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hugo award logoForse per i lettori italiani non è una connessione logica così automatica, ma in ambito internazionale quando si parla di fantascienza, si parla di Hugo e Nebula Award. I due premi (semplificando, il primo scelto da una giuria di lettori, il secondo da una di critici) sono di fatto un importante punto di riferimento per farsi un’idea di cosa ha sfornato di meritevole il genere in lingua anglosassone. In molti paesi (Germania, Giappone…) esistono premi paralleli su ambito nazionale ma diciamoci la verità; nessuno gode della fama e del prestigio dei due sovracitati, fosse anche per il semplice fatto che ormai l’inglese è comprensibile e compreso in ogni angolo del globo.
Una piccola eccezione c’è: Arthurt C. Clarke Awards, che analizza ogni anno il meglio della produzione anglosassone. Molti dei suoi finalisti però finiscono per essere nominati anche al di là dell’oceano, rendendolo di fatto una possibile anticamera per i premi sopracitati.

Siccome io stessa tendo a organizzare le mie letture sulla base di queste nomination e sulle voci che sento riguardanti i nominati negli anni precedenti, ho deciso di scrivere due righe su un paio di libri che ho recuperato personalmente. Per il momento vi parlerò di nominati allo Hugo, anche se incidentalmente spesso l’approdo al Nebula è inevitabile.

Il post vuole essere un aiuto per chi vorrebbe provare qualche titolo di fantascienza recente ma la scarsa fama del genere nel Bel Paese e il miscuglio di Urania e titoli di case editrici microscopiche tremendi e bellissimi lo mette un po’ in crisi. Nella selezione ci sono libri che considero generalmente validi. Alcuni non mi sono piaciuti, ma potrebbero essere adatti a chi ha gusti differenti dai miei.

Old Man's War copertina libroOld Man’s War (Morire per Vivere)
John Scalzi 
nomination allo Hugo Award Best Novel 2006

Ecco il classico esempio di buon libro che non fa per me. John Scalzi, già noto blogger, ha costruito la sua fama di scrittore fantascientifico su questo primo volume di una saga in cui 75enni provenienti dal pianeta terra vengono reclutati dalla CDF (forze di difesa coloniale) per difendere l’espansione coloniale umana dalla minaccia costituita da altre specie aliene nemiche in altre galassie.
il debito dichiarato è quello con Robert Heinlein e il suo Starship Troopers (da noi “Fanteria dello Spazio”), il collegamento più immediato a quella fantascienza degli anni ’50/’60 in cui il protagonista è un uomo medio ma incredibilmente capace, invischiato in una serie di avventure nello spazio in cui sembra divertirsi abbastanza e a cui esce sempre bene (molto bene). Approfondimento psicologico ai minimi, questione morale non sui radar, in genere posizioni dal destrorso all’estremo in campo militare.
“Old Man’s War” scorre incredibilmente bene, ha ritmo, riesce a coniugare i molti momenti votati all’azione militare, all’assalto di feroci creature aliene con l’evoluzione della storia dell’ex scrittore ora soldato John Perry e del gruppo degli Old Farts. Non mancano nemmeno i classici personaggi laureati in fisica che spiegano agli altri (e al lettore) le implicazioni più affascinanti e complesse delle innovazioni tecnologiche più ardite (molte delle quali legate ai viaggi interstellari o ai corpi ibridati e potenziati che vengono forniti per combattere).
Il problema per me è che omaggiare Heinlein nel nuovo millennio non può prescindere dal fare un minimo di critica a quanto il protagonista è costretto ad accettare. Se quando leggo un titolo degli anni ’60 posso accettare una certa piattezza dei personaggi, una certa misoginia e un certo sentimento d’infallibilità strettamente connesso alla situazione politica americana di quegli anni, da John Scalzi mi aspetto di più, dato che a lui non è preclusa la conoscenza delle conseguenze di quel pensiero.
Già il fatto che John Perry accetti senza quasi batter ciglio che le CDF sostengano non solo la difesa delle colonie umane, ma anche l’attacco preventivo di altri pianeti abitati da specie diverse a fini coloniali mi ha lasciato parecchio perplessa. La spiegazione che gli viene fornita poi è al limite del grottesco: “Nell’universo, gli umani sono in numero nettamente inferiore rispetto ad altre specie e la colonizzazione di pianeti ancora liberi, agguerrita. Quindi bisogna combattere e uccidere per impadronirsene e difenderli. Voi che siete umani, dovete sostenere il genere umano”, detto ad una classe di coscienze umane impiantate in corpi ibridati, di color verde, con occhi simil felini e caratteristiche ampiamente artificiali come una sorta di portatile interno (il BrainPal) e lo SmartBlood, un composto sintetico che sostituisce il sangue. W la coerenza.
Il punto che mi fa *veramente* incazzare è che in realtà solo un paio di personaggi pongono dei dubbi eticamente rilevanti sull’azione delle CDF (di cui, notate bene, non si sa mai nulla se non dei livelli più inferiori)  e questi personaggi sono degli emeriti deficienti, che vanno incontro a morti atroci e meritatissime. Il tutto elevato alla seconda se si parla di Brigate Fantasma.
Insomma, la dimensione politica è completamente assente da romanzo e nessuno dei suoi abitanti sembra mai porsi il problema di capire, in generale, quale sia il disegno complessivo che guida l’azione delle CDF e chi l’abbia tracciato. Non si sa nemmeno in che tipologia di governo siamo! Dittatura? Repubblica? Monarchia? ZERO.
John Scalzi si è difeso più volte asserendo che la fantascienza è un genere in cui più di altri si tende ad identificare la voce narrante con quella dell’autore e del suo pensiero. Il problema è che rendere omaggio a Heinlein non deve per forza significare ricalcarne la traiettoria anche quando viziata da evidenti errori di calcolo, dovuti all’epoca in cui viveva.
Altro aspetto che mi lascia un po’ perplessa riguarda il protagonista, che è più che heinleiniano, soprattutto per le botte di culo che lo portano a scalare velocemente la gerarchia di comando e per un suo atteggiamento un po’ grezzo nei confronti delle donne del romanzo (Jane in particolare). Non lo definirei un romanzo misogino, ma mi hanno fatto ridere le uscite di quanti sostengono sia femminista perché “ehi, ci sono un sacco di personaggi femminili, ben più di quanti strettamente necessario”. Data la marginalità delle stesse e la facilità estremamente sospetta con cui finiscono puntualmente tra le braccia del nostro, mi permetto di dissentire.
Me lo consigli? Da provare nel caso siate alla ricerca di qualcosa di diametralmente opposto alle alle angoscianti distopie e ai grandi dilemmi interiori che in genere sforna il genere negli ultimi decenni. Se poi amate la space opera e le avventure senza troppe complicazioni alla ’50/’60, fa proprio per voi.
Esiste un’edizione italiana? Sì e non è nemmeno così tremenda come la media del genere suggerisce, anche se qua e là mancano delle parole a fine frase, il periodo di interrompe a metà, subito seguito da un punto.
Morire per Vivere, John Scalzi, Gargoyle Books, 312 pp., 2012, 18 euro.

