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La serie fantasy che HBO dovrebbe trasporre senza aggiungere fanservice sessuale.

i sopravvisuti richard morgan

Questa è la descrizione ideale per il primo volume della trilogia fantasy di  Richard Morgan di cui vi voglio parlare. E’ un libro pieno di difetti e limiti, ma senza che questi mi precludano la possibilità di descrivervelo come avvincente.

UPDATE! La recensione al secondo volume della saga, The Cold Commands, la trovate QUI.

Chi? Cosa? Dove cazzo lo ha ravanato fuori questo?
Immagino siano le vostre reazioni tipo prima del cut. Ma questa bellissima storia triste ve la voglio raccontare a fine post. Ora voglio sfasare.

[MILD SPOILER]
Cominciamo dal titolo, che è emblematico del suo ideatore, il londinese Richard Morgan: The Steel Remains. E’ un gioco di parole, quindi confermiamo che l’autore è inglese. Infatti, a spanne, il titolo può essere interpretato come “L’acciaio che resta” o “Le spoglie d’acciaio“. Ovviamente, tra le due opzioni possibili, i titolisti italiani dell’imminente traduzione ad opera di Gargoyle hanno scelto “Sopravvissuti“. ‘na roba immonda, ma non fuori contesto. Poi potremmo discutere anche del fatto che ogni volta che mi sobbarco lo sbattimento di leggere qualcosa in inglese, uno annuncia la pubblicazione imminente in Italiano (Maggio 2012), ma torniamo al titolo. La saga è denominata ironicamente A Land Fit for Heroes, che inizialmente era il titolo provvisorio del volume. Insomma: eroi, guerre, battaglie, morte. Un gioco di parole, ironia. Ecco, da questi elementi nasce l’idea forte di questo libro, quella di decostruire l’idea stessa dell’eroe protagonista topico dei cicli fantasy e del mondo dove si muove.

Per questo il libro non si fa mancare nessuno dei capisaldi del genere: un mondo talmente complesso da richiedere una mappa ad inizio tomo, continui riferimenti a battaglie dei decenni precedenti, il mostro che ti esce dall’erba che fa molto Final Fantasy / quando Ash va in bicicletta nell’erba, una spada con un nome lungo una riga e mezza, rapporti padre figlio disastrosi, monarchi, città libere, tribù di selvaggi, preti deliranti, descrizioni al limite del maniacale sulle armi utilizzate e capitoli divisi per POV (point of view, punto di vista). Sin dalla prima pagina però è evidente che l’approccio si discosti dal canone per virare più sul fantasy per chi non ama il fantasy. Questo però non fa del libro un tomo per tutti anzi, è talmente un ibrido con rimandi a filoni distanti (e una forte influenza fantascientifica, quella sì), che penso tenda ad accontentare una fetta esigua dell’intero pubblico ideale. Però in questa fetta esigua ci siete voi, cari fanboy e fangirl, quindi proseguo.

Gli elementi che stridono fin da subito sono due: linguaggio e protagonisti. Vi avviso sin da ora: leggere questo libro in lingua originale è una mossa da coraggiosi che devono necessariamente avere un’ottima comprensione dell’inglese. Il motivo è semplice: oltre alla difficoltà di comprendere lessici così settoriali e intrecci complicati (oltre che a nomi parlanti poco scontati e vari elementi di cultura poco popolare), Morgan ha un fraseggio LONTANISSIMO dall’inglese medio. E non solo perchè i suoi periodi sono lunghissimi, pieni di subordinate, con l’ordine SVO che se ne va bellamente a puttane perso com’e’ tra i doppi sensi e l’ironia e la mancanza di un soggetto preciso. E’ proprio la mentalità alla base che  è sottile, frammentaria, piuttosto complessa, finendo per generare quei periodi lunghissimi e molto subordinati che noi italiani amiamo. Alle volte sembra veramente di leggere qualcosa di tradotto, ma non adattato, dall’italiano all’inglese. Inoltre nei primi capitoli l’istinto omicida verso il protagonista e il suo rifiuto verso soggetti e descrizioni di elementi nominati per la prima volta raggiunge picchi altissimi. Ulteriore elemento: è scurrile. Violento e grafico nel raccontare le violenze, sì tanto, ma la quantità mostruosa di bestemmie e un intercalare fisso, in tutti i personaggi, dell’utilizzo di fuck e ogni sua singola derivazione ha impressionato persino me, che, voglio dire, ecco. Fuck you, fucked your fucking fuck, FUCK. Altra avvertenza necessaria: è evidente che Richard Morgan ha un approccio giusto un po’ critico al tema religioso in generale. Un tipo morigerato come Philip Pullman nel descrivere gli effetti secondari di idolatrie e utilizzo populistico dei culti anche come discriminante razziale. E poi tanta, tanta ironia, spesso tagliante, spesso necessaria per smorzare una storia che più si dipana più assume i toni del dramma.

