Tag

, , , , , , , , , , , , , ,

A volte il distacco temporale permette di giudicare un prodotto culturale sotto un’ottica differente. Per me Les Misérables è l’esempio calzante. Ho avuto modo di vederlo qualche tempo fa e, se all’uscita della sala ero un po’ scettica, devo ammettere che col tempo, ripensandoci, mi è cresciuto dentro. Senza scalfire tutti i se e i ma del post-visione, è avvenuta una certa rivalutazione, tanto da consigliarvi di considerare l’ipotesi di dargli una chance, a patto di non soffrire di qualche grave controindicazione.

Les Misérables le barricate

Libertà! Uguaglianza! Fraternità! Francia!

Le controindicazioni sono sostanzialmente tre:

  1. Non amate il genere musical – abbastanza ovvio, ma elevato all’ennesima potenza. Dalla prima sceneggiatura infatti il regista ha preteso venissero tagliati buona parte dei dialoghi, lasciando qualcosa come venti battute non cantate in tutto il film. 
  2. Non riuscite a star dietro ai sottotitoli – la Universal ha fatto una scelta molto coraggiosa (cattiva? Forse un po’ dettata anche dal portafoglio), ovvero il film non ha le canzoni doppiate, ma in originale, sottotitolate. Dato il punto precedente, è praticamente in lingua originale. Prima che veniate qui a farmi i progressisti che il sottotitolo è meglio a prescindere, sono stata testimone più e più volte di persone che, per problemi di vista e/o totale incomprensione della lingua, soffrono molto la visione, specie se non in home video (con la possibilità di fermare e riavvolgere). Contate che il film supera abbondantemente le due ore. Mi pare giusto sapere a cosa si va incontro.
  3. Odiate le tematiche e lo stile da grande romanzo ottocentesco – La fonte è comunque “I Miserabili” di Victor Hugo. Quindi Amore, Morte, Libertà, Oppressione Miseria, Redenzione, Colpa (proprio tutte con la lettera maiuscola) abbondano. abbondano oltre misura. Siete avvertiti.

Che dire? Tom Hopper è un regista forse persino sotto la media, completamente privo di quel guizzo artistico e folle di tanti nomi blasonati. Forse però è questa sua ossatura prevedibile, questa sua rassicurante sicurezza nel fare le cose a modo suo senza mai esagerare ad averlo portato a dirigere un film del genere, affidatogli prima ancora de “Il Discorso del Re”, con un cast, un budget e un carico di aspettative mostruosi. Eccettuato per la monumentale, impressionante scena iniziale, il film non ha altri momenti che destano meraviglia, anzi, la regia è veramente prevedibile. Ora strizza un po’ l’occhio al mondo teatrale lì, ora al cinema legato al romanzo sociale qui. Niente di strabiliante, ok, però gestire set mastodontici, un numero di comparse cospicuo, numerosi protagonisti e comprimari, con in aggiunta la difficoltà del cantato magari suggerisce che non sarà artistico, ma sa contenere ogni fonte di pericolo. Scadere nell’eccesso e nel ridicolo con un materiale tanto noto e tanto paternalistico è un attimo. Hopper non si concede scivolate nemmeno una volta e si ritrova di nuovo a pasteggiare agli Oscar. Dove sono invece Joel Schumacher e Baz Luhrmann, per citarne solo due che si lasciano prendere la mano? Ecco.

