetto risalga al 1992. E’ meravigliosamente simile alle storie ottocentesche, senza esserne la copia pedissequa.

Esiste un’edizione italiana targata Polillo, ma non ne so nulla. Leggerlo in lingua originale comunque non comporta alcuno sforzo se avete un livello medio di inglese.

THE WOMAN IN BLACK regia di JAMES WATKINS
Mi hanno detto di dire “è della Hammer”, perchè a quanto pare alla gente che ne sa trasmette un messaggio preciso.
Per chi invece non ne sa (e magari è uno che si spaventa a morte persino con Murder, she Wrote come la qui presente), scenderemo un po’ più nei dettagli.

The Woman in Black è un bel film, robusto in ogni sua parte, certamente più progettato rispetto al materiale d’origine.
La storia del fantasma della donna consunta dalla morte del proprio figliolo è la medesima, ma le atmosfere gotiche tendono a declinare da subito in una dimensione più horror del semplice racconto di fantasmi. Per poter aver campo libero e farvi veramente spaventare (e non lo dico io che vabbè, non faccio testo, l’hanno detto un po’ tutti) alla storia viene dato un risvolto drammatico.
Arthur Kipps non è più l’ingenuotto in cerca di carriera nello sperduto paesino del nord inglese, è un uomo provato dalla morte di parto della moglie, con una tendenza depressiva (malauguratamente sottolineata dalla faccina triste che gli realizza il figlio nei disegni, uno dei sottotesti più malamente inseriti degli ultimi anni), l’ansia da prestazione genitoriale e un lavoro non sicuro.
Per questo ultimo punto voglio mandare il mio sentito grazie a Jane Goldman, che finalmente pianta lì un pretesto (la minaccia di licenziamento) che impedisce al protagonista di darsela a gambe levate. Questo non gli eviterà di andarsene in giro armato di una candelina a tentare di aprire porte chiuse oltre cui si sentono rumori terrificanti e a frugare tra gli effetti personali di una pazza psicolabile, ma facciamo che mi accontento.

Il lavoro della sceneggiatura amplifica da subito il livello di inquietudine focalizzandosi sull’uccisione macabra di uno slot cospiquo di bambini. Niente sentmentalismi: ad ogni pargolo è riservata dal fantasma una macabra fine personalizzata, che viene ampiamente mostrata sullo schermo. Anzi, il film si apre proprio con uno di questi eventi, seguito dal nostro protagonista che promette al figlio di rivederlo al termine della settimana (in modo che tu abbia tutto il tempo di preoccuparti per la sorte del delizioso frugolo biondo).

Altri cambiamenti decisivi nella sceneggiatura vengono operati sui comprimari, a cui viene dato un carattere più definito (al Gerald Daily del film la morte del figlio ha provocato un attacco di scetticismo acuto) o inventandoli del tutto (la madre psicotica/posseduta di Jane McTeer, che deve essere seriamente odiata dal team di IMDb visto che il suo nome compare sempre dopo il cut).

Dopo avervi tediato per due paragrafi per illustrarvi quanto sia superbo il lavoro di trasposizione libro/film, spenderò solo due righe per dirvi che il resto del comparto tecnico è curato e convincente. Non per niente all’uscita del primo trailer l’interesse verso questo film al di fuori del fandom del protagonista era notevolmente aumentato.
La fotografia sfrutta al massimo i setting, riempendo gli esterni dei toni del grigio e dei marroni e incupendo l’interno con uno stock di arredamento cupo e opprimente.
I costumi non sono del genere sbattuto in faccia allo spettatore goloso (io) ma fanno il loro lavoro nel rendere ancora di più il senso di non appartenenza di Daniel Radcliffe, che in paese gli sputerebbero tutti volentieri in faccia.

A questo proposito, non si può che mettere una buona parola per Daniel; il suo mestiere lo sa fare. Risulta credibile anche come vedovo sconvolto dal dolore e da apparizioni raggelanti (ciò non toglie che se le vada a cercare, sia mai). Forza Daniel, forse prima o poi uscirai da questo tunnel di film in cui ti aggiri per corridoi bui con in mano un lumicino. Questa volta, per uscire dall’incubo, ha finito per rotolarsi nel fango in una scena ad alto pathos. Ecco le prove.

James Watkins è uno che va sul classico, ma ci azzecca. Metà del film è costituito da piani americani o mezzo busto del protagonista incredibilmente a fuoco, virando l’inquadratura nella classica cornice del “guarda lo sfondo sfocato perchè tra un po’ apparirà qualcosa”. Aggiungeteci tutto il repertorio; nebbia che se ne esce a tradimento, rapidi montaggi in cui prima c’e’ una presenza – primo piano protagonista – la presenza non c’e’ più!, close up su inquietantissimi e spaventevoli balocchi del pargolo fantasma con tanto di occhi spalancati, pagliaccio danzerellante e orsacchiotti tristi. Sì, c’è anche l’inquadratura della mano del protagonista che gira piano piano la maniglia della porta.
Il punto è che tutto il repertorio classico qui non fa ridere nella sua banalità, col cavolo. Fa paura.

Lo vado a vedere? Assolutamente sì se ti piace essere spaventato con i trucchi della Vecchia Scuola o se ancora piangi al pensiero di non aver visto Radcliffe in Equus.
Ci shippo qualcuno? No, sarai troppo impegnato a guardarti le spalle.
Ma quindi il finale come lo interpreto? Per questo non ho risposta, perchè nel libro [SPOILER] la donna in nero appare un’ultima volta ad uccidergli moglie e figlio ma lui non ha mai recuperato il cadavere del suo bimbo per placarla.
Io la vedo così; Jannet continua a voler uccidere ogni bimbo che le capiti a tiro, cosa che fa puntualmente anche con il figlio di Arthur…uno spirito ormai placato un paio di palle, stronzetti. Incidentamente però Arthur, trovando la morte nel tentativo di salvare il figlio (anche te, bravo pirla che non lo abbracci fortissimo dopo aver visto morire male 2 povere fanciulline in meno di una settimana…te lo meriti!), si ricongiunge con la moglie e può finalmente trovare la serenità. La donna in nero prende atto di aver indirettamente causato una riunione di una famiglia felice, si gira e ti trasmette un “che cazzo hai da guardare tu? Ci vediamo stasera nei tuoi incubi“. [/SPOILER]

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