China Miéville la città e la città copertinaThe City & the City (La Città e la Città)
China Miéville
vincitore dello Hugo Award Best Novel 2010

-Vincitore ex aequo con “The Windup Girl” di Paolo Bacigalupi, non si sa quanto presto in arrivo anche da noi su Urania, giusto per tenervi aggiornati sui miei prossimi sfasi-

China Miéville in Italia è nelle mani di piccole case editrici e vi potrebbe anche essere sfuggito, ma nel mondo anglofono, assieme a un’altra manciata di nomi (Chabon? Gaiman?), è uno dei pochi autori specificamente di genere fantastico/fantascientifico ad essere spendibile anche in contesti mondani. Perché? Personalmente ritengo perché tutti e tre sono chiaramente eredi dell’esperienza postmoderna e di una sempre più avanzata ibridazione dei confini tra genere e genere, che portano il lettore di narrativa medio ad apprezzare un testo in cui non riesce a rintracciare dal principio le caratteristiche attivanti il suo pregiudizio verso lo sci-fi e il fantasy. Miéville semplifica ancor di più la questione, ritagliandosi un genere tutto suo, la new weird. Dato che nelle definizioni di generi e sottogeneri e in litigate ad essere relative ho speso più tempo di quanto voglia confessare, ve la faccio breve: ogni libro dell’autore è una rielaborazione di un genere (inteso come “sottogenere schifato dalla critica” spaziando per le sfumature gialle, nere, dragose e azzurrolucettose del caso) nel suo personale stile, uscendo e rientrando continuamente dalle regole del dato canone e creandone un ibrido terzo.
“The City & The City” (TC&TC) parte come una detective story pericolosamente inclinata verso hard boiled. L’ispettore Tyador Borlù si trova ad indagare sull’assassinio di una giovane donna, ritrovata semisvestita in un’area degradata dal suo lato della Città, a Besźel.
Premessa: il concetto di città o meglio ancora, di periferie e margini cittadini è essenziale nel discorso critico di cui si parlava sopra. Non stupisce quindi che, prendendo continuamente ispirazione nella sua carriera dalla Londra sopra e dalla Londra sotto di Neil Gaiman in “Nessun Dove”, Miéville intessa un romanzo il cui fulcro assoluto è una città, o meglio, una continua sovrapposizione di città. La seconda fonte di ispirazione di Miéville (che ha vissuto in Egitto e subisce la fascinazione del mondo arabo) è dichiaratamente Gerusalemme e la sua spartizione su base religiosa. Nella finzione narrativa però un’unica città europea è stata divisa in due distinte unità, Beszél e Ul Qoma, creando un’area dove si alternano zone totali (quasi completamente appartenenti a una delle due) a quelle più ibride e territori dai confini più indistinti. Non dovete immaginare due nuclei dai bordi frammentati, bensì una sorta di mappa unica disegnata su due fogli di carta velina: se li allineate vedrete un’unica città, ma allontanandoli vedrete due frammentate cittadine distinte. Un pregio del libro è quello d’introdurre a poco a poco il nozionismo e le note storiche relative alla formazione delle due città e ai loro regolamenti, calandoci da subito nei panni di chi vive questa distinzione come naturale e tangibile. Solo in seguito ci verrà rivelato che gli stranieri vedono un’unico luogo, perché solo se educati sin da bambini a riconoscere e “disvedere” le parti appartenenti al lato opposto si può effettivamente procedere per le strade e gli edifici senza incorrere nella Violazione, sia effrazione in sè sia misteriosa unità speciale che si occupa di punire coloro che sconfinano più o meno volutamente, eliminando anche la casualità imprevedibili (un incidente l’auto in cui un veicolo Beszél finisca a Ul Qoma, per esempio).
