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Il Battello del Delirio (Fevre Dream)
di George R.R. Martin
Gargoyle Pocket
Pubblicato nel 1982

Ormai lo sappiamo, dato il momento felice per George R.R. Martin, anche la case editrici più piccole hanno deciso che non staranno a guardare ed è probabile che, con un po’ di pazienza, si riuscirà a recuperare ogni singolo parto letterario del nostro Sexy Santa (dove andremo a finire).
Giunto a confrontarsi col tema vampiro 8 anni dopo Anne Rice e i suoi belloni tormentati, come se la sarà cavata il nostro?

Bene. Sicuramente Fevre Dream non è il romanzo migliore di Martin e non è nemmeno imperdibile a livello di genere vampiresco (anche se valutando quello che è venuto dopo, forse dovrei ritirare questa affermazione), ma è notevole che uno scrittore che fino ad allora si era cimentato in fantascienza sia passato al genere horror vampiresco mantenendo questo livello.

I punti deboli del libro sono essenzialmente due: una certa prevedibilità in alcune svolte narrative (si vede che non ci aveva ancora preso gusto ad ammazzare i suoi protagonisti senza preavviso), forse dovuta anche all’aderenza a certi stilemi del genere e al poco spazio dedicato alla differenziazione e caratterizzazione dei vampiri. Di fondo è subito chiaro che Julian è il vampiro potente, cattivo e per nulla intenzionato a perdere il suo dominio sul genere umano, mentre Joshua è quello che conviene incontrare nel cuore della notte (insomma, Louis ma senza quella pesantezza frignosa che lo caratterizza). Gli altri appartenenti al popolo della notte sono sbozzati o poco più, il che non depone a favore di un libro a tematica vampiresca. La struttura del romanzo ricorda molto quella di Intervista col Vampiro; introduzione dei vampiri, strani accadimenti, scoperta della loro natura, spiegone/flashback centrale, fazioni che combattono.

I punti forti però sono parecchio forti e non solo salvano il volume, ma lo rendono una lettura gustosa e perfetta per l’estate. Il punto di vista del libro cambia di capitolo in capitolo, ma per la maggior parte è costituito da umani e qui Martin non teme confronti. In particolare ho davvero apprezzato il protagonista sui generis a cui affida la narrazione: il capitano Marsh è brutto come il peccato, grasso, sgraziato, solo, perseguitato dalla sfortuna. Eppure non si piange addosso, ha dei forti principi dettati dalla sua morale, adora il suo lavoro, non è brillantissimo nei ragionamenti ma sulla lunga distanza è parecchio arguto. Attraverso i suoi occhi non sfuggono anche le ipocrisie di Joshua, il vampiro human friendly che ha fatto società con lui per procurarsi un battello su cui navigare sul Mississipi senza preoccupazioni. Anzi, è proprio attraverso gli occhi di Marsh che viene decostruita l’arroganza del suo socio vampiro, convinto di poter essere il Re Pallido di cui parlano le leggende del suo popolo e ritrovatosi suddito di Julian. Altra figura notevole nel suo patetismo è quella di Billy il Verme, lo scagnozzo tutto fare di Julian. Anche con lui la natura e la società non sono state generose, così spera di poter diventare un vampiro per rivalersi su tutto e tutti.

L’ambientazione poi è superba; la Lousiana in sè uno se la immagina traboccante di vampiri, ma è evidente dalle descrizioni e dal contesto storico estremamente dettagliato (di fatto il tomo racconta anche quanto il trasporto fluviale cambi da prima a dopo la guerra civile americana) che sotto ci sia un lavoro di ricostruzione formidabile e la ferma volontà di dare quel tocco avventuroso alla Mark Twain. Anche tutto il discorso sullo schiavismo e il parallelo umani – vampiri / uomo di colore – uomo bianco è piuttosto interessante e il capitano Marsh viene tratteggiato ancora una volta come uno libero da false ipocrisie senza per questo cadere nel personaggio di fine ‘800 che parla come uno del 22esimo secolo. Insomma, le similitudini sull’emarginazione basate sull’utilizzo dei vampiri non se le è inventate Alan Ball. Il libro è poi ricchissimo di suggestioni letterarie e poetiche finalizzate allora sviluppo della trama ma che danno un valore aggiunto alla stessa. Ribattezzare un battello Ozymandias e snocciolare enigmi a base di Shelley e Byron in un libro di questo genere non è da tutti. [SPOILER] A questo proposito ho trovato semplicemente superba la genesi della razza del popolo della notte, descritto come una specie a se stante, superiore, che sfrutta le suggestioni delle letteratura di genere per ingannare gli uomini e fargli credere di essere stati un tempo umani o di essere vulnerabili a quanto viene riportato da miti e leggende. [/SPOILER]

Lo spunto migliore del romanzo rimane però la sua parte finale, la più slegata dal tema centrale, dove viene descritto il lento invecchiare di Marsh con le sue ripercussioni fisiche e psicologiche, la sua nostalgia per la gente del fiume e per un mondo precedente alla guerra che sente perduto per sempre. In questa manciata di pagine si sente forte l’eco di quelli che poi saranno i suoi splendidi personaggi anziani nella sua saga più celebrata. Qui c’é già tutta la contraddittorietà e il rimpianto della vecchiaia.

E’ già evidente l’inclinazione ad una scrittura molto descrittiva, ricca di ambientazioni particolareggiate e di curiosità gastronomiche (la panza era un mezzo indizio, ma dopo questo libro è veramente evidente che Martin è una buona forchetta). Probabilmente però qui l’autore aveva meno potere contrattuale, o non andavano ancora di moda i tomi stile Tavole della Legge o ancora il suo editor era potente. Insomma, qualcosa l’ha trattenuto dallo sforare in una lunghezza mastodontica.

Riguardo all’edizione italiana, questa ristampa nella collana pocket ha un prezzo molto più abbordabile e il testo in sè presenta molti meno errori di battitura e mancanza di editing di altri tomi di questa casa editrice. Detto questo, a me la carta utilizzata piace un sacco, ma è veramente bianchissima e so che a molti lettori questo causa spiacevoli problemi agli occhi, quindi attenzione. Nota dolentissima è invece la copertina; se il cambio del titolo è infelice ma giustificabile, quel collage di canini, croci e battelli a vapore è inguardabile. Ultimo appunto: non trovate che tutti i libri della Gargoyle siano pesanti oltre ogni dire? Ma che ci mettono nel rilegarli, filo di piombo? C’é anche una bella prefazione di Giuseppe Lippi (l’onnipresente curatore delle collane Urania) che, oltre a chiarire che a lui i vampiri  tormentati fanno ribrezzo, fa un bell’excursus sui capisaldi del genere.

Insomma, se non disdegnate una bella lettura horror vampirica sotto l’ombrellone…

NB: Le immagini nel post sono estratti e copertine di un adattamento a fumetti realizzato recentemente che consta di 10 volumetti. Non ne so niente, ma sapete come la penso sulle illustrazioni e avete avuto modo di vedere la sobrietà della cover italiana. Questa qui sotto è la copertina originale della prima edizione.  Non è tremendamente meglio della nostra? Non è proprio bella e curata, con il suo font vecchia America? Per il vostro bene, dopo averla fissata non tornate a posare lo sguardo su quella italiana.

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