Tag

, , , , , , , , , ,

Da quando sono diventata cosciente della sua esistenza, per me Natsume Soseki è diventato Alessandro Manzoni del Sol Levante. Sì, posso già percepire il brivido d’orrore che ho suscitato in molti di voi.
Tuttavia rimango convinta che non sia un paragone così azzardato.

Origami di una banconota da 1000 yen realizzato da un genio
Immagino che per il pubblico italiano comparare LO scrittore scolastico italiano moderno (per IL poeta antico c’e’ sempre Dante) con un nume tutelare della letteratura giapponese suoni un po’ iconoclasta, ma credo funzioni anche nel verso opposto. Perchè?
A quanto mi è dato sapere, come tutti i bravi studenti italiani si sciroppano I promessi sposi, cinque maggio e la colonna infame (o eventuali riassunti sparsi su internet), in Giappone da piccoli ti propinano wagahai wa neko de aru e bocchan, poi alle superiori kokoro diventa un passaggio obbligatorio.
Non solo. Se Alessandro Manzoni sciacquando i panni in Arno diventa un po’ la figura centrale del passaggio dalla Bella Scrittura antica al Romanzo Moderno (poi ognuno vede precursori in chi vuole, ma a livello di percezione collettiva c’e’ lui), Natsume Soseki incarna l’apertura del Giappone all’Occidente e al mondo, un cambiamento veloce ed estremamente traumatico.
In sostanza, la letteratura giapponese presenta una profonda spaccatura; a sinistra i Giapponesi doc che si suicidano in coerenza con lo spirito delle cose (mononoke no aware, un concetto non solo prettamente intraducibile, ma anche solo parzialmente comprensibile a chi giapponese non è), a destra chi si suicida perchè il Giappone del bel tempo antico non c’è più, dopo avertelo fatto presente per 400 pagine e più. Nella spaccatura si inseriscono tanti scrittori, ma LO scrittore rimane Natsume Soseki. Ma tranquilli, anche nella spaccatura è tutto un suicidio e una tristezza a palate. Poi, nella contemporaneità, gli scrittori tendono ad occidentalizzare lo stile e i contenuti (quando proprio non si svendono) e di giapponese rimane solo questa spiccata tendenza ad essere malinconici SEMPRE, tristi spesso, suicidi quasi sicuramente.
Altro? Sia Soseki sia Manzoni sono un po’ dei bacchettoni. Ovviamente Soseki non attacca delle pippe cristiane micidiali, ma nei suoi testi non manca mai un certo tono paterno, una certa esaltazione de il mio individualismo come possibile solo all’interno della tradizione giapponese.
Inoltre anche Manzoni stava sulle centomila lire, ma nessuno ci ha mai fatto gli origami a forma di Lago di Como.

Io sono un Gatto è uno dei primi scritti di Natsume Soseki, sicuramente quello che lo porta alla fama a livello nazionale (Manzoni e i suoi 25 lettori, same here). Pubblicato ad episodi su una rivista, cattura subito l’attenzione del pubblico per la sua capacità di riflettere con arguzia ed ironia sui cambiamenti dell’epoca Meiji, ovvero quella in cui finisce l’embargo e il Giappone recupera il suo divario con il resto del mondo in pochi, concitatissimi decenni.
Non so se sia consigliabile a prescidere. Il fatto è che la vita quotidiana del professor Kushami, narrata dal gatto di casa, tende a procurare ghigni e risate in relazione a quanto il lettore riconosca nel protagonista una versione caricaturale dello scrittore stesso e in quanta conoscenza pregressa abbia dell’epoca Meiji e della sua mentalità.

Gli anni che ha se li porta tutti; sia per la forte connotazione episodica, che qui si sente più che altrove, sia per una tipologia di eventi narrati che appartengono più alla schiera domestica che ad un racconto appagante per un mercato globale. Fortunatamente Neri Pozza / Beat edizioni hanno sfornato un’edizione di tutto rispetto, tradotta da Antonietta Pastore e correlata da note che fanno luce su quanto può rimanere oscuro per scarsa conoscenza della cultura giapponese o della biografia dello stesso scrittore. Invece il dizionario delle parole giapponesi, quelle scritte in corsivo, è più completo rispetto ad altri tomi, ma non lo è del tutto. Non capirò mai in base a cosa si decide che uno sa cosa sia un tatami ma non un hakama. MAH.

