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Forse arriverà il giorno in cui sarò così matura e distaccata da non prendere ogni singolo post come una questione personale tra me, il film e voi ma non è di certo questo il momento in cui ci riuscirò.

Sonmi 451 Cloud Atlas

Come già sapete, il romanzo di David Mitchell è stato per me una scoperta, una sfida e una lettura di cui ho continuato a parlare a lungo. Conoscendo la vastità della materia di partenza e la sua complessità ben capivo le difficoltà di trasporla sul grande schermo in maniera soddisfacente e comprensibile. All’uscita del film negli Stati Uniti non ho saputo resistere e ho dato un’occhiata alle recensioni, che erano abbastanza catastrofiste, fenomeno ripetutosi dopo l’anteprima italiana. E io ci ho creduto, ciecamente, perché le critiche che muovevano al film ricalcavano in pieno i miei timori di partenza. Quindi, col morale sotto le scarpe, sono andata in sala ad affrontare le quasi tre ore del film frutto di una collaborazione tra ben tre registi (non che il materiale mancasse). La visione mi ha colta completamente alla sprovvista: non sono rimasta delusa, mi ha sorpresa e rassicurata, fino ad incantarmi. Cloud Atlas non è un film perfetto, per fortuna. Ha le sue pecche, i suoi scivoloni, ma di quelli che finisci per commettere quando stai realizzando qualcosa di grande e da cui non sei del tutto distaccato. Allora sono tornata a rileggermi tutte le critiche (anche parecchio pesanti) mosse al film e ne ho trovate essenzialmente di due tipi: quelle di chi il libro l’aveva letto e non ha gradito i notevoli rimaneggiamenti della pellicola (quantomeno a livello strutturale) e quelli di chi si era fatto una certa idea del contenuto del libro, non l’ha ritrovata nel film e ha sparato a zero di conseguenza. E quelli di chi non ha apprezzato il film, ovvio.

Dunque, Cloud Atlas può essere considerato un buon film? A mio giudizio, la risposta è un sì universale e un particolarmente sì nel caso i vostri gusti siano vicini ai contenuti del film.

Cloud Atlas Adam Ewing Atua

Ma lascialo crepare sto babbione, Atua!

Innanzitutto ho davvero apprezzato il processo di adattamento, che a mio parere fa delle scelte vincenti ogni volta che tradisce la sua fonte originale. La scelta di abbandonare la struttura a “mezzo episodio alla volta” del libro è coraggiosa e paga tantissimo, per due motivi: primo, copre il fianco delle storie meno riuscite intervallandole con quelle più affascinanti (mentre il lettore quando arriva nelle parti meno incalzanti, se le becca tutte, senza pause), secondo, evidenzia con estrema facilità i fili conduttori e le metafore ricorrenti del libro. Esempio: i movimenti di ascesa/discesa di ogni protagonista “stellato” vengono montati in una successione fluida, in modo che sia evidente il tratto comune delle storie, mentre alcuni pattern narrativi del libro sono molto difficili da cogliere, proprio perché ricorrono a centinaia di pagine uno dall’altro. Per quanto riguarda i singoli episodi, sono convinta che per una volta abbia pagato la scelta di avvalersi proprio di Mitchell per rimaneggiare la sua stessa storia.

L’esempio lampante è l’episodio di Robert Frobisher, quello più rimaneggiato. Decidendo di tagliare pesantemente sul numero del protagonisti coinvolti e di dare al personaggio una direzione emozionale più precisa (ovvero, è omosessuale, punto, mentre nel libro la cosa è parecchio più complicata) lo si priva sì di buona parte del suo spettro caratteriale, ma si rendono i tratti essenziali più forti e diretti. Inoltre i cambiamenti cercano di seguire il più possibile certi dettagli del libro, esempio: il quasi incontro tra Robert e Sixsmith avviene sul tetto di una chiesa, scena sicuramente figlia di Robert che attende la figlia di Jocasta sul campanile.

Cloud Atlas Vyris Robert Forbisher
Immagino invece di sorprendervi dicendovi che l’episodio che più mi ha deluso è stato quello di Neo Seoul (nel libro è uno dei miei preferiti), mentre presumo che i non lettori l’avranno apprezzato moltissimo. Seppur la carica visionaria di quel mondo stimoli evidentemente la fantasia dei Wachowski, considerando il materiale di partenza si poteva fare molto di più.
Tre considerazioni: ok che teoricamente tutti hanno il volto devastato dai continui rimaneggiamenti chirurgici (particolare però non menzionato nel film) però il make-up simil coreano è davvero terribile. Secondo: siccome non si è voluta accentuare la non-umanità della protagonista (nel libro viene spiegato che le manipolazioni genetiche esaltano caratteristiche non umane come le iridi rosa o le orecchie allungate da coniglio…ma anche le due ciocche colorate oh, cosa fanno manipolazione genetica) cercando di spacciarla come inserviente numero 451 di una marea di ragazze identiche (che poi sono attrici coreane diverse, ma si sa, gli asiatici, TUTTI UGUALI). Avrei preferito che si capisse che Sonmi 451 è il nome di un modello (tipo Barbie pattinatrice su ghiaccio 1997) e che nel locale Papa Song dove lavora (Papa Song che invece è spettacolare!) tengono varie copie dei modelli più in voga. Dettagli, come è un dettaglio il fatto che Yoona non si risvegli da sola, ma venga usata come sfogo sessuale, negandone ancora di più l’umanità; questa svolta invece l’ho parecchio apprezzata.

