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Secondo alcuni la fantascienza starebbe vivendo un periodo d’oro al cinema. Personalmente invece ritengo che uno sparuto numero di pellicole d’azione/thriller con qualche elemento fantascientifico e un paio di vere perle dalla produzione piuttosto risicata siano riuscite a balzare agli onori della cronaca, permettendo ad alcuni “registi di genere” di cimentarsi con budget e progetti dalle proporzioni più rilevanti.

Oblivion Victoria
Joseph Kosinski teoricamente rientrerebbe in questo novero. D’altronde quando il tuo scopritore è Fincher e con le tue prime sequenze IMAX impressioni i piani alti della Disney, attrai l’attenzione di tutti.
Già il passaggio successivo però non è così logico: come è riuscito Kosinski a ottenere dalla Universal Pictures 120 milioni di dollari per girare una sua storia breve (12 pagine) poi trasformata in graphic novel e presentata in forma di ashcan copy (una forma grezza che permette di tutelare il proprio diritto d’autore sulla storia originale) in qualche migliaio di copie al Comicon di San Diego del 2010? Specie dopo il mezzo fallimento di un titolo che si vende da solo come “TRON:Legacy“, intendo.

Se avete presente anche vagamente il TRON di Kosinski, sapete già tutto quello che non va in Oblivion. Si tratta della sua seconda prova semplicemente ineccepibile dal punto di vista visivo ma decisamente tediosa dal punto di vista narrativo.
Tecnicamente parlando, a Oblivion non solo non si può criticare niente, ma bisogna veramente riconoscere un enorme sforzo creativo e produttivo, sin nelle rifiniture, ovviamente esaltato dalla visione in IMAX.
Il centinaio e passa di milioni di verdoni è investito nella ricostruzione di uno scenario terrestre desolato ma che quasi torna a verdeggiare, con lunghissime distese desertiche in cui si fondono scenari post apocalittici e piante e muschi pronti a rifiorire lasciando dietro di sè le rovine della civiltà americana. Stiamo parlando di 7 giganteschi studi di posa in Lousiana e una decina di giorni di riprese in Islanda, sfruttando la stagione in cui le ore di luce sono più di venti al giorno per girare tutto il girabile in poco tempo. Così in un cratere dell’estremo nord un comparto di effetti visivi irreprensibile costruisce uno stadio di football ormai a pezzi e Tom Cruise lascia un solco nerastro in una distesa infinita di ceneri vulcaniche proprie dell’isola europea.
Leggere le note di produzione di questo film fa comprendere a fondo quale sforzo mastodontico e artigianale stia dietro a certe produzioni e si può comprendere perché film del genere (altro esempio recente, Prometheus) indugino tanto con il loro sguardo sul paesaggio.
Qui bisogna fare una menzione speciale alle scenografie di Ronald R. Reiss; la SkyTower in cui vivono Jack e Victoria potrebbe costituire un film a sè. Una riproduzione decisamente credibile di un’altissima torre su cui campeggia tra le nuvole un appartamento dal design minimal-futuristico in cui alloggia il duo addetto alla supervisione dei droni. Kosinski lo sa e non a caso lo esalta creando una scena volutamente stupefacente, quella della piscina.
Impossibile non menzionare anche lo Bubbleship, l’astronave leggera biposto su cui Jack Harper si sposta. Accanto allo sforzo visivo per immaginare un’astronave il cui corpo centrale ruota di 360 gradi e a quello di realizzarla per intero (con tanto di montaggio manuale e spedizione dei singoli pezzi dal luogo di produzione al Lousiana), non bisogna dimenticare il set costruito appositamente su un giunto cardanico, una sorta di simulatore di volo che permette di riprendere le reazioni dei corpi dei protagonisti in fase di volo (altro aspetto su cui il regista indugia parecchio).
Il tutto è ulteriormente esaltato da effetti speciali mimetici, che non fanno percepire quando in originale dietro a Cruise e soci c’era un green screen e quando le lande islandesi.
Il settore musicale invece non è così esaltante, pescando in classiconi che il protagonista possiede su vinile e mescolandoli a strumentali con più di un’eco sospetta a Hans Zimmer. La canzone “Oblivion” (M83) però non è malaccio e rende molto l’atmosfera del film.
Oblivion Islanda