Personalmente, consiglierei Il cuore delle cose / anima (in originale il titolo è kokoro) per approcciarsi a questo scrittore. Scritto in età più avanzata, Kokoro innanzitutto presenta una struttura e un tipo di narrazione più simili a quelli occidentali rispetto ad io sono un gatto (o a guanciale d’erba, che nella prima edizione Neri Pozza senza note di sorta è un SUICIDIO per chiunque non abbia una conoscenza più che approfondita dell’arte e la letteratura giapponese) e una storia vera e propria, o almeno storia come la intendiamo qui in Occidente, ovvero una serie di causa-effetto-causa-effetto-causa-effetto che portano allo sviluppo di una vicenda con un inizio e una fine. Concetti praticamente assenti nella letteratura antica giapponese, in cui si procedeva per palinsesti. Un’immagine efficace è quella dei paraventi; i pannelli/capitoli messi uno vicino all’altro formano un’immagine comune, ma presi singolarmente non sembrano avere un senso copiuto, sono lontani dal senso dell’immagine completa. Il problema di Kokoro è che venne scritto da Soseki poco dopo la morte tragica della figlia, in un periodo in cui nelle sue opere la vicinanza con la morte è piuttosto intensa e percepibile. Nel romanzo, i protagonisti non hanno nome, la storia è quantomai vaga e priva di particolari, l’unica certezza che permea tutto è che qualcuno è morto e qualcuno morirà. Quindi sì, potrebbe anche essere percepito come una mattonata sulle gengive e non potrei darvi torto. Però potrei dirvi che è noto anche per una certa vena omoerotica che scorre sotto la pseudo trama principale, sapendo di rialzare le quotazioni del titolo.

Kusamakura (il guanciale d’erba) invece tenderei a sconsigliarlo, a me che vogliate proprio farvi del male. Innanzitutto è più vicino ad un saggio che ad un romanzo vero e proprio e l’argomento principale è quanto siamo più fighi noi giapponesi rispetto a quei zoticoni degli Occidentali. Il tutto descritto in maniera molto poetica, durante il viaggio di un viandante/artista per le belle montagne dell’arcipelago, corredato da potenti immagini poetiche, ma fa comunque girare le palle, non illudetevi. No, parlando seriamente il problema maggiore è che, insieme a il mio individualismo, è il testo che crea una sorta di sunto della posizione sosekiana, quindi leggerlo senza note che chiariscano contesto letterario, riferimenti ad altri autori e ai tormentoni dell’autore potrebbe rivelarsi decisamente noioso, oltre che sostalzialmente inutile.

Wagahai wa neko de aru dei tre è sicuramente quello più lieve ed ironico (infatti lo fanno leggere agli alunni delle elementari/medie inferiori). Vi stoppo subito; la gattofilia è relativa, non è che il nostro Natsume è il gattaro antelitteram che fa le gif letterarie del suo micino. Il gatto fornisce al narratore un punto di vista (POV) che gli permette di essere anche abbastanza spietato con il vasto campionario di esseri umani che osserva e descrive. Suonerebbe anche un po’ pretesuoso, se non fosse che il più vessato, il protagonista, è la versione appena un po’ più caricaturale dell’autore stesso. Il problema è che le numerose visite che Kushami riceve tendono ad essere veramente lunghe e descritte minuziosamente. I suoi amici, il cacciaballe patentato Meitei in primis, conservano quel gusto tutto giapponese per il racconto di storielle piene di facezie e twist un po’ malinconici ma che si protraggono per pagine e pagine. Inoltre ci sono lunghe descrizioni di abitudini e oggetti occidentali che ai tempi poteva anche essere utili, ma per voi, adesso, costituirebbero quasi certamente motivo di sbadiglio. Non voglio con questo sminuire la sua rilevanza, ma farvi capire che se per un italiano tutta la metafora dei promessi sposi vessati dall’invasore può avere un senso, per il lettore straniero rimane una storia un po’ stramba e finito lì. E’ una lettura piacevole, mooolto lunga e forse il suo scopo principale, il descrivere con leggerezza il periodo Meiji deridendo i costumi dell’epoca, può interessare di più chi ancora oggi vive in mezzo alle conseguenze di quel cambiamento. Occhio però. Procede tutto molto bene, ma poi, sul finale, la mattonata di tragedia non manca nemmeno stavolta.

About these ads