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Finalista del The Man Booker Prize 2004 (in cui in genere gira roba buona), protagonista di un ciclo del Guardian Book Club, citato in qualsiasi conversazione in cui si parla di fantascienza al di fuori della letteratura strettamente fantascientifica e della ricerca linguistica contemporanea, Cloud Atlas lo avevo adocchiato da un po’. L’annuncio dell’imminente film mi ha convinto ad affrontarlo, pur avendone solo una vaghissima idea di base, per potermelo godere prima di essere influenzata dal suo adattamento.
Ve ne parlo un po’, attenendomi ad una prima descrizione rigorosamente scevra da spoiler poiché so che in molti vorrebbero farsene un’idea senza compromettersi un film di cui sanno / ci hanno capito pochissimo, anche dopo il primo trailer.

Possiedo questa stupenda edizione (la parte azzurra riflette la luce!) in cartaceo, pagata la bellezza di 3 euro nella sezione libri usati di Play. Se leggete in lingua inglese, ve lo consiglio assolutamente, contando che non prevede spese di spedizione. Non vi dico il momento commozione quando ci ho trovato dentro un segnalibro della World Science Fiction Convention, la manifestazione durante cui assegnano i Premi Hugo! 

L’aspetto più difficile da descrivere di Cloud Atlas è proprio la sua descrizione generale, perché è un tomo di più di 500 pagine in cui cominci ad avere una visione globale della storia intorno a pagina 330. Nel frattempo vieni introdotto ad una serie di storie più o meno interessanti e riuscite, ma lo sguardo complessivo sul suo universo continua a sfuggire sempre qualche pagina più in là. Leggere questo libro senza averne un’idea precisa di cosa sia può essere frustrante.
Partiamo quindi dalla sua genesi, come descritta da Mitchell stesso. Ispirandosi a Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino (ehi, Mollica, c’è anche un po’ d’Italia!), lo scrittore decise di cimentarsi in un libro a matrioska, in cui una storia fosse contenuta nell’altra. A differenza del libro nostrano, questa struttura è ulteriormente complicata da sovrastruttura a specchio, ovvero: la prima metà di cinque storie, la sesta storia della sua interezza, la seconda parte delle cinque storie presentate in ordine inverso (quindi la storia che apre il romanzo finisce per chiuderlo). Ne deduciamo due verità fondamentali:

  1. David Mitchell è un masochista / è un sadico verso il suo lettore
  2. David Mitchell è più pronto a compiacere sè stesso che il suo lettore

Entrambe le affermazioni sono corroborate da quanto segue ma, in sintesi, il tono e la gestione della storia mi hanno suscitato le stesse sensazioni di certi libri di Ian McEwan, pur essendo due autori molto differenti. In comune hanno una padronanza spaventosa sulle loro storie, una precisione millimetrica nell’innescarle e portarle a termine, la totale mancanza di agevolazioni per il lettore (quindi se il ritmo è lento, la struttura folle, il linguaggio ermetico, peggio per te) e la continua consapevolezza di essere molto talentuosi lasciata traspirare qua e là.

Tornando a Cloud Atlas, senza spoilerare, si tratta di un continuo gioco col lettore, pieno d’ironia calviniana. Ogni storia viene proposta in un diverso formato (un diario, una raccolta di lettere, una detective story, una memoria, un interrogatorio, un racconto in prima persona), in un’epoca e setting sempre diversi e con un linguaggio sempre differente, adattato a tutte queste componenti. Anche la struttura stessa delle storie ricalca molto il loro genere di appartenenza, e quindi per esempio si percepisce che la detective story ha delle svolte obbligate perché Mitchell la sta piegando completamente al suo genere di appartenenza. Il focus però, più che al svolgimento delle singole storie, è su alcuni tematiche ricorrenti e su alcuni tratti che sembrano accumunare i personaggi delle varie storie, sebbene lontani nel tempo. Se quindi alle volte le storie sembrano vuote e banali, continuiamo a ritrovare in esse metafore ricorrenti (la caduta e l’ascensione sia fisiche che spirituali), alcuni motivi (il ricorrente numero 6) e alcune grandi tematiche. Sul fronte Mitchell sadico le prime 5 storie si interrompono tutte di getto, tra una frase e l’altra, subito prima del loro climax. Non solo, ogni storia vede il narratore che in qualche modo entra in possesso della storia narrata dal protagonista precedente e ne compromette l’affidabilità, fino a stravolgerne del tutto la chiave interpretativa.

