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Ovvero Morto di Fame e Morto di Figa, i due titoli che *speravo* i titolisti italiani non si lasciassero scappare. Invece l’atmosfera di coolness che permea questi due film di Steve McQueen (no, so cosa state pensando, ma tutto il contrario. Mai visto un tipo così lontano dall’immagine che vi sareste aspettati dal suo nome) ha impedito questa meraviglia e li ha anche fatti arrivare in Italia. Certo, Hunger è arrivato con ANNI di ritardo (2012 – 2008 = 4 anni) e sulla scia del clamore di Shame, ma sappiamo che con i distributori che ci ritoviamo, dobbiamo anche dire *grazie* per il discreto numero di sale in cui è uscito.

Dunque, vale la pena di sciropparsi due evidentissimi film PESO in onore dell’uomo che idolatra il Fassbender tanto da metterlo (nudo) all’esatto centro di due pellicole tali da farci dimenticare che lui stava in robe tipo 300 e Centurion e farlo diventare uno di questi attori fighi fighi impossibili ma anche così terribilmente attori?


Come si nota spesso quando si parla di sceneggiatori e registi molto autoriali, nel corso della loro carriera tendono ad essere più radicalmente cinematografici e visivi nei primi lavori, venendo via via ad accompagnare lo spettatore in maniera più studiata fino a raggiungere un compromesso più accessibile ma anche meno potente, che soddisfa meno il cinefilo hardcore che c’e’ in voi.
Steve McQueen, londinese di classe 1969, è l’esempio vivente di questa tesi, ravvivata da una mano evidentemente versata nella fotografia, nella composizione della scena e nel cromatismo…ebbene sì, è definitavamente un fighetto.

Niente in Hunger è meno che rappresentazione estetica, eppure ha molto a che fare con quanto di più lurido possiate figurarvi; si parla di escrementi, piscio, sangue, sudore, piaghe, spazi angusti ed anneriti, botte come se piovesse. Eppure. Eppure è tutto lì, in quell’inquadratura potentissima e poetica della merda dei prigionieri dell’IRA spalmata per protesta sulle pareti delle loro celle, in attesa di ottenere il riconoscimento dello status di prigionieri politici dal governo inglese. Il resto è volutamente visivo, recupera la funzione letterale del cinema, cioè il racconto per immagini in movimento (nemmeno tanto in movimento, in questo caso). L’effetto sonnolenza che i film PESO danno è proprio dato dal fatto che non siamo abituati a osservare un film, ma a vederlo e a sentircelo raccontare passivamente in ogni sua evoluzione.
Qui invece lo sforzo interpretativo dello spettatore è essenziale per tutta la prima parte del film, dove sostanzialmente il parlato è abolito e sono le immagini a raccontare, ma solo se confrontate e sovrapposte nella vostra mente.
Nel centro della pellicola, arriva tutto il parlato in un’unica, lunghissima sequenza cardine del dialogo tra i capo dei prigionieri della prigione detta Maze e il confessore, ovvero Michael Fassbender e Liam Cunningham. Si tratta del testamento spirituale, della confessione stessa del prigioniero, ormai risoluto nel perseguire con i compagni uno sciopero della fame durato per mesi, che ha condotto lui ed altri alla morte. E’ un suicidio non solo consapevole del suo esito certo, ma anche della vacuità di quanto verrà ottenuto dal governo inglese. E qui si innesta potentissima la diversa taratura del valore della vita tra i due protagonisti. Insomma, è la parte in cui o rimanete shockati e cominciate a pensare o cominciate a dar fastidio ai vicini russando.
Non che l’uso sapiente della luce, dei primi piani, del fumo di sigaretta o del silenzio opprimente del parlatoio vengano trascurati in questa scena. Solo che da quel punto in poi, consapevoli della scelta già avvenuta e dichiarata proprio in quel dialogo, assistiamo alla descrizione visiva degli effetti devastanti della protesta sul corpo e la mente del prigioniero. Assoluto protagonista, il corpo dell’attore, martoriato, esibito, trasfigurato in ogni singolo istante. E’ un Cristo morto del Mantegna moderno, che ci osserva, al confine tra la vita e la morte.

 “It was all about details that weren’t shown. The broader political arguments are there.  What I was interested was what they had to do, what they physically did, in order to sort of be hurt. That’s what I wanted people to observe and see.”

