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Sono abbastanza sicura che il cosiddetto “target di riferimento” di questo blog abbia già avuto modo di vedere Iron Man 3, un franchise che riesce sempre a posizionare i suoi film in periodi di una magra cinematografica tale che l’attesa sale di riflesso.
Però diciamocelo: quando un film che parte con tante incognite (un cambio di regia in corsa, l’impatto del post-Avengers da gestire, il contratto pendente di Robert Downey Jr.) e tira fuori una storia convincente ed entusiasmante come questa, viene sempre voglia di tornarci su e parlarne.
Iron Man 3 non è ancora il film capolavoro Marvel, quello che aspettiamo con trepidazione per poterlo spendere in ogni conversazione con quelli che “eh, ma i film coi supereroi son commercialate”, però è un gran bel fim, sicuramente tra i 5 migliori dalla nascita dei Marvel Studios.

Iron Man 3 Tony armatura divano

al cinema ho pensato subito “questa sarà l’immagine prima del cut”

Se avete voglia di leggervi un’analisi meno fangirlistica sul ruolo di Robert Downey Jr.  nel rendere Iron Man il vessillo della Marvel, ne ho già scritto in maniera abbastanza contenuta QUI.

Occhio, ci sono SPOILER abbastanza rilevanti!

2013, anno del “mi devo ricredere”. Perché io sulla regia di Shane Black, che alla fine si è rivelata l’asse portante di questo film, non ci credevo quasi per niente.
Partiamo dal presupposto che non impazzisco proprio per gli action e i buddy movies (quindi annulliamo l’effetto fiducia generato dal compendio di film rilevanti che Shane Black ha scritto negli ultimi venticinque anni). A me il Natale, i dialoghi inseriti nella sparatorie e tutti i marchi di fabbrica li vivo senza troppo entusiasmo.
Consideriamo poi che Black è entrato in piena pre-produzione quando Jon Favreau si è accorto che manco per sbaglio riusciva a gestire la regia di un progetto del genere incastrandola in altri suoi progetti in corso (senza però lasciare ad altri il personaggio di Happy Logan, che quando sei un fissato di queste cose su certi punti non si transige). Che poi, dopo il mezzo guazzabuglio di “Iron Man 2”, la scelta di cambiare regista non era poi una così cattiva idea.

Il problema, poi rivelatosi la miglior soluzione, era l’entità del progetto (troupe e budget mastodontici, scene d’azione a rullo, continua necessità di integrare CGI, green screen e attori in carne ed ossa), messo in mano a uno che aveva alle spalle solo “Kiss kiss bang bang”, non esattamente una sfida sullo stesso livello. Il nome poi, al solito, l’ha tirato fuori Robert Downey Jr, che dire che ha l’occhio lungo per scelte creative e di produzione significa spiegare solo parzialmente come sia riuscito a tornare dal periodaccio passato alla fine degli anni Novanta, divenendo la Speranza di tutti quelli con la carriera a puttane (Taylor Kitsch, sto guardando specialmente te).
Così, confermando lo status giovane e votato alle scelte rischiose (e diciamolo, allo stipendio che per ridotta quantità di zeri piace assai) dei Marvel Studios/Disney, Black è stato preso su raccomandazione del protagonista e si è messo al lavoro. In pratica ha preso la sceneggiatura di Drew Pearce e ci ha ricamato così tanto sopra da ritagliarsi un credit per la sceneggiatura, avvcinando pericolosamente un film supereroistico a un film alla Shane Black.

Don robert downey jr iron man 3

Non fraintendetemi, figata! Però l’unica debolezza della pellicola sta tutta lì, nell’ennesimo ridimensionamento del “supereroe” per lasciar spazio al “superincasinato” Tony Stark. Che è una cosa che mi lascia sempre parecchio perplessa (o mi fa direttamente incazzare, sì Batman di Nolan, sto guardando te!), perché non è rendendo il film di supereroi qualcosa d’altro che si porterà a piena maturazione il genere, bensì lavorando dentro il genere stesso, superando l’approccio ironico e un po’ guascone (e un po’ paraculo) preso da “Thor” in giù e applicandocisi con serietà, cercando di non scadere nel ridicolo.
Se infatti in “Iron Man 2” la centralità di Tony Stark e l’istrionismo di Robert Downey Jr hanno salvato il salvabile di una pellicola veramente mal scritta e sciattamente diretta, in “Iron Man 3”, dove tutto sembra funzionare per il meglio, il continuo parcheggiamento dell’armatura (e di Iron Man supereroe) per dar spazio a Tony dopo un po’ pesa. Pesa perché l’azione vera arriva solo nel gran finale, assestando di fatto solo tre-quattro scene mozzafiato, veramente clamorose eh (il salvataggio dell’equipaggio dell’Air Force One, il combattimento con i vari droni), ma troppo, troppo in ritardo.
Pesa perché di fondo è lo stesso studios a frenare a tavoletta sul lato più oscuro di Tony in Extremis, storia “rifondativa” in sei uscite del 2005, che ormai è la fonte ufficiale del personaggio cinematografico (dato che tutta la menata sul virus è presa a piene mani proprio da qui, dopo che il primo film aveva deciso di rifarsi alla genesi del personaggio ridisegnata da Warren Ellis, a cui venne sostanzialmente chiesto dalla Marvel Comics di dare una rinfrescata alle origini di Stark, creando uno dei cicli recenti più apprezzati). Così, tirato da una parte dalla shaneblackizzazione della trama e dall’altra dal bisogno della Disney di tamponare sugli eccessi e le stronzate micidiali che costituiscono la natura stessa dello Stark fumettistico (alcolismo? Dopo quel tiepidissimo tentativo del secondo film, la dipendenza è completamente svanita, lasciando spazio a un più rassicurante problema di gestione dell’ansia, cosa che capita anche alle persone per bene), ne esce un film che riesce ad accontentare tutto il suo ormai vastissimo pubblico, ma si dimentica di lavorare sul suo nucleo centrale.

