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Siccome in queste settimane sta diventando veramente difficile trovare una pellicola per cui valga la pena di recarsi al cinema, diamoci ai recuperoni coatti.
Forse 嫌われ松子の一生 (Più o meno Vita della disprezzata Matsuko) non è esattamente il film più facile da recuperare o quello in cima alla lista dei recuperi, ma ogni tanto vale la pena di scavare più a fondo e uscire dallo scorrere della cinematografia occidentale.

Memories of Matsuko è l’ennesimo film sopra le righe del regista Tetsuya Nakashima, ormai parecchio famoso sia in patria che nel giro dei fattoni di cinema asiatico in Occidente. Ok, sopra le righe è decisamente riduttivo. E’ un film FOLLE, sotto ogni punto di vista. E’ ad un livello tale che le sue produzioni precedenti (Shimotsuma Monogatari e i suoi accenni lesbo o almeno così dicevano al Torino Film Fest) e Kokuhaku (ovvero Confessione, di cui è stato pubblicato in Italia da Giano Editore il romanzo da cui è stato tratto) impallidiscono e sembrano tutti impettiti. Non giudicate l’aspetto del film dalle immagini del post perché sono state accuratamente selezionate per non spaventarvi troppo. Se masticate un po’ di cinema giapponese, saprete che l’umorismo e la resa scenica dei sentimenti dei protagonisti spesso appaiono grotteschi, artefatti, persino artificiali se giudicati in base all’estetica occidentale. Ecco, in una scala da zero a dieci (dove dieci sta per quei film veramente fuori di zucca di cui probabilmente avrete visto qualche spezzone a Mai dire Goal), l’estetica del nostro si piazza su un buon otto.

In particolare, la tragica storia della sfortunatissima Matsuko viene descritta come un vero e proprio pastiche di generi e tematiche, di cui molti di stretta pertinenza giapponese. Quindi si passa dalle classiche inquadrature da drama alla più mielosa e artificiosa telenovela, inclusa parentesi con la tormentata storia d’amore con uno yakuza fino all’estetica caramellosa dei video delle idol giapponesi, il musical, fino a una parentesi DELIRANTE sulla prostituzione e la vita in carcere e parecchi inserti animati. Una caratteristica sfruttata già in passato dal regista, che qui raggiunge livelli difficilmente replicabili.

A ruota segue un folle reparto tecnico, in cui spicca il cromatismo assolutamente delirante della fotografia del film, a tratti volutamente smarmellata, a tratti saturissima, fino ad alternare palette di colori che si amalgamano con scenografie ed interni studiatissimi (ma folli), che sottolineano ed esasperano i cambiamenti nella vita della protagonista.
E poi le musiche, ah, le musiche! Guardatevi il trailer a fine post e provate a tenere il conto di quanti generi musicali riesce a toccare in meno di due minuti. Se invece andate qui e spostate il cursore a 12 e 30 avrete un assaggio dello stile psichedelico del film e di come una svolta drammatica della vita della protagonista (che diventa di fatto una prostituta) sia ritratta in maniera quantomeno insolita. Se poi pensate che Love is Bubble sia una melodia martellante, aspettate di sentire tutte le canzoncine sceme con cui vi delizierà il film.

…e fin qui sembra che si sia parlando di una mezza ciofeca. Invece si tratta di tutto il contrario. Pur nuotando negli eccessi, il regista (e sceneggiatore, su adattamento di un romanzo abbastanza conosciuto in patria) riesce ancora una volta a raccontare la storia di una donna diversa, ai margini. La bravura di Tetsuya Nakashima sta tutta lì, nel non perdere mai di vista il racconto, il messaggio da trasmettere, senza rinunciare ad ogni follia che la sua mente gli suggerisca.

Il racconto di Matsuko è quello di una giovane ragazza che, partendo da un fondamentale errore di valutazione del pensiero del rigido padre, finisce per allontanarsi di casa e, nella sua disperata ricerca di una condizione felice, continua ad essere fraintesa, calpestata e infine messa bruscamente da parte dalla rigida società giapponese. L’unica colpa di Matsuko è quella di conservare la sua essenza, la sua innocente onestà, pur attraversando contesti via via più drammatici e degradanti. Il film in realtà si apre svelandoci il finale della storia, con il nipote che scopre della sua esistenza dopo la sua morte, quando viene costretto a svuotare il rifugio dove la donna si era barricata.

Se tutta questa operazione è più che riuscita (e lo scontro tra la follia estetica e la dura realtà di Matsuko fa stringere ancora di più il cuore…questo è un film con un DRAMMONE dentro, altrochè!) è anche merito dell’attrice protagonista Miki Nakatani, che ci mette quanto ha, prestando tutta sè stessa, persino nella dimensione fisica, alla causa. Tutta la pellicola si regge sulle sue esili spalle ma lei dà prova di avere la forza necessaria per sorreggere e migliorare il tutto. Un’interpretazione commovente e sentitissima, che ci rivela ancora una volta che per quanti luccichini e roselline possano metterci, gli artisti, gli scrittori e i registi giapponesi sono tristi forte e riflettono sempre un sottile istinto suicida. Insomma, preparate il fazzoletto e non solo perché piangerete dal ridere. Piangerete e basta.

Lo recupero? L’unica controindicazione è questo gusto giapponese per l’eccesso e un umorismo un po’ lontano dai nostri canoni. Se la cosa vi infastidisce, il mio consiglio è di provare Confessione dello stesso regista (un bel po’ più sobrio) o premere il tasto play tenendo duro per la prima mezzora.

Se siete incuriositi e volete darci un’occhiata o se pensate che abbia esagerato nel descrivere le caratteristiche di questo film, vi lascio il trailer sottotitolato, così vi fate un’idea.

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