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Checchè ne pensino i giornalisti delle pagine culturali di mezzo mondo, non è che se sei giapponese, allora sei ascrivibile e comparabile esclusivamente agli altri scrittori giapponesi (dove l’inclinato sta per una inflessione un po’ razzista nella voce).
Indubbiamente si possono trovare dei tratti molto molto generali ascrivibili al paese d’origine, ma questo accostamento selvaggio è più praticato quando ci si sposta in Oriente, vai a capire perchè (perchè c’hanno presente due nomi in croce del suddetto panorama letterario e pensarsi un vero paragone su delle basi coerenti è troppo sbatti, eccoti uno dei papabili perchè).

Perchè Kirino Natsuo non c’entra proprio NIENTE nè con Haruki Murakami (dio ce ne scampi!) nè con Banana Yoshimoto (idem). E Una storia Crudele (traduzione pressochè letterale del titolo originale 残虐記) ne è l’ennesima riprova.

Kirino Natsuo è solo l’ultima stella di una felice branchia della letteratura giapponese che, sin dai tempi dell’apertura del Meiji, ha prestato particolare attenzione al genre fiction occidentale e in particolare alle detective stories.  Insomma, da Edogawa Ranpo in poi ogni più o meno ogni decennio aveva il suo titolo giallo / noir iconico. Kirino Natsuo è il nome che ha saputo imporsi anche in Occidente, dove ha guadagnato una certa fama grazie all’incredibile successo di OUT (ovvero Le quattro Casalinghe di Tokyo, non fate domande che è una ferita ancora dolorosa). In Italia, grazie alla lungimiranza di Neri Pozza e delle sue branchie Giano e Beat edizioni, possiamo leggere ben sei titoli dell’autrice, circostanza abbastanza rara per un’autrice giapponese contemporanea e che non siano quei due disgraziati che ho citato prima, di cui potete trovare pressoché tutto.
Sulla scelta dei titoli da tradurre dell’autrice ci si è orientati su quelli più titolati in Patria o su quelli già disponibili all’estero (anche se rimane forte la curiosità di leggere il debutto che l’ha resa famosa in Patria,  顔に降りかかる雨 più o meno “la pioggia che mi cade sul viso”).

Ho deciso di scrivere due righe su questo libro, pubblicato nel 2004 in patria e successivo agli editi in Italia Grotesque e Real World, perchè mi ha un po’ rassicurata.   Infatti la lettura di Grotesque mi aveva delusa tantissimo, facendo perdere una marea di punti ad un’autrice che con OUT e Morbide Guance si era guadagnata un posto tra gli scrittori di gialli/noir del mio cuore, aldilà del suo essere giapponese. Certo, se poi leggete qualche recensione su Anobii scoprirete che in molti l’hanno trovato insulso, morboso, inutile, senza trama. Condivisibile, fino a quando finisci per consigliarmi di leggere Murakami “per capire il vero Giappone”. Al che capisco che, per me, sei un’irrimediabile idiota e torno a leggermi Kirino Natsuo.
La critica che mi infastidisce di più però è l’accostamento della Natsuo, che sulle tematiche sessuali, la violenza, il potere del corpo femminile e la violenza su di esso nella società Giapponese ci ha costruito una carriera, a libretti particolarmente mordosi tipo Platonic Sex o  Un Mondo Innocente, scritti da adolescenti in vena di scandalizzare gli adulti. Niente di più lontano, anche se posso capire il fraintendimento, dato la lettura dell’atto sessuale *completamente* diversa rispetto alle culture mediterranee. 