Cloud Atlas Zachry Meronym

Un classicone: la scena del Nazgul.

Terzo e ultimo dettaglio che mi ha fatto alzare un po’ le sopracciglia: Doona Bae. Almeno rispetto a quello che ho letto in giro, forse lievemente influenzato dalla sua manipolazione genetica che le impedisce di indossare qualcosa di più lungo delle mutande per tutto il film. Non che sia inguardabile, ma la sua interpretazione è più vicina alla virginale ragazza asiatica da salvare che alla carismatica ex schiava divenuta nei secoli una divinità grazie alla forza del suo messaggio. Inoltre sospetto che la bravura della sua doppiatrice (Ilaria Latini), che le dona in questo particolare episodio una voce piena di senso di meraviglia e pacatezza emozionale (tutto sto giro di parole per i non avvezzi agli anime, per gli altri: le tonalità tipo di Rei Ayanami) mentre negli altri ricorre a toni più caldi, differenziando notevolmente una recitazione che in originale ho qualche dubbio sia così efficace. Continuando a parlare di casting, mi suscita parecchie perplessità anche Jim Sturgess, che manca di guizzi di sorta, mortificato anche da una serie di personaggi poco carismatici, coronati dall’Inutile per eccellenza Adam Ewing.
Cloud Atlas Sonmi Hae-Joo ChangAl contrario, Tom Hanks vede la sua buona prova esaltata dalla grandissima varietà di ruoli da ricoprire, tra cui alcuni proprio da vero caratterista…diciamocelo, quando fa lo scrittore gangster tamarro è da applausi. Halle Berry sembra passare di lì un po’ per caso, l’ho trovata parecchio spenta. Su Hugo Weaving non c’è nulla da dire, mi spiace un po’ per lui che la sua fisionomia renda possibile farlo sembrare alla prima occhiata un killer o una divinità satanica, o comunque il Cattivo della storia. Potrei citare altri ancora e il loro ottimo contributo (Hugh Grant e Jim Broadbent) perché sapete già dove mi preme arrivare: ma quanto è riuscito il Robert Frobisher di Ben Whishaw, la mia persona denutrita preferita (che come si ha modo di notare dettagliatamente in questo film, è un filo meno anoressico di prima)? Si sa, io sono spudoratamente di parte, ma questo è l’ennesimo ruolo memorabile che chiude un 2012 di continua ascesa di questo attore finalmente uscito dall’ombra. Aiutato da un’ambientazione a lui congeniale (period drama) e da un ruolo nelle sue corde e scevro da orpelli di trucco e parrucco, Ben Whishaw fa quello che Sturgess e Bae mancano di portare a termine: amplifica il suo personaggio, lo rende folgorante, memorabile, straziante. Le capacità di Whishaw ci sono già state dimostrate quest’anno (The Hollow Crown, The Hour), qui però vediamo che quando il personaggio è nelle sue corde, il risultato è antologico. Non posso non citare almeno di sfuggita Georgette e il fatto che in quasi ogni sua apparizione, Ben finisca accoppiato con dei vegliardi. Ahhhh.

Cloud Atlas Robert Forbisher Sixsmith

Questa scena. Questa scena!

Regia, montaggio e set e fotografia sono tutti a servizio della storia e, sinceramente, il fatto che siano stati criticati mi ha lasciato basita; sfido chiunque a capire che siamo davanti a un film indipendente, costato poco più di 100 milioni di dollari e con una storia produttiva travagliatissima. Adesso, chi di voi vedendolo ha percepito che il progetto nasce e cresce in Germania? Ecco, diciamocelo: questo film si siede a fianco di tante pellicole hollywoodiane e passa inosservato. Il merito è del dimenticassimo Tom Tywker, il regista meno famoso dei tre, però quello che si è industriato fin dall’inizio per fare in modo che il libro infilmabile per eccellenza del 2004 diventasse un film. Spendo due parole per il make up: è vero che qua e là è posticcio, ma da quello che si diceva in giro ero pronta a ben di peggio. Inoltre mi hanno fatto notare che in alcuni passaggi i mascheroni meno veritieri potrebbero essere intenzionali (come la versione finale di Doona Bae moglie di Sturgess), per far capire chiaramente chi è chi al pubblico. Se anche voi come me avete dei seri problemi di riconoscimento anche senza il make-up, attendete l’utile riepilogo sui titoli di coda.

