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Segue un commento piuttosto articolato sull’ultima fatica di Ian McEwan.

Cercherò di articolare un bel paragrafo senza anticipazioni che dia un’idea del libro, ma le considerazioni che mi preme di più fare sono assolutamente, incredibilmente e necessariamente [SPOILER], perciò occhio.

Sweet Tooth copertina 1

prima delle tre copertine che a mio parere non rendono giustizia all’atmosfera del libro.

Sweet Tooth (letteralmente “persona golosa di dolciumi”), trasformato condivisibilmente in Miele da Einaudi, è l’ultima fatica letteraria del 64enne scrittore inglese Ian McEwan.
Leggendo le recensioni della stampa italiana, si colgono due informazioni fondamentali: è un libro ambientato nel mondo dello spionaggio degli anni ’70, allo MI5 inglese (ovvero l’intelligence inglese interna, divisa dallo MI6, orientato sulle questioni estere) ed è il ritorno di McEwan ad una voce narrante e un punto di vista femminile. Non che queste due informazioni siano errate, ma danno come l’idea che ci si sia limitati a sfogliare il primo centinaio di pagine.
Se mi chiedeste di cosa tratta Miele, io vi direi che si tratta del racconto della maturazione sentimentale di una giovane studentessa universitaria inglese, che nasconde una raffinata riflessione sul rapporto tra letteratura e potere, ma soprattutto è l’ennesimo gioco letterario in cui Ian McEwan è il gatto sornione e voi i topolini che pensano di averla fatta franca. Incidentalmente, il contesto è ancora una volta quello dello spionaggio, un vero trend dell’industria culturale tutta nell’ultimo biennio.
Perché voglio fare la sebastian contraria? In effetti Serena Frome ci accompagna passo dopo passo, raccontandoci brevemente la sua infanzia ed educazione borghese, prima di passare a descriverci le sue tre storie d’amore importanti, che le apriranno e le chiuderanno le porte dello MI5 per un breve periodo. Il punto è però che da lettrice (e soprattutto da lettrice che si è già fatta un’idea dell’autore con le letture passate), è evidente che sottotraccia scorra qualcosa di più e che la storia narrata sia la meno rilevante per il discorso generale.

Sweet Tooth è molte cose; è un racconto d’invenzione sull’ingerenza dei servizi segreti nell’orientare il mondo letterario culturale, basato sul vero scandalo dell’Encounter. Inoltre si tratta di un racconto che contiene frammenti autobiografici di spicco; sia nella ricostruzione di una Londra in emergenza e declino vissuta con spregiudicatezza da un giovane McEwan e dalla giovane Serena, sia nella figura dello scrittore emergente Tom Haley, che per stessa ammissione dell’autore condivide alcuni tratti fondamentali con il suo creatore e con i suoi primi passi nel mondo letterario.

Ancora di più, Sweet Tooth parla di letteratura. A un primo livello con rimandi diretti, mediati dalla lettura vorace ma acritica della protagonista, appassionata divoratrice di libri che si scontra con le opinioni e i consigli di Tom (lo scrittore che le hanno chiesto di valutare dallo MI5) e di Tony Cunning, entrambi ai suoi antipodi, critici e politici nei loro giudizi, amanti della poesia e della letteratura di fascia alta.
Se il lavoro di assistenza (anche economica) che Serena fornisce a Tom per conto dello MI5 suggerisce una riflessione sul rapporto tra potere e letterati, personalmente trovo che il talento di McEwan raggiunga i suoi picchi quando comincia a giocare a livello metaletterario, inserendo nella storia di Serena i prodotti letterari di Tom, giocando attraverso gli occhi della ragazza nella ricerca di quanto e come della vita e delle aspirazioni dello scrittore finisca rielaborato sulla pagina (quello che implicitamente il lettore prima o poi finisce sempre per fare). I livelli si moltiplicano, con noi che cerchiamo di scorgere il riflesso di McEwan dentro Tom, mentre seguiamo Serena che cerca quello di Tom stesso, il tutto condensato sulla stessa pagina.

Sweet Tooth copertina 2
Non definirei Sweet Tooth una storia d’amore, bensì la storia di una maturazione amorosa, quella di Serena. Personalmente ho trovato semplicemente perfetta la descrizione del senso di solitudine e perdita affettiva provato dalla protagonista, che raggiunge l’indipendenza dell’età adulta ma comincia a fare i conti con le perdite più inaspettate; la lontananza e la nostalgia di casa, la progressiva complicazione dei suoi rapporti sentimentali ma soprattutto il sempre più doloroso confronto con la propria mediocrità ed ordinarietà, specie in campo lavorativo.

Ma nessuno sopra i trenta può comprendere quel tempo particolarmente carico e condensato che copre i pochi anni subito prima e subito dopo i venti, un tratto di vita che necessita di un nome, dalla fine del liceo ai primi stipendi, con l’università e gli innamoramenti e la morte e le scelte di mezzo.

In questo frangente ho trovato davvero molto del McEwan di un tempo, con il ritorno ad uno sguardo tagliente e dolorosamente onesto nel descrivere i propri personaggi. Serena è una bellezza, ma si trova a fare i conti con la limitatezza del suo gusto letterario, con la sua trascurabile intelligenza e con la sua mancanza di straordinarietà, a differenza di quanto aveva creduto in gioventù.
Per farvi un esempio, c’è una descrizione concisa ma potentissima dell’impressione suscitata dalla visione di un uomo di età avanzata nudo, con Serena che prova un moto di repulsione scoprendo quanto gli abiti e gli oggetti possano mitigare la decadenza e la goffaggine di un corpo non più efficiente.

