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Pietà è veramente un bel lungometraggio, nel senso più tecnico possibile del termine.
Non è cinema d’intrattenimento, è proprio Cinema con la C maiuscola. E’ veramente un film che lascia qualcosa dietro di sè (e sarà un concorrente tosto agli Oscar nella categoria “Miglior Film Straniero”, potendo anche contare sul traino del Leone d’Oro).
Detto questo, non è un film per tutti. E non perché è coreano.

Avvetenza! Per non rovinarvi la visione, se avete già una mezza intenzione di andare a vederlo, andateci senza leggere nulla, nemmeno le recensioni come questa prive di spoiler. Non ne vale la pena, è troppo bello scoprire questo film a poco a poco.

Un giorno Kim Ki Duk (che se in coreano si scrive 김기덕 e fidatevi, nell’ultima sillaba c’è la stanghetta verticale col trattino orizzontale a sinistra è una O, e si legge O, perché noi la traslitteriamo U, cacchio?), regista che in patria non si filano di striscio o quasi mentre qui  in Europa ha un discreto numero di proseliti che vanno in fissa per “i film del tale in cui nessuno parla”, si trova in quel del Vaticano. Finisce per vedere la celeberrima Pietà (una di quelle giovanili) di Michelangelo e gli viene l’ispirazione per scrivere e dirigere questo film. Se questa non è la prova che è mezzo folle, Kim Ki Duk!

Il punto è che sono già in crisi, perché è davvero difficile parlare di questo film  senza finire per “preparare” lo spettatore a quanto vedrà, riducendo l’enorme impatto emotivo ed emozionale su cui si fonda la pellicola. Detto in parole povere, non voglio sbottonarmi sulla trama, quindi farò dei grandi discorsoni generali sul niente.

Pietà è un film forte, non solo per tematiche, ma anche per come prende di petto la costruzione della storia, partendo diritto in una vicenda, raccontandoci un episodio all’interno della vita del protagonista (che fa lo strozzino in uno dei quartieri poveri di una Seoul in pieno “repulisti” architettonico) ma costruendoci attorno, senza farsi scoprire, un’altra storia più universale, che racchiude quanto visto in un discorso organico e che arriva diritto alla pancia del pubblico.

Pietà è un film vincente e a cui la cinematografia italiana più recente dovrebbe guardare con ben più umiltà, perché riesce a fare quello in cui molti nostri registi si sono smarriti. Il regista parte dall’esperienza personale di degrado e violenza del quartiere ora scomparso, un’esperienza locale, ma inserisce nell’equazione incognite universali volte ad indagare il senso dei sentimenti umani più forti come amore, vendetta, brama di denaro e potere. E’ lì che il film fa il salto, riuscendo ad uscire dal suo piccolo recinto e parlando a chiunque abbia delle pulsioni umani. Il regista scava dentro di sè, dentro il suo popolo, ma parla di uomini. La sua descrizione non risparmia niente dell’agire umano; c’è tanta, tantissima violenza (che però nel suo risvolto fisico è sempre lontano dal punto focale della composizione delle scene), contro corpi, contro persone, contro l’identità di donne, madri, lavoratori. Il film poi ricerca meticolosamente l’infrangimento di parecchi tabù considerati come tali quasi universalmente. Il punto è che essendoci un messaggio fortissimo dietro queste scelte provocatorie, se ne percepisce l’effetto senza trovarle gratuite o ruffiane.

Quello che mi ha stupito di più è che Pietà avvicina tantissimo Kim Ki Duk a quella galassia di cineasti coreani conosciuti anche in Occidente, mentre prima il regista costituiva un po’ un capitolo a sé stante, in cui compariva come unica voce. Questo rassomiglianza si coglie sia per le tematiche e per la scelta del cast, su cui spicca un’inarrivabile Min Soo Jo, che costruisce il perforante personaggio femminile del film, basandosi quasi interamente sulla forza, l’ambiguità e la straziante fragilità del suo sguardo. I suoi occhi sono pozzi di emozioni malcelate o intelligentemente lasciate trapelare.

L’impressione da pettegoli è che abbiano tirato una botta in testa a Kim Ki Duk, o che si sia recuperato un paio di filmografie di colleghi coreani, o che gli sia successo qualcosa di molto brutto in vicolo buio. Difficile però dire quanto quest’impressione derivi dall’esiguo numero di suoi titoli che si sono visti da noi e dall’effetto cerchiamo il nuovo “Ferro3”. Sicuramente però non lo si vedeva così in forma da un bel po’.

Lo vado a vedere? A patto che i film duri, violenti e che infrangono qualche convenzione sociale non ti turbino e che non sia portato a catalogare i film per nazionalità…scherzi a parte, per questa tipologia di film “pesantucci” uno ci deve essere un po’ portato. Se però lo siete, non dovete perdervelo.
Ci shippo qualcuno? No, non credo che vedrò mai una fanfiction su un film di questo regista. Anche se in Pietà non mancano tipologie di “zozzerie” tipiche del genere.
Coefficiente PESO? Eh, un po’ gode ad impilar lì ogni possibile sfumatura di pesistica cinematografica. Siete avvisati.

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