Portando questo discorso più sul generale, mi preme dire che nonostante apprezzi lo sforzo di “reincarnare” non solo il protagonista “cometato” ma anche tutti gli altri personaggi, nel libro questo processo è decisamente più slegato. Ovvero, a parte il marchio a forma di cometa, non è assolutamente possibile ricondurre precisamente le reincarnazioni dei comprimari nelle varie storie. Se da una parte è una scelta sicuramente affascinante, dall’altra mette un po’ troppo al centro il lato più finto buddhista zen che nel libro è solo uno degli elementi di una ricetta ben più raffinata, quindi posso capire chi si sia sentito di fronte a un film la cui morale sembra essere che, se non cucchi in questa vita, ti puoi sempre rifare nella prossima. Però a me è piaciuto moltissimo lo stesso. Colonna sonora? Mi sono già dilungata troppo, ma contate che la stessa cura nel ricostruire costumi e setting per le epoche si riflette sul lato musicale, che culmina ancora una volta nel sestetto di Frobisher.

Cloud Atlas Sonmi Yoona

Lo vado a vedere? Forse dovremmo accordarci sul fatto che, in caso di pellicola sci-fi, voi vi leggete il post e decidete senza che io mi debba pronunciare. Diciamo così: se il genere Wachowski non vi atterrisce e nemmeno i film molto lunghi e articolati, andateci, cercando di non caricare le aspettative in alcun senso ma lasciandovi emozionare.
Ci shippo qualcuno? Fufufufufufufu. Risata diabolica. Partiamo dal presupposto che già nel libro io immaginavo un personaggio tipo Ben per Robert e quando ho scoperto che il casting dei sogni era diventato il casting ufficiale ho avuto un lieve mancamento. Ho passato i mesi successivi a pregare che non venisse estirpata del tutto la quota omosessuale della storia, già immaginandomi l’impatto emotivo dell’ennesimo Whishaw canon. Però pensavo di essere tranquilla, niente poteva sorprendermi. E INVECE. Invece siamo tornati al disperato urlo silenzioso della fangirl in incognito perché, con mia grandissima sorpresa (e delirio successivo) è decisamente, indescrivibilmente e magnificamente almeno un 65% più omosessuale dell’originale. E non mi riferisco solo ai nudi (che comunque, ehi, grazie) e alla scena d’apertura (vi lascio immaginare il mio ghigno al ripensarci), mi riferisco proprio al rapporto con Sixsmith (approposito, ma chi è questo James D’Arcy, acciderboli, fufufufu!) e, vera perla, con Ayris che non me lo aspettavo. Quella scena in cui lui distrugge staccando pezzo per pezzo il cuore di un Ben Whishaw sull’orlo delle lacrime *inserire qui urlo ultrasonico*. Vabbè, qui mettiamo un piccolo gregge.
Ship SheepShip SheepShip SheepShip SheepShip Sheep
Piccola nota: nell’episodio di Adam Ewing, Whishaw appare solo per qualche secondo, interpretando un personaggio di nome Raphael. Nel film non viene mostrato, ma pure questo ragazzo muore suicida a causa di rapporti omosessuali. Niente, volevo rendervi partecipi di quello che per me è l‘easter egg delle fangirls.

Quanto ci sono rimasta male che dopo tanta attesa sia stato schifato tanto in America? Se continua così, siamo davanti al John Carter del 2013.
E sulle polemiche sul presunto razzismo? Direi che è meglio non esprimersi, se i paladini dei diritti delle minoranze si scagliano contro un film in cui tra i primi 11 attori creditati, 5 appartengono alle supposte minoranze e i due ruoli femminili assoluti sono nelle mani di una sudcoreana e alla prima interprete di colore ad aver vinto l’Oscar come miglior attrice protagonista. Alla polemica mostruosa e completamente gratuita sulla mancanza di asiatici per ricoprire i ruoli maschili ho provato a intervenire su vari forum, sottolineando che se è considerato “razzista” che Sturgess interpreti un coreano, allora dovrebbe esserlo anche Berry che interpreta un’ebrea col naso posticcio e Bae che fa una messicana. Mi è stato risposto che non capisco niente che NON E’ LA STESSA COSA, ma alla mia richiesta di spiegarmi il perché non è pervenuta risposta. Rimane il fatto che è quantomeno bizzarro accusare di razzismo un film per non ingaggiare un asiatico per una delle parti da protagonista nel segmento in cui nella fonte originaria viene chiaramente detto che i volti sono così stravolti da non essere riconducibili più a niente di certo, soprattutto dopo che per mantenere una sudcoreana in tutte le storie la si sottopone ad un processo di make-up che poi viene utilizzato come arma delatoria contro il film.

Non ho riconosciuto nessuno degli attori il di fuori della sua storia principale! Nessun problema, beccati l’infografica salvatrice.

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