La decostruzione vera richiede ovviamente dei personaggi. I protagonisti sono tre eroi di una guerra, culminata nella sanguinosa battaglia di Gallows Gap, che ha permesso al genere umano di sopravvivere all’invasione degli Scaled Folks, una razza aliena orfana di un pianeta e pronta a sterminare gli uomini per conquistarne uno nuovo. Una battaglia ormai lontana, che ha irrimediabilmente segnato i tre guerrieri, ma non come ci si aspetterebbe. Insomma, glorie zero, sfighe a pacchi.

Protagonista indiscusso (sì, quello gay) è Ringil Angeleyes Eskiath, figlio di una nobile famiglia influente nella Lega delle città libere. Un figo della madonna e un guerriero dall’istinto formidabile. All’inizio del romanzo viene ritrovato dalla madre agli estremi confini del regno, impegnato a sopravvivere alla giornata e a sedurre giovani stallieri.
Ringil è un rompicoglioni di razza, testardo, sprovvisto di senso della misura, che adora provocare il potere e le sue convenzioni, spesso mosso da istinti parecchio suicidi. Se le va a cercare, ma bisogna dire che tutto il suo passato è costellato da episodi che potevano o renderlo così acido o portarlo alla follia. Contate che in questo continente sta sempre più prendendo piede una religione che i sodomiti li impala e lui affronta a muso duro più o meno chiunque, urlandogli “Sì, a me piace il cazzo!” (e non è un’esagerazione mia, anzi, lui è parecchio più scurrile). Quello che è devastante nel suo personaggio è che impari a conoscerlo come un eroe a cui è stato negato ogni riconoscimento per via della sua avventurosa vita sessuale, un eroe che pensa di essere stato irrimediabilmente cambiato dalle battaglie, le pulizie etniche e le deportazioni, mentre Morgan, sottilmente, ti sta raccontando l’antefatto di una nuova violenza ai suoi danni, quella da cui ne uscirà veramente danneggiato, nel corpo e nell’anima. Qualcosa di oscuro sorgerà, dice un’indovina al guerriero, ma non è detto che il Male si palesi al di fuori dell’animo del protagonista.

 Archeth Indamaninarmal, per comodità nostra Archidi, è l’unica persona di colore dell’intero continente. E’ una mezzosangue, ultimo esemplare di una razza aliena di inventori e pensatori geniali, finita in questo mondo durante un’avaria ai loro mezzi di trasporto e rimasta qui per millenni. Qualche decennio prima dell’inizio del libro, disgustati dalla meschinità e dalla violenza degli umani, i Kiriath decidono di andarsene, anche a costo di non sopravvivere a questo viaggio, perchè questo legame con gli umani lì sta cambiando in qualcosa che non vogliono essere. Decisamente, l’arco narrativo di Archidi è quello con più echi dal comparto fantascientifico, per storia e stile. Per qualche oscuro motivo, Archidi viene lasciata, sola, in mezzo agli umani, a servire un Imperatore capriccioso e poco incline allo sforzo governativo che ha portato suo padre a vincere le guerre di cui lei dovrebbe essere una degli eroi cantati nei poemi. Invece il colore della sua pelle, la sua estraneità marcata dal suo aspetto e le sue maniere di sufficienza verso l’imperante culto religioso che la ritiene una blasfema e una strega la portano ad obbedire un imperatore che non stima per esserne schermata dalla casta sacerdotale e a rifugiarsi tra le nebbie di una droga potentissima. Lei dovrebbe essere un’eroina in quanto appartenente ad una razza superiore, pacifica, illuminata, ma col passare del tempo nubi gonfie di ambiguità e crudeltà si addensano sulla sua razza che così poco conosce e sul suo stesso essere. Come puoi essere un’eroina se non sai quanto puoi resistere ad una crudeltà che forse non ti è così estranea? Piccolo particolare extra: è lesbica, per la gioia dei suddetti sacerdoti bacchettoni.