Iron Man 3 armatura sul divano

Non fraintendetemi, il film mi è veramente piaciuto molto e all’uscita ho subito dichiarato che era il migliore dei tre, nonostante qualche punto della sceneggiatura mi lasciasse perplessa (vi spiego dopo). E che quindi il rammarico è triplo, perché la chiusura dell’arco narrativo (del primo arco narrativo, si spera) dedicato ad Iron Man poteva essere l’occasione perfetta per fare il salto di qualità e ficcarci un film finalmente maturo. Perché il resto funziona alla meraviglia: Robert Downey Jr. è in uno stato di grazia ormai perenne, riuscendo a bilanciare il lato emotivo di Tony, quello smargiasso e tutta una serie di frecciate e stoccatine tra il pop e il sociologico. Jon Favreau continua ad essere il miglior Happy possibile, anche se passa metà del film a percepire Downton Abbey dal letto di un’ospedale. Gwyneth Paltrow non ha molto tempo a disposizione ma GRAZIE a chiunque abbia deciso di virare dal corso di Extremis e dare l’enpowerment del virus a lei e non a Tony, che di aggiornamenti tecnologici ne ha già abbastanza. Perché non ci crede nessuno che alla prima occasione utile a Pepper non si risvegli il potere, tanto quanto nessuno crede che il personaggio di Rebecca Hall (già extremizzato) sia morto morto, con una singola pallottola, morte farlocca persino nel fumetto eh. D’altronde è la Marvel, la morte è una questione puramente transitoria.
Inutile negare che il capolavoro della storia stia nella gestione del personaggio del Mandarino, motivo di numerose conversazioni scorate tra appassionati. Perché è vero che di fatto è uno dei villain (dei cattivi) più iconici, è un malvagio a tutto tondo non solo del ciclo di Iron Man, ma proprio di tutto l’universo Marvel, ma è anche vero che gira conciato come uno stereotipo vivente. Quel genere di cose che nelle pellicole con attori in carne e ossa tende a scadere nel trash assoluto. Qui c’è il vero colpo di maestria, la corretta sintesi tra realismo e fedeltà alla fonte, incarnata da un travolgente Ben Kingsley, che di fatto fa tutto il lavoro, anche quello di Guy Pearce (ma tanto, chi ci crede che sia morto morto? Nessuno, quindi avrà anche lui il tempo di tornare e farci altri spiegoni). La risoluzione del problema è semplicemente perfetta, completamente in linea con lo spirito smargiasso e la sottile vena di sfiducia nella contemporaneità che permea questo franchise. Posso dirlo ancora una volta? Perfetto. Bravi.
Soprattutto perché mentre pensavo di aver visto ogni singolo fotogramma del film in un battage pubblicitario martellante e onnipresente (persino con Trenitalia, no dico!), alla Marvel hanno preso un approccio alla Bad Robot, coprendo accuratamente i veri punti di svolta della trama.

Ultime perplessità, figlie però della riflessione post visione, più che del “eh!?” mentre mi venivano propinate dal film:

  1. Vero è che in genere le ripercussioni più terrificanti sul genere umano sono generate da una qualche cazzata ignobile fatta da Tony Stark per nutrire il suo ego, ma diventare un super villain solo perché ti ha lasciato sul tetto a Capodanno (che poi si capiva benissimo che era ironico, suvvia!) mi pare un tantino eccessivo.
  2. Ok che il progresso tecnologico è velocissimo e si fatica a stargli dietro, però qui ormai siano completamente nel favolistico. Prima ci voleva un film per costruire un prototipo costosissimo, fatto di materiali più che rari e con notevoli difficoltà tecniche, adesso, pur non dormendo, Tony Stark ha praticamente un esercito costruito manualmente nello scantinato di casa. Per non parlare della recente onniscenza di Jarvis e della risoluzione investigativa dell’attentato seguendo il metodo Angeli&Demoni: segui la mano della statua del Bernini, di Happy e troverai la verità!
  3. Ok, per il momento è pausa Avengers, però si poteva adottare la soluzione standard dei comics e far dire a Tony Stark “No, potrei chiamare lo Shield per farmi aiutare, ma no, NON MI FIDO”. Perché uno poi si chiede cosa stiano facendo Captain American e Nick Fury mentre il Mandarino minaccia gli Stati Uniti.

Ma chi stiamo prendendo in giro!? Con un inizio del genere (con l’espediente più evocativo in ASSOLUTO del 1999) e un proseguo all’altezza, a Shane Black gli perdoniamo un po’ tutto.

Iron Man 3 Iron Man Pepper

Lo vado a vedere? Buca il capolavoro, ma non è poi di molto sotto. Un gran bel film, un ottimo successo e…no “Thor – The Dark World” (novembre 2013), non stiamo assolutamente mettendoti sotto pressione
Ci shippo qualcuno? No, almeno fino a dopo i titoli di coda, quando è evidente che la Marvel guarda le fangirl negli occhi e gli sussurra “no, non mi sono dimenticata di voi!”
C’è il fottuto cervo metaforico? Sìììì! Anche se la cosa che mi ha più emozionato è che, usciti da Miami, tutti hanno le camice di flanella e il fucile a canna doppia. Ahhhh, l’America!

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