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E’ veramente difficile trovare anche un solo pertugio narrativo di 1984 che non sia stato osservato, eviscerato, analizzato, scomposto e anche un po’ masturbato.
Comprensibile, dato che parliamo di un libro che, escludendo il valore narrativo (altissimo), ha influenzato profondamente non solo il modo di guardare al futuro, ma anche il modo di interpretarlo ancor prima che si materializzasse.

Il fondamento da cui scaturisce la grandezza del libro, più che una certa capacità di percepire i cambiamenti sottesi al periodo presente, è la cruda descrizione dell’Umanità. E’ un libro che segna per la mancanza di redenzione causata dalla natura impotente dell’Individuo. Raramente questa operazione è stata portata alle estreme conseguenze con questa visione senza alcuno tipo di sconto, speranza, minima allusione indiretta ad una possibile allusione. E’ un libro terribile e bellissimo, specie per chi ha le proprie radici nell’Occidente individualista.

Winston non solo viene scoperto, non solo tradisce Julia, non solo vede cadere ad uno ad uno i capisaldi del suo (del nostro) modo di costruire la realtà. Il punto massimo di mancanza di via d’uscita sta nell’ultima, terribile riga del romanzo He loved Big Brother. Winston è ancora vivo, in attesa della sua pallottola. Ma la sua esistenza è già scomparsa, dal passato manipolato, dal futuro sotto stretta sorveglianza e persino dal presente. La cancellazione totale dell’individuo è compiuta ad opera della collettività.

Dopo averlo letto in originale ho avuto modo di apprezzare come buona parte della forza espressiva del libro derivi anche da un lavoro stupefacente a livello di linguistica. Lavoro di cui non si intuisce immediatamente la potenza comunicativa, perché l’inglese di Orwell è asciutto, fluente, assolutamente fruibile anche da chi non abbia molta dimestichezza con la lingua. Il libro presenta una serie di scelte linguistiche e stilistiche piuttosto classiche: nomi parlanti (Winston, da Churchill, quindi segno di potenza, Smith, uno dei più anonimi cognomi inglesi), immagini che evocano contesti contemporanei ai lettori (lo smell of boiled cabbage, iconico della seconda guerra mondiale appena conclusasi), una dimensione meta letteraria (The Book di Goldestein). La forza di questi elementi però viene surclassata dal Newspeak, il linguaggio che il Partito sta plasmando per il futuro. Non solo assistiamo alla sua compilazione al Minitrue, non solo ci viene spiegato volta per volta il suo funzionamento e la sua traduzione nel nostro linguaggio, l’Oldspeak, ma sarà O’Brien a svelarci il perché di una lingua che perde artificialmente parti del discorso ad ogni nuova edizione del vocabolario.

Il Potere viene esercitato sul passato e sul presente attraverso il linguaggio. L’obiettivo, posizionato intorno al 2050, è quello di creare un linguaggio asciutto, che combini parole della vita quotidiana dal significato ben ristretto (gruppo A) a termini di tipologia ideologica il cui carico emotivo ed intellettivo è enorme e pienamente comprensibile sono a chi è pienamente fruitore del Newspeak (gruppo B), relegando quelle più tecniche all’uso dei soli specialisti (gruppo C). Parole pericolose, come uguale, vengono clinicamente divise dal loro significato astratto, cosicché l’asserzione tutti gli uomini sono uguali diventerà un nonsense, perché per un nativo Newspeak equivale a dire che sono uguali in statura e peso. La mancanza di parole quali anima, libertà, giustizia e di qualsiasi bivalenza o ambiguità di significato rendono quindi pressoché impossibile formulare la suddetta frase con una sfumatura che assomigli a quella a cui normalmente ci riferiamo.

Il Newspeak è terribile ed angosciante, ma vedo nella sua creazione una delle punte di genio di Orwell.
Il Newspeak è bellissimo in quanto applicando dei meccanismi artificiali alla lingua fa capire al lettore quanto concetti che sembrano naturali, come l’Uguaglianza (sia che la si sostenga che la si avversi), siano in realtà costruzioni figlie di epoche e luoghi precisi. Quanto senza il supporto della lingua possano facilmente svanire.
La critica verso un concetto è piuttosto debole rispetto al suo completo sradicamento.

Un’altra punta di genio sta nella scelta delle parole dal significato negativo, che riguardano presunte effrazioni dell’Ingsoc (presunte, dato che di vere regole scritte con relative punizioni in realtà ne esistono pochissime). I reati sessuali, ad esempio, sono denominati sexcrimes. Sotto questo termine si raggruppano omosessualità, rapporti sessuali non a fine procreativo, orgasmo, rapporti sessuali in cui ci sia godimento da parte della donna, masturbazione, qualsiasi manifestazione d’affetto tra uomo e donna. L’assoluta vacuità del termine innanzitutto non permette di farsi un’idea precisa delle pratiche proibite, che rimangono così sconosciute. Inoltre genera ulteriore potere basato sulla paura, perché anche pratiche teoricamente passabili o lecite possono essere scambiate dal realizzatore (o da chi immagina di realizzarle, visto che parliamo di psicoreati) come sexcrimes, generando terrore, colpa, delirio.

L’efficacia, l’immediatezza e la potenza del Newspeak sono testimoniate dalla quantità di termini che sono passati nell’uso comune della lingua inglese. Forse il più potente e terribile è Room 101, due semplici parole capaci di scavare nelle paure più profonde e istintive dell’essere umano e del suo irrinunciabile impulso alla sopravvivenza.
(questa piccola diserzione è basata sulla bellissima appendice “The principle of Newspeak” presente nel testo. Alcune versioni non ne recano traccia, perciò se decidete di leggere questo libro, assicuratevi che sia presente.)

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