Les Mis Eponine Marius

Anche la scelta di far cantare gli attori dal vivo, piuttosto che vivere di facili playback registrati mesi prima è farina del sacco di Hopper. Sicuramente è una mossa che a livello promozionale ti assicura un notevole buzz, così come ti crea una serie di grane sul set non indifferenti (cantare una decina di ore al giorno per settimane senza far perdere la voce a nessun attore, per esempio). Se da una parte gli attori hanno una gestione più emotiva e naturale delle tempistiche musicali, dall’altra permette di puntare il dito facilmente sui membri più deboli del cast. Amanda Seyfriend possiede veramente l’aura angelica e verginale di Cosette, ma è praticamente afona e Russell Crowe ha la fisicità e la potenza necessaria per un personaggio così estremo come Javert ma lui sì che avrebbe beneficiato di un playback!
Mi preme però sottolineare che il cast non fa così schifo come si legge in giro anche perché, onore al merito, “Les Misérables” è veramente un film e non un musical filmato. Che Hugh Jackman e Anne Hathaway non siano lì per caso l’avevano già dimostrato (insieme!) un paio di anni fa. A stupire però non sono (solo) le loro voci, ma proprio la perfetta commistione tra cantato e recitato, ma recitato davvero, con una gamma di emozioni e passaggi e una capacità incredibile di reggere primi piani drammatici davvero poco comune. Invece gente che viene dai musical come Samatha Barks non ha certo problemi d’intonazione, ma quanto soffre il passaggio al cinema! Quando hai in mano una bomba emotiva come “On my own” e non riesci a slegarti completamente dall’impostazione artificiale degli spazi teatrali e dal pubblico di fronte a te a cui rivolgersi, manchi clamorosamente un picco emozionale che invece i due sopracitati cercano e ricercano (aiutati da Hopper che, nel nascondersi dietro ai suoi attori ed esaltarne in tutti i modi le doti senza renderli grotteschi è bravissimo) e spesso raggiungono. In particolare non si può non sperticarsi per Anne Hathaway che in effetti, sì, ha un ruolo minuziosamente realizzato per colpire nel segno (delle giurie e del pubblico), ma bisogna anche dire che personaggi di una tale tristezza a palate vanno gestiti così naturalmente da non farli sembrare caricature di drammoni scritti con mano pesante. Lei sa farlo, gestendo una pressione da aspettativa molto elevata.
In un certo senso, sono importanti anche i siparietti comici di Sacha Baron Cohen e Helena Bonham Carter, che spesso riacciuffano il film prima che finisca per diventare un pappone melenso.
Se siete dei fan delle preparazioni estreme degli attori per interpretare ruoli limite, qui troverete pane per i vostri denti: diete drastiche, tagli di capelli drastici, svenimenti per vestiti troppo pesanti in set caldissimi, disidratazione autoindotta e tanto, tanto altro.

Sulle musiche, difficile aggiungere altro, ovvio che si gioca per vincere, presentando canzoni dalla fama veramente universale. L’unica aggiunta inedita, “Suddenly”, è di un anonimo incredibile, ma il suo lavoro di fare l’inedito che fa acchiappare la nomination all’Oscar l’ha portato a termine comunque.
Merita una menzione tutto il reparto tecnico, non sempre per i risultati (a volte non convincenti), ma per la dimensione “sovrascala” di tutto. Location in mezzo mondo (Francia inclusa), grandissimi set ricostruiti in grandissimi studios (detto questo, il covo dell’ABC è di un posticcio teatrale mica da ridere, però i set che aprono e chiudono il film fanno perdonare tutto), costumi da bruciare, strappare, alterare, loradare e poi per fortuna che c’è almeno Cosette da vestire da bambolina. Peccato che nella sua ricerca continua di rimando ai colori patriottici francesi, Paco Delgado sia incappato in uno dei costumi più ridicoli della storia recente. La divisa azzurro chiaro di Russell Crowe che, forse per la sua stazza importante, in effetti fa un po’ ridere. Però ci ha anche regalato questo epocale scambio di tweet, quindi va bene, grazie lo stesso.

Les Misérables ABC Marius

Lo vado a vedere? Solo a patto di riuscire ad avere un approccio apertamente emozionale. Non intendo dire di spegnere il cervello. Certo che se la vostra reazione al grandeur è quella di fargli le pulci e chiudervi a riccio trincerandovi dietro la ragione, allora non fa per voi. Se invece siete emotivi, fazzoletti.
Ci shippo qualcuno? Sì, e in base a chi shippi, si capisce molto di te. Per le più giovani, l’irruento gruppo dell’ABC fornisce una ricca fonte di personaggi più o meno sullo sfondo da assortire sulla base di qualsiasi principio, anche cromatico. Per le più navigate, le amanti delle coppie virili e dell’angst, Javert e Vanjean e il loro conflitto già piuttosto sospetto sono una scelta obbligata (aspettate, ricordatemi per quanti anni Javert insegue Valjean, essendone praticamente ossessionato? E la sua reazione alla “perdita” dello stesso?), Inoltre i personaggi sono amplificati da due uomini tutti d’un pezzo, fatti e finiti come Jackman e Crowe. Notevole.
Momento Karaoke? Decisamente, la voglia di cantare nel post-visione ci sta tutta. Poi dipende dal vostro carattere decidere cosa cantare, se le canzoni lacrimevoli, quelle epiche o quelle d’ammmmore. O tutte.

Qui la mia recensione su LoudVision.
Qui una rubrica su LoudVision, dedicata ai retroscena gossippari della trasposizione da musical a film.

Annunci