Insomma, una confezione impeccabile, che però non può rimediare alle mancanze del suo contenuto.
La verità è che quanto cerca di fare Oblivion lo ha già fatto nel 2009 con esiti decisamente più esaltanti e un budget ridicolo Moon di Duncan Jones e in parte il secondo lungometraggio del regista, Source Code.
Se avete visto Moon, a un quarto d’ora dall’inizio saprete già dove sta andando a parare il film che la Universal tanto raccomanda ai giornalisti di non spoilerare. Se non avete visto Moon, è un peccato spoilerarselo con la brutta copia ricca della sua storia, fidatevi.
Anche questo film di Josinski cade nel lungo voice over iniziale, incapace di spiegare un contesto tutto sommato semplice (e saldamente ancorato ai canoni della fantascienza cinematografica più celebre) su mera base visiva (e con i mezzi visivi che ha!). Oblivion è un’altra pellicola bella e senz’anima, che invece che emozionare di fronte alla lunga prima parte “paesaggistica” annoia. Fredda, senza vero convincimento quando le vicende toccano più da vicino i protagonisti.
La regia poi sa essere così canonica (con tanti, evidentissimi rimandi a tutti i classici, da 2001: Odissea nello spazio in giù) ed enfatica nel presentare i climax narrativi da renderli ancora più posticci, vanificando l’effetto sorpresa di scelte narrative tutto sommato quasi obbligate in un film futurista che è costantemente voltato ad omaggiare il passato.
Così le due ore e rotti di pellicola si dilatano all’infinito nella percezione dello spettatore, annoiando. La noia è la vera protagonista in più di un passaggio.

Oblivion Andrea Riseborough

La mancanza di verve è da attribuirsi anche a un cast piuttosto ristretto e poco ispirato, con la sola eccezione di Andrea Riseborough che, vuoi per la svogliatezza di chi la circonda, vuoi per la magneticità con cui impregna di ambiguità la sua Victoria, è l’unica in grado di suscitare qualche brivido. La scoperta della Riseborough è uno dei pochi meriti del film.
Melissa Leo ha una parte davvero troppo risicata per brillare altrettando luminosamente, mentre Olga Kurylenko rimane un’incognita; Julia è l’ennesimo ruolo poco profondo e più che altro fisico, a cui si attiene diligente. Ancora impossibile capire se e quanto talento possegga come attrice. Morgan Freeman e Nikolaj Coster-Waldau hanno spazi così risicati che stanno lì più a blasonare il casting che altro.
Veniamo a Tom Cruise, che si è offerto di fare la parte di Jack Harper dopo aver letto lo ashcan copy. Innanzitutto non si capisce bene se Kosinski lo abbia davvero accettato di buon grado o se lo sia più o meno ritrovato lì, impossibile da rifiutare. Se da una parte Jack Harper è una sorta di versione futuristica di suoi tanti ruoli, dall’altra una certa mancanza di empatia va tutta addossata alla pessima perfomance resa da Cruise. Rimane un po’ ingenuo pretendere da una superstar di questo calibro di mimetizzarsi come uomo qualunque come riesce agilmente a fare un Sam Rockwell qualsiasi.
Tuttavia non si può soprassedere al fatto che Tom Cruise ci crede pochissimo, ripetendo stancamente battute che non sente sue, copincollando toni e tempi che gli conosciamo da anni, mancando clamorosamente un’adeguata risposta emotiva in un paio di occasioni (su tutte, quella nella zona radioattiva). Che se non fosse Cruise, vi avrei già detto l’amara verità: qui recita veramente da cani.

Lo vado a vedere? Solo a patto di aver già visto Moon e di essere l’equivalente del videogiocatore che se ne frega della storia, purché il frame rate sia elevatissimo.
Ci shippo qualcuno? Purtroppo no, perché sarebbe servito a passare il tempo. Anche se uno non ci mette molto a mettere a frutto gli attriti tra Vika e Julia, quello no.

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