Il lato investigativo risulta abbastanza scarno e debole, così come la caratterizzazione dei pochi personaggi presenti (Borlù è un Chandleriano arrivato oltre il tempo massimo), perché di fondo è tutto un perfetto escamotage per intessere attorno al lettore la percezione della precaria e delicatissima esistenza delle due realtà intersecate tra loro, sostenute da tutta una serie di forzature politiche e sociali tanto radicate nella popolazione da creare un confine mentale ben più netto di quello fisico, che è praticamente inesistente. I dettagli storico-geografici sono appena accennati, così come di fatto molti altri aspetti; il lettore non sa mai esattamente come e perché siano nate le due città, Miéville rivela solo il necessario per creare un’atmosfera palpabile e indimenticabile, lasciando che il mistero renda ancora più affascinante la sua creatura.
Il libro è diviso in tre parti, ognuna dedicata a una città. Prima vediamo la realtà attraverso gli occhi di Borlù, ancorato nella sua Beszél e nel suo seguire l’approccio “naturale” alla realtà cittadina che si interseca. Quando però il caso lo porta a Ul Qoma, anche il suo approccio si fa meno ortodosso, come se dovendo osservare ciò che di solito disvede e viceversa gli appaia nitidamente l’artificialità di questo approccio “rovesciato” al reale. Su questo canovaccio viene intessuta una terza città immaginaria, Orciny, simbolo della perduta unione di Ul Qoma e Beszél, la loro proiezione nel mito e nella speranza di un possibile cambiamento di chi lotta per unire le città.
Svelarvi il finale sarebbe un vero e proprio delitto: sappiate solo che è veramente gratificante perché, quando finalmente ragionerete seguendo le ordinate logiche di questo affascinante ibrido urbano, vi sembrerà l’unico sensato. La progressiva comprensione di Borlù della “mappa sovrapposta” lo porterà necessariamente al suo traguardo finale, così come la Conoscenza e l’Esperienza portano tutti noi lontano da zone definite della vita, addentrandoci sempre più negli spazi interstiziali del nostro vissuto personale.
Me lo consigli? TC&TC è il classico libro che vi affascina più a posteriori che durante la lettura, perché solo a quadro completo riuscirete ad apprezzarne gli incastri e le perfette finiture. Sarei disonesta nel dire di non essere rimasta rapita da questo racconto di città sovrapposte, ma non so quanto i miei studi e i miei gusti letterari incidano su questo giudizio. Vi intriga? Provatelo. Sicuramente China Miéville vale un tentativo per la rilevanza che gli viene riconosciuta sulla scena contemporanea. Non parlo per esperienza diretta, ma in molti sostengono che il suo apice sia “Perdido Street Station”, quindi se TC&TC non vi convince, provate a partire da lì.
Esiste un’edizione italiana?  e anche un ebook, a cura di Fanucci Editore. L’edizione rilegata che ho letto visivamente non è affatto male anche se la versione sfocata di una delle copertine originali non mi ha entusiasmato. Sulla traduzione provo invece sentimenti contrastanti. Da una parte il lavoro di adattamento di tutta la terminologia inerente alle città interstiziali è fantastico, capace di trasmettere immediatamente il concetto della parola inglese originale, in maniera tanto naturale da illudere che China Miéville abbia usato l’italiano dal principio. Dall’altra però mi è stato fatto notare che ci sono parecchi scivoloni e imprecisioni nella traduzione. A onor del vero leggendolo non ho avuto un particolare sentore di boiata, ma effettivamente qua e là alcune frasi erano un po’ criptiche. Se volete leggerlo non fatevi scrupoli, è comunque un’ottima edizione, ben sopra il tristissimo livello della narrativa fantascientifica. Questo però non vuol dire giustificare una traduzione che scivola madornalmente su termini semplicissimi. Accludo esempio gentilmente fornitomi da Yupa, che ha confrontato le due edizioni e riscontrato tante inesattezze seminate per tutta la durata del testo.

"She was almost naked, and it was sad to see her skin smooth that cold morning, unbroken by gooseflesh." 
➡ 
"Era quasi nuda, ed era triste vedere la sua pelle morbida in quel freddo mattino, che nemmeno la pelle d'oca riusciva a contrastare."

"[...] eleven to midnight, skateboards and 
rollerblades." 
➡ 
" [...] dalle dodici a mezzanotte pattinatori a rotelle e a lame."

La Città e la CittàChina Miéville, Fanucci Editore, 368 pp., 2011, 12,90 euro.

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