(  Se non conoscere Kirino Natsuo, vi debbo avvisare: non è una scrittura per persone che non amino il genere in cui puntualmente qualcuno viene coppato *MALE*, qualcuno viene violentato e in generale succedono un macello di cose molto disturbanti. )

Una Storia Crudele è una summa dello stile dell’autrice in poco meno di 300 pagine (pochine, data la lunghezza media di un suo romanzo). Si tratta di un resoconto autobiografico su più livelli: il primo è quello del manoscritto in cui una famosa scrittrice Koumi Narumi racconta il suo rapimento, durato un anno, da parte di uno squilibrato di nome Kenji e della vita dopo la liberazione. Il secondo è quello della lettera scritta all’autrice dal rapitore dopo la sua scarcerazione, innesco del romanzo e apparente causa della scomparsa della stessa. La terza è la lettera di accompagnamento e una successiva missiva scritta dal marito dell’autrice scomparsa all’editor della stessa. Una struttura simile ma meno prolissa rispetto a quella di Grotesque: di fatto ci viene raccontato del rapimento e del dopo rapimento, ma le voci sono parecchio discordanti e in generale il lettore percepisce che nessuno gli stia dicendo completamente la verità. Keiko, vero nome della scrittrice, è la classica donna dei romanzi dell’autrice: è sorprendentemente profonda e perspicace sin da bambina, è forte abbastanza da rendersi conto di essere in qualche modo diversa dagli altri, vive un rapporto strano con la sfera sessuale, che tende ad estremizzarsi con l’avvenuta presa di coscienza del suo essere.
Il manoscritto di “una storia crudele” (una dei metalibri nel libro) in particolare è orchestrato alla perfezione, passando agilmente dalla narrazione scarna di quanto avvenuto durante il rapimento a una ricostruzione del tutto immaginifica delle motivazioni del rapitore, che va ad incastrarsi indelebilmente nella mente del lettore, dove il confine tra accaduto e immaginato va bellamente a farsi benedire, complici i sogni velenosi di Keiko (in cui si rende conto di voler capire il desiderio sessuale che ha portato Kenji a rapirla, fino a farla diventare una “creatura sessuale”) e le continue smentite del marito della stessa.

Non è la prima volta che Kirino Natsuo si cimenta con crimini contro i bambini. In Mordibe Guance però il tutto era filtrato attraverso gli occhi della madre della ragazzina scomparsa, qui invece c’è una ricostruzione sorprendente delle emozioni della scomparsa stessa e ancor di più del graduale riconoscimento dei suoi veri sentimenti rispetto al rapimento (e qui, come immaginerete, parte il warning di sentimenti e passioni parecchio perverse e parecchio giapponesi). E’ incredibilmente penetrante anche l’accostamento dell’isolamento fisico prima (la segregazione in una buia stanzetta) e dell’isolamento psicologico dopo, dove la morbosità, la pena e la curiosità altrui spingono Keiko a rimpiangere il suo aguzzino, l’unico che avendo vissuto quell’esperienza con lei, può veramente capirla e a capire che per lei la piena aderenza alla vecchia realtà è impossibile.

Quella che scrive tutti quei dettagli agghiaccianti è questa elegante e rassicurante signora qui sopra.  

E’ un gran bel romanzo, se questo genere di tematiche non vi spaventano. Vorrei comunque rassicurarvi, l’approccio è molto “freddo”, la morbosità c’e’ solo negli occhi di chi legge perchè dai particolari più banali alle violenze più brutali, tutto è intavolato dall’autrice come chirurgicamente realistico (e quindi ora qualcuno mi deve spiegare l’accostamento con Murakami e Yoshimoto).
Difficile poi non percepire, strisciante, una visione critica di come le donne siano costruite e percepite nell’universo giapponese; in altri romanzi è molto più palese, ma è stata l’autrice stessa a precisare che la pressione su queste giovani donne e madri è tale che la risoluzione violenta e traumatica non è poi così impensabile.

Purtroppo, pur essendo efficacissimo, rimane una spanna sotto OUT e Morbide Guance (il mio preferito); questi contenevano gli stessi elementi ma erano intrisi di una certa eleganza che preparava la scena all’esplosione della violenza, mentre i romanzi successivi sono meno spontanei e, personalmente, meno incisivi. Forse in questo caso è anche dovuto a come è trattato l’argomento, a cui viene dato un rigido taglio autobiografico, in cui anche nelle fantasie notturne di Keiko il realismo è tanto e tale che è difficile non finire a fare paralleli sulla cronaca nera locale.

Consigliato, se vi piace il genere. Se non avete mai letto niente di Kirino Natsuo, date la precedenza ad OUT. Anche con quell’orrido titolo.

 

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