Per concludere la parte scevra di spoiler, ve lo consiglierei? Dipende. Esiste una traduzione italiana di Frassinelli ma la percezione del libro dipende tantissimo dal livello della traduzione. Si tratta di uno di quei casi in cui non bisogna far passare solo in contenuto, ma anche quanto l’autore che si nasconde dietro le righe fa percepire attraverso lo stesso.
L’operazione è ulteriormente complicata da una ricerca linguistica mastodontica di Mitchell, che per i capitoli ambientati più indietro nel tempo si rifà all’inglese letterario di grandi del passato, mentre nei capitoli del futuro crea due derivati dell’inglese, di cui uno articolatissimo, basato su un sistema linguistico di contrazioni e assonante che, una volta capito (e non è così immediato) costituisce uno dei versanti più affascinanti del libro. Il rischio è che se tutto questo sovra-strato viene annullato dalla traduzione, rimangano le storie alle volte vuote e banali di cui vi parlavo sopra.

L’opzione lettura in lingua è una sfida notevole e richiede del tempo. Povera ingenua, io che gioivo di aver concluso il primo capitolo in inglese ottocentesco! Il vero incubo è il capitolo centrale (quello presentato integralmente senza pause), che richiede non solo un’ottima conoscenza dell’inglese, ma anche un salto di pronuncia e contrazione, perché bisogna immaginare come si pronuncia la parola scritta / che parte sia stata contratta o sia caduta per poi dedurne l’origine nell’inglese attuale. E’ abbastanza delirante, vi faccio un esempio facile facile: il setting dell’azione è o’ha Why. Provatelo a leggerlo ad alta voce, come un’unica parola.
In definitiva non è un libro da leggere spensieratamente, richiede una certa concentrazione. Ripaga sicuramente con una varietà di generi e storie in cui sicuramente troverete qualcosa di vostro gradimento e con uno stile di scrittura e una propensione al grandeur narrativo veramente di alto livello. Ci sono passi e passi che valgono una sottolineatura, significati meno evidenti che fanno riflettere, un autore che non ha paura di prender la decisione più drastica ma efficace (= si piange). Il suo punto debole è che tende a chiedervi molto, forse troppo, e potreste desistere prima di godervi una seconda parte col gran finale di una cascata di finali, in cui sarà doloroso lasciare un narratore per immergersi nelle peripezie del successivo.

Per chi è coraggioso/noncurante degli [SPOILER], qualche info in più sui singoli racconti.

