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Un breve post per supportare anche su questi lidi una delle novità migliori dell’anno nel settore manga (soprattutto per lettori post adolescenziali) e per pubblicizzare lo sbarco sull’italico suolo di una delle mangaka giapponesi che trovo sempre piacevole leggere, ovvero Yoshinaga Fumi.
(in fondo, un piccolo aggiornamento su come sta proseguendo Supplement, visto che in molti continuano a giungere qui cercando notizie in proposito)

Planet Manga non sa proprio trattenersi e noi con lei. Ormai è un rituale: ogni biennio annuncia un titolo in campo shoujo/josei che in Giappone è stato un successone, sperando nel colpaccio. Ogni volta la nicchia che segue queste pubblicazioni si esalta e, a leggere i commenti all’interno dei loro ritrovi, sembra che venda macelli di copie. Ogni volta finisce che a Lucca & affini i responsabili della casa editrice sottolineano che il titolo non vende una ceppa (per casi molto speciali, la pubblicazione comincia ad avvenire su base semestrale/annuale, con uno stillicidio di promesse fatte e rimangiate da far saltare i nervi).
In quanto appartenente alla suddetta Nicchia non demordo, e quindi è con grande gioia che vi parlo di uno dei titoli candidati a fare questa ingloriosa fine, ovvero Ooku – le stanze proibite di Yoshinaga Fumi, di cui è recentemente uscito il primo volume per 7,5 euro.
Il livello qualitativo del manga è testimoniato dalla vittoria nel 2009 del prestigioso Tezuka Awards (in pratica, l’Oscar per la produzione manga di un certo peso) e dalla candidatura ad altri numerosi premi. Il manga gode anche di un’edizione anglofona e francese, dato che l’autrice è parecchio nota anche all’estero.

Come potreste intuire dalla copertina, la storia ha un’ambientazione storica precisa, cioè il periodo dello shogunato in Giappone. La particolarità è però che, accanto ad una ricostruzione storica precisa che non mancherà di appassionare gli amanti del bel Giappone antico, l’autrice introduce un elemento ucronico, ovvero una sorta di what if storico che porta la storia di Ooku a prendere pieghe diverse rispetto a quella “ufficiale”. In parole povere, il manga si apre con la diffusione di un misterioso morbo che decima la popolazione maschile. Uomini in lettura, vi siete dati una grattatina di scaramanzia? Bene. Il risultato della drastica riduzione dei maschi in circolazione è il fulcro del manga. Per farvi alcuni esempi, le donne finiscono per occupare le posizioni decisionali per mancanza di maschi disponibili e i pochi uomini rimasti divengono oggetto persino di speculazione economica, dato che ormai un matrimonio e una gravidanza sono diventati un lusso e uno status symbol per le classi sociali più agiate. Ovviamente la persona più potente del Giappone, lo shogun (carica ora ricoperta da una donna), potrà mantenere il lusso estremo di un Ooku, una sorta di harem privato in cui trattiene per le sue esigenze decine di giovani uomini di bell’aspetto.

Queste le linee guida della storia, che poi si divide tra singole storie all’interno dell’Ooku (dove vige un’agguerrita rivalità tra i protagonisti che sfata ogni luogo comune sulle donne sempre in guerra tra loro), la storia personale del nuovo shogun, intenzionato a riformare un paese in forte debito e il mistero del mondo pre-epidemia, il cui funzionamento viene tenuto celato ed è relegato a dicerie e leggende.

La bellezza di questo titolo sta nella complessità della caratterizzazione dei vari protagonisti (che è sempre stato uno dei punti forti di questa mangaka), su cui influisce pesantemente il cambiamento sociologico dovuto alla mancanza di un numero “naturale” di uomini”.
Quello che però mi colpisce di più è la capacità di narrare dettagli storici sul Giappone del periodo (ricostruiti in maniera credibile, ve lo dice una che il maledetto gioco degli incensi l’ha provato per davvero e fidatevi, è quasi IMPOSSIBILE indovinare XD) pur basandosi su un discorso ucronico e non realistico, mantenendo contemporaneamente le fila del versante storico e di quello fantastico.
Personalmente trovo molto gradevole il disegno dell’autrice, anche se forse non dei più immediati. C’è da dire che un tratto tanto leggero e arioso aiuta la lettura di un manga che non lesina sui contenuti (consiglio spassionato: leggete prima le note introduttive e a fine volume e poi datevi alla lettura del manga).
Ultima nota: nell’edizione originale (e in quella inglese) c’è anche un lavoro immane di registro linguistico “classico”, per riportare la lingua del periodo e le varie differenze di rango espresse dal diverso tono. In Italiano non è stata mantenuta questa caratteristica. Certo, si perde qualcosa, ma la lettura ne risulta mooolto più facilitata.

Lo consigli? Sì, ma non indiscriminatamente, visto anche il costo non indifferente.
Sicuramente a chi apprezza manga a sfondo storico e dedicati al Giappone, a chi apprezza i contenuti dei titoli medi josei e a chi ama le storie ucroniche. Di fondo credo che questo manga potrebbe trovare un bacino di lettori negli appassionati di letteratura giapponese e Giappone antico, che però purtroppo tendono ad avere un atteggiamento di sufficienza verso il comparto manga in toto.

(ovviamente, coff coff, potreste sempre provare a dare una sbirciatina a quanto si trova, coff coff, in inglese, coff coff).

(sempre a proposito di coff coff, esiste un adattamento cinematografico del 2010 del manga, coff coff, che non è poi così difficile reperire con tanto di sottotitolo italiano)

Per il 2012 è previsto anche un drama.

Dopo 3 volumi, confermo l’impressione positiva su Supplement di Mari Okazaki. Come si sperava, le avventure di Minami Fujii, giovane donna in carriera dalla complicata vita sociale (in pratica quasi azzerata dal lavoro) continuano sulla giusta direzione, evitando svolte favolistiche o banali. Si continua ad approfondire il rapporto tra Fujii e le figure che popolano il suo ufficio, qualcosa a metà tra amici, conoscenti ed estranei. L’introduzione di nuovi personaggi (su tutti il regista talentuoso e il suo ambiguo fotografo) e l’approfondimento dei colleghi hanno giovato alla storia, evitando che la protagonista prendesse il sopravvento e appesantisse la narrazione.

L’impressione è che nella vita di Mari Okazaki sia successo qualcosa di bello o che sia un periodo molto positivo per lei, perché i toni più cupi e pessimisti dei capitoli iniziali vanno scomparendo. Se però la coerenza e la coesione di Supplement lo rendono più che promosso, la stessa cosa non si può dire per la raccolta di storie brevi della stessa autrice, Shibuya Love Hotel.

Qui il salto di tono narrativo è ancora più rimarcato, con i primi due volumi con storie al limite della denuncia sociale sulla solitudine, la difficoltà di creare una sfera emotiva nel mondo moderno ect, mentre negli ultimi volumi regna una positività persino posticcia, che mina profondamente la qualità delle storie. Sinceramente, l’unico labile legame tra le storie è l’ambientazione a Shibuya, ma veramente, non sembrano appartenere alla stessa autrice, figuriamoci alla stessa serie. In definitiva, lo consiglierei ad amanti delle storie brevi (solo i primi due volumi) o per i dipendenti dal fighissimo stile di disegno fashionista in cui son tutti fighissimi di Mari Okazaki.

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