Ha dei difetti? Decisamente sì. Come vi dicevo, il libro sembra sempre sul punto di suggerire che ci sia qualcosa in più, qualcosa posto a pochi centimetri dalla nostra mente ma che non riusciamo ad afferrare. A questa impressione si alterna però la sgradevole sensazione di falsità che certi passaggi inspirano al lettore.
In particolare in molti frangenti la voce narrante di Serena risulta poco credibile come punto di vista femminile (specie nelle scene a sfondo sessuale). Durante la lettura rimasi parecchio stupita da questo aspetto, dato che Ian McEwan mi aveva già sorpreso per la strabiliante capacità di occultarsi dietro una voce autenticamente femminile. Similarmente, spesso alcune svolte della storia, in particolare sul versante amoroso, risultano parecchio spigolose, scritte da una mano maldestra e incapace di ricreare una storia fittizia dandone la parvenza di naturalità. Ovvero l’esatto contrario di Ian McEwan.

Immaginatevi quindi la mia gioia; marciavo verso la fine del libro pronta a distruggerlo su questo blog. Macché. Ancora una volta quel maledetto mi ha completamente fregata. Sempre con le ultime 30 misere pagine. Stavolta non pugnalandomi ripetutamente e negandomi ogni minima consolazione in nome di un’autentica conclusione di una storia d’amore (se avete letto Atonement, sapete cosa intendo) ma dandomi della perfetta idiota e facendomi capire che tutto quello che pensavo di brutto, lo pensavo perché l’aveva voluto lui.
Insomma, i passi falsi compiuti dall’autore che ho descritto qui sopra erano intenzionali e diretti ad uno scopo ben preciso. La ricercatezza della trappola è tale che vengono citate alcune frasi precise, guarda caso proprio quelle che mi avevano fatto l’impressione peggiore. Come a dire: non ho neanche sparato nel mucchio, sapevo esattamente come e dove farti dubitare.

Tirando le somme, è un divertissement di altissimo livello, un gioco letterario di rara maestria, che si rivela parecchio pericoloso nel caso il lettore sia del tutto digiuno di McEwan, non capendo l’intento del finale e considerandolo un semplice ribaltone per avere una conclusione ad effetto.
Personalmente mi ha fatto parecchio indispettire perché pur essendo un’ulteriore testimonianza di rara maestria, rimane comunque un gioco letterario, che impone all’autore una certa mediocrità nella storia per riuscire nel suo intento. E ovviamente perché sono stata ancora una volta perculata.
Ve lo consiglio a patto di aver già superato le tappe obbligatorie (Atonement + un altro romanzo a scelta tra quelli Booker o della prima produzione) per evitare di fraintendere l’autore.

sweet tooth copertina 3Ultime considerazioni che richiedono qualche [SPOILER] sostanziale.

Ci sono rimasta veramente di sasso. Ho veramente passato tutte le ultime 150 pagine a compiacermi e dispiacermi del mezzo fallimento del libro. Invece arrivata alla fine, oltre a un fiume di insulti, mi saliva l’orgoglio verso un autore capace non solo di creare una voce femminile che sembri autentica, ma, in questo caso, di creare una voce femminile creata da uno scrittore esordiente di sesso maschile assolutamente autentica.
Mentre leggevo il libro c’erano dei passaggi che mi irritavano così tanto perché mi ritrovavo a pensare “Nooo, suvvia, una cosa del genere una donna non la penserebbe MAI! Casomai è quello che crede un uomo che una donna pensi riguardo a questo argomento”. Questo dimostra il genio linguistico di McEwan che non solo sta creando un romanzo che sembra un racconto di una donna, ma si scopre alla fine essere la riproposizione del suo punto di vista immaginato dall’uomo che le è accanto (ovvero l’esatta sensazione da me provata più e più volte). Non solo. È tutto così calibrato che nemmeno per un momento al lettore viene il dubbio che Ian McEwan stia facendo di proposito ciò, nonostante io come lettrice conosca il suo talento.
La prova di quanto questo meccanismo funziona è che il libro è oggetto di feroci critiche che ne contestano proprio la mediocrità della trama, della voce narrante e il ribaltone finale, forse proprio perché non conoscendo l’autore non hanno capito lo scherzo a loro giocato. Il libro è talmente perfetto che se uno non coglie il lavoro di Ian McEwan, pensa sia il romanzo fittizio scritto da Tom Haley; di grande respiro ma spesso pretenzioso e artificiale.

Incredibile poi che pur avendolo letto in traduzione le frasi che mi hanno irrititato di più (quel “e ai tempi ero davvero uno schianto”, il “fu straordinario” dopo l’ultimo rapporto tra Tom e Serena e in generale certe considerazioni sul sesso della stessa) siano citate precisamente nella confessione di Tom (e di McEwan). Questo fatto dimostra come la sua prosa naturalissima abbia dietro un lavoro di costruzione e rifinitura gigantesco, tanto che sa esattamente quali parole susciteranno quale effetto. Incredibile.

Dopo un paio di romanzi un po’ meno brillanti, mi pare proprio che Ian McEwan abbia ritrovato la sua forma migliore. Bramo come un assetato nel deserto il suo futuro lavoro, perché se si applicherà di nuovo ad una grande storia, si potrebbe bissare un certo titolo che mi è rimasto nel cuore.

Per approfondire:
-Intervista di Ian McEwan sui contributi più autobiografici alla storia QUI.
-Analisi critica sul romanzo che spiega la base realistica e lo scandalo Encounter QUI.
-Intervista a tutto campo di Marta Perego a Ian McEwan sul libro e sulle ultime novità del mondo letterario anglofono QUI.
I diritti del film sono già stati acquistati.

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