Me lo sciroppo? E’ visivamente potentissimo, ma serve una certa resistenza / passione per questo genere di pellicole. Al solito, bisogna essere un po’ addentro a tutte le menate dell’IRA perchè altrimenti è imperscrutabile, così come la parlata fortemente accentata di Fassbender in lingua originale, incomprensibile.

Shame è il passaggio successivo nell’evoluzione della carriera di McQueen, quello che ha fatto storcere il naso a molti. L’argomento è controverso: il protagonista del film vive la sua dipendenza dal sesso in maniera estrema ed incontrollabile e la VERGOGNA sembra essere collegata ai non proprio sottili rimandi sull’origine del suo desiderio, ovvero la sorella, interpretata da Carey Mulligan (pensate alla gente che ultimamente la Mulligan si è limonata mentre lavorava. Ecco).
Si sa, quando si parla di sessualità ognuno ha la sua visione, ma le critiche principali al film sono riassumibili nel non aver narrato nulla ed aver sterilizzato la tematica principale.

E’ quasi indifendibile il livello di feticismo con cui viene mostrato Michael Fassbender in questa pellicola. E non mi riferisco al nudo. Mi riferisco al fatto che è lì che soffre come un cane, batte qualsiasi chiodo disponibile, è ben oltre il patetico. Eppure è talmente adorato dall’occhio oltre la cinepresa che traspare, vivissima, l’ammirazione per il corpo e la persona Fassbender, tanto che il problema di Brandon va a farsi benedire.
Questo e l’estetica fighettissima, l’assoluto compiacimento della realizzazione di una scena perfetta, che smorza l’amalgama tra il film e la scena stessa. Un esempio? La stupenda, ma compiaciutissima corsa per New York. Joe Wright, se ci sei, batti un colpo.
Detto questo, è meno potente di Hunger ma è altrettanto significativo, più amichevole nei confronti dello spettatore. C’e’ meno foga di mostrare tutto il proprio quid e più voglia di dialogare, di lasciare un attimo di respiro, di mantenere uno scambio di informazioni continuo, anche se non esplicito. Questo credo sia il nodo della questione; Brandon e il suoi colleghi parlano di futilità. Sono i corpi, i gesti, il ripetersi di certe sequenze (il flirt con la donna sposata in mentropolitana), l’anonimato e la freddezza estrema di ogni cosa che circonda Brandon a raccontarci quello che abbiamo bisogno di sapere. Una vita che non ha alcuno scopo secondario all’appagamento è riflessa in una casa da catalogo, in un abbigliamento ricercatissimo ma anonimo, in una conversazione da primo appuntamento stentata e poco brillante.
Ancora una volta, sono le immagini a parlare, i colori caldi, l’abbigliamento gipsy di Sissy che sembrano rimbalzare addosso al fratello, quella singola lacrima affogata in un mare di luce dorata, quell’accenno ad una situazione familiare difficile (“We’re not bad people. We just come from a bad place”) che lascia a noi il compito di immaginare il resto.
Me lo sciroppo? E’ più accessibile di Hunger, ma non per questo è accondiscendente. Altro passo falso potrebbe essere la visione sull’onda dell’eccitazione morbosa. Questo è un film che parla di sesso malato, quindi non c’e’ nulla della dimensione proibita e giocosa dell’atto, è solo profondamente disgustoso, glaciale, senza senso.

Note:

  1. La deriva estetizzante, lo ammetto, è una delle cose che mi manda in visibilio. Potrei parlarvi per *ore* dei costumi di Shame e di quanto siano appaganti visivamente, soprattutto la sciarpa di Brandon, che per me è un’ossessione. E’ bellissima. Lascio fare agli esperti.
  2. Avete cliccato sul cut sperando che io come al solito sfasassi e fornissi informazioni utili a cose da fangirl. Invece questo giro ero presa bene e non vi ho dato soddisfazione. Non voglio deludervi, perciò inserisco qui sotto una testimonianza positiva del testosterone del feticcio di Steve McQueen. Stringete forte le vostre ovaie. Personalmente, per me esiste una percezione di Fassbender prima e Fassbender dopo questo servizio fenomenale di Mario Testino.
  3. Il prossimo film di Steve McQueen, ora in preproduzione, si intitolerà Twelve Years a Slave. Il protagonista lo fa Michael Fassbender, toh. In più, questo giro arriva anche Brad Pitt. A risentirci.
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