Egan Dragonbane è il protagonista a cui viene riservato meno spazio. Appartenente ad una tribù nomade, è un guerriero purissimo, distintosi per aver ucciso una creatura che fino ad allora si riteneva mito, un drago. Dalla battaglia però non ha ricevuto onore, ma un’irrimediabile frattura col mondo da cui proviene, che dopo gli agi e la cultura assaporata nelle capitali del sud non riesce a non sembrargli poco più che primitivo. Egan si rende conto che, per quanto sia un eroe sul campo di battaglia, aver vissuto alla giornata senza assumersi responsabilità o arrendendosi al tempo che passa, l’ha reso decisamente più rozzo ed inconsapevole di quanti attorno a lui hanno colto il momento giusto per smettere quella vita pericolosa. Giusto, poi c’e’ anche tutto uno stuolo di fratelli decisi ad ucciderlo.

Dunque protagonisti poco inclini ad essere eroi in una terra che non sembra proprio “tagliata per gli eroi”, per com’e’ avara di onorificenze e dimentica di chi l’ha tratta in salvo. L’intervento di esseri dalle possibilità superiori al genere umano, crudeli e smaniosi di esercitare la loro tirannia,  non fa che acuire il senso di disperazione di questi umani, destinati a soffrire, ad essere traditi, a ricadere in quegli errori che speravano rimanessero confinati nella memoria.

Credo di avervi dato un’idea più che accennata di cosa vi troverete davanti. Una storia di storie, una riflessione sulle possibilità effettive dell’essere umano di cambiare e sulla sua supposta indipendenza dal contesto naturale e spirituale che lo circonda.
Non vi ho parlato dei difetti del libro, marcati verso un finale affrettato e poco giustificabile date le premesse iniziali del libro, completamente dimentico della struttura impostata all’inizio in favore di una risoluzione sbrigativa della trama. Non l’ho fatto perché credo che il contenuto in sé meriti oltre i difetti. Nonostante qualche ovvietà seminata qui e lì, l’emozione che suscita è tanta che ho ritenuto necessario darvi un piccolo spunto di quella.

Dato poi l’argomento, la raccomandazione del  ci stia tutta.

Dove hai ravanato fuori Richard Morgan?
Essenzialmente sapevo chi fosse. Dovrei aver letto qualcosa della trilogia di Kovacs, ma il ricordo è talmente annebbiato che forse è nato solo dall’averne letto una marea di recensioni.
Di base, me ne ha parlato una persona e ho deciso di leggerlo, perchè era il come era saltato fuori il titolo ad avermi conquistata.
C’era una volta un fangirl random su Tumblr che si disperava perchè aveva finito tutti i mattoni disponibili di George R.R. Martin e non sapeva più che leggere. Allora pianta un bel post chiedendo aiuto e i followers si affrettano a consigliarle più o meno di tutto, da saghe rinomate a titoli sconosciuti. Un ragazzo le fa il titolo sopracitato dicendole qualcosa come “Beh, io non l’ho letto, ma il protagonista è gay, quindi immagino possa interessarti.” E poichè uno alla fine, anche su internet, sta in mezzo ai suoi simili, questa voce mi è arrivata e mi son detta “Massì, leggiamo il fantasy scritto da un autore di fantascienza con il protagonista gay”. Ed è proprio checca, sia lodato Ringil Angeleyes Eskiath. Però mi commuove il ragazzo che passa di lì, ci pensa un po’ e di lascia una perla per la fangirl bisognosa. Che bel posto l’internet.

AGGIORNAMENTO: L’edizione italiana si intitola Sopravvissuti e ha una copertina che è altamente decorosa, complimenti alla Gargoyle Books. Fermorestando che li aspetto al varco per la traduzione. Costa 18,90 euro.

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