  • The Pacific Journal of Adam Ewing – Ambientato nelle Sud Pacifico nel 1850. Adam Ewing è un fesso un uomo dai sani principi morali che finisce per visitare numerose colonie occidentali in remote isole del Sud Pacifico, proprio mentre avviene il difficile scontro culturale con gli autoctoni. Il pregio della storia è quello di cogliere Mitchell che sghignazza dietro questo narratore tutto d’un pezzo, tutto ligio al dovere, tutto casa e chiesa. Il tema centrale è sicuramente il confronto col diverso e la religione (insomma, il colonialismo) e se nella prima parte sembra un po’ pointless (scusatemi l’inglesismo, ma rende alla perfezione), nella seconda tira fuori gli attributi. Grazie all’ambigua figura di Henry Goose, tira fuori il meglio. C’è anche un momento molto drammatico, ma purtroppo il finale è un po’ buttato lì.
  • Letters from Zedelghem – il mio preferito in assoluto. Primo, il setting belga assolutamente poco usuale del 1931 è delizioso, così come il mezzo epistolario, sfruttato magistralmente per lasciare dei non detti strategici, visto che leggiamo solo le lettere del protagonista, Robert Frobisher. Questi è una canaglia assoluta ma ha una vis nello scrivere, nel vivere, nel delinquere e nel comporre musica che lo rendere assolutamente travolgente. Forse non il personaggio attorno a cui verte il discorso più articolato, ma di sicuro si tratta del narratore più sornione e attento ai suoi lettori. Sul fronte fangirl, cercare qui. Nella seconda parte l’ingranaggio funziona alla perfezione, ma è crudelissimo; quella di Frobischer è tutta una discesa verso il baratro, senza redenzione. Non c’è nulla di inaspettato, ma fa malissimo leggerne lo svolgimento. Le sue posizioni sono sempre molto nette, forti, perciò quando parla dei grandi temi come amore, morte, suicidio, musica, libero arbitrio è sempre da citazione. Quando ho scoperto che nel film lo interpreta Ben Whishaw, stavo per aver un mancamento.
  • Half-Lives – the First Luisa Rey Mistery – Costruita in tutto e per tutto come una detective story da libro di massa, ha una storia e dei personaggi tradizionalissimi (eccetto forse Sixsmith, legato al precedente racconto). E’ molto funzionale per creare un tono più coeso nel libro, fornendo una serie di spiegazioni senza incedere troppo nello spiegone. Forse soffre anche del fatto che, essendo ambientata negli anni ’70, non gode dell’effetto nostalgia o dell’immaginifico futuristico. Nella seconda parte cresce grazie a continue iniezioni di adrenalina, ma volendo rispettare la tradizione, Mitchell chiude la storia in maniera poco coraggiosa.
  • The Ghastly Ordeal of Timothy Cavendish – Inizialmente avrei detto la peggiore del sestetto, invece nella seconda parte mi sono ricreduta. Sicuramente nella storia della fuga di un curatore di una piccola casa editrice che finisce in un ospizio lager per sfuggire ai debitori c’è tutto lo humour sottile e spietato dell’autore inglese, che non ha avuto modo di sfogarsi se non qui. A tratti ti fa chiedere “perché sono qui?”, poi però svolta bene e finisce per farti ridere di cuore, poi a denti stretti, poi ti angoscia e poi, sul finale, ti rassicura. Nel mezzo, un’amarissima riflessione sulla vecchiaia, solo in parte mitigata dal finale. Stupenda la parte sul come Cavendish diventa ricco.
  • An Orison of Sonmi 451 – Se non fosse che l’epistolario di cui sopra ricalca quasi alla perfezione il mio genere d’elezione, questa sarebbe la mia storia preferita. Innanzitutto il futuro distopico con le corporazioni sostituitesi alle nazioni (futuro che ultimamente va di moda, vedi A visit from the Goon Squad) è veramente ben concepito e realizzato, all’altezza di un qualsiasi autore di fantascienza “pura”. Immaginifico e opprimente, il mondo distopico di Sonmi 451, rappresentante di una nuova razza geneticamente migliorata per essere schiava dei genomi puri (aka gli umani nati normalmente) fornisce un palco notevole (insieme ad un’evoluzione linguistica non pesante e ricercata) per il personaggio che catalizza tutto quello che c’è di fuori dallo stereotipo letterario nel libro. La storia di Sonmi è tragica, è controversa ed è piena di tutte quelle domande angoscianti sul libero arbitrio, il futuro del pianeta, l’evoluzione del capitalismo che la fantascienza migliore sa così ben esaltare. Inoltre riserva parecchie svolte inaspettate e un finale molto, molto ben condotto. La cosa migliore però rimane l’ascensione di Sonmi, il suo crescere come personaggio davanti ai nostri occhi fino a diventare il fulcro della sua storia e della successiva. Oltre che a porre tante domande, la storia di Sonmi muove anche tante corde emotive. Difficile chiedere di più.
  • Sloosha’s Crossin’ an’ Ev’rythin’ After – il proseguimento logico di tutte le domande poste implicitamente dai ragionamenti di Sonmi. Della sua spaventosa lingua (ispirata dall’altrettanto spaventoso Riddley Walker) vi ho già parlato. E’ il punto più alto del racconto, dopo averne costituito l’ostacolo maggiore. In un certo senso, la storia di Zachry riassume e dà risposta a tutte le tematiche delle precedenti, giovandosi della propria completezza, costruendo il climax centrale del libro con la scalata richiesta da Meronym e dal lettore per far crescere il personaggio di Zachry e il discorso centrale del libro. Notevole anche il futuro primitivo post apocalittico, che appunto dà una logica conseguenza alla storia di Sonmi e chiude idealmente la trasmigrazione delle anime che girovagano per il libro. Inoltre si ricollega implicitamente ai Moriori presentati nella prima storia. Insomma, chiude tutti i cerchi e si prende parecchie responsabilità per la piega violenza della seconda metà. L’azzardo però riesce e il primo finale del libro è uno dei migliori.

Se siete interessati ad approfondire e magari avete già letto il libro, consiglio di leggervi le 4 puntate del book club del Guardian. Forniscono molti raffronti, tanti dietro le quinte e un filo diretto con Mitchell (oltre che una testimonianza fotografica di quanto sia inquietante la sua faccia). Qui la week three, ma conviene leggerle tutte.

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