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il grande gatsby locandina jordanNel suo vortice travolgente di amori impossibili, luccichii e numeri di danza, Baz Luhrmann è sempre stato il bersaglio ideale per i suoi detrattori. Anche nelle sue prove più convincenti, è pur sempre agevole trovare qualcosa da rimproverare al suo stile esagerato e traboccante.
Purtroppo Il Grande Gatsby non è esattamente inattaccabile, anzi è una prova abbastanza incolore (sì, l’ho detto veramente) rispetto al suo passato. Non è nemmeno il suo film peggiore e la netta impressione è che lo slittamento dell’uscita nel periodo più “facile” della stagione primaverile sia stato interpretato come un generale “liberi tutti” dalla critica, che nei suoi pareri pur contrastanti raggiunge talvolta picchi di ferocia che una pellicola che contiene una buona mezz’ora di momenti sì francamente non sembra meritarsi.
Sulla carta, l’accoppiata Fitzgerald ft Luhrmann sembrava inattaccabile. Difficile pensare a uno sceneggiatore/regista più versato per ritrarre gli sfavillanti eccessivi dei party newyorkesi nell’epoca del Proibizionismo, per non parlare della tormentatissima storia d’amore tra i protagonisti, di quelle che Luhrmann fiuta a miglia e miglia di distanza. Di quelle che un sacco di registi si impantanano, perché il melò è una cosa dannatamente seria, e pochi riescono ad adornarlo di vera emozione. Praticamente nessuno riesce a gestirlo in maniera seria nella cornice di caciara in cui questo regista si muove tanto agevolmente.

Sostanzialmente Luhrmann prende il Romanzo americano d’inizio Novecento e lo maneggia con un certo rispetto, mantenendone i simboli (la luce verde, il cartellone pubblicitario, il cromatismo di abiti e vetture) ma anche le battute più celebri, citate in maniera letterale. L’unica aggiunta che lui e Craig Pearce si permettono è quella di una cornice da scrittore in crisi esistenziale che racconta la sua straordinaria esperienza sentimentale: in pratica “Moulin Rouge”, di cui peraltro si sente più di un eco anche nella gestione del triangolo Tom-Daisy-Gatsby.
L’idea in sè non è neanche male, sebbene carichi sin dall’attacco la pellicola di una serie di connotazioni morali che nel libro Nick rifiuta di dare per quasi tutto il racconto, cancellando il confronto est/ovest, perdizione e moralità.

il grande gatsby partyQuello che manca davvero è un racconto visivo, cinematografico di quanto ci viene proposto, che, ancora una volta, sfocia in un perpetuo voice over di Nick su quanto visto/detto/fatto. Mi preme evidenziare come l’approccio più filologico di questi anni vada a sbattere contro l’incapacità di apportare cambiamenti fondamentali per il medium di arrivo, il cinema. Di fatto siamo ancora una volta di fronte a una storia narrata, a cui le splendide immagini e la colonna sonora roboante e di sicuro impatto forniscono un debole di più a quanto faceva l’autore un centinaio di anni fa. Mi spiego: “Romeo+Juliet” le libertà se le prendeva tantissimo, traumatizzando l’adolescenza di migliaia di fan di un DiCaprio ancora non tormentato dall’ossessione dell’Oscar, ma narrava eventi con una forza visiva tale che alcune scene sono ancora lì, nel nostro cervello. “Il Grande Gatsby” invece è sfavillante oltre ogni misura, ma tende a scivolar via dalla memoria appena usciti dalla sala. Colpisce di più (negativamente) la brandizzazione del suo protagonista, imprigionato in un universo di monogrammi e posticce animazioni in CG ad uso e consumo del 3D, che sfregiano con la loro pochezza la fastosità del resto delle scenografie. Le orride tende in CG, quel continuo zoomare avanti e indietro da una villa all’altra e/o verso la città: se ne sentiva il bisogno? No, non siamo mica a Gardaland, siamo al cinema.

Il grande Gatsby leonardo dicaprio carey mulligan

L’atmosfera e le ambientazioni trasudano della loro fonte madre, il che è un bene, così come il lavoro veramente impressionante di Catherine Martin ft Miuccia Prada nel reparto costumi, al di là del dilagante “C’è anche un po’ d’Italia”, perché non solo sono raffinati e fastosi, ma riescono agevolmente ad uscire dal mondo modaiolo ed entrare in quello cinematografico. Attirano molto l’attenzione, questo è vero, ma:
1-Le ali di Giulietta e le camiciea fiori di Romeo
2-Il vestito da Odalisca di Satin
Insomma, non è che nei film di Luhrmann i costumi passino mai esattamente inosservati. Sicuramente anche da questo sfavillante campionario di jazz-epoque qualcosa rimarrà.

Al film però va riconosciuto un livello molto più alto di una sostanzialmente inguardabilità, raggiungendo ampiamente la sufficienza, ben oltre i meriti di un impegno produttivo-tecnico ben evidente sullo schermo.
Il problema è che, a eccezione di una prima mezz’ora dall’ottimo impatto, nelle successive due ore è un continuo alternarsi di scene più e meno riuscite, con una perdita di mordente sempre più evidente, che finisce per annoiare. La pellicola si indebolisce e purtroppo, a fronte di scene sicuramente toccanti (il confronto tra Tom e Gatsby, la visita di Daisy alla villa), rimane una forte sensazione di debolezza.

L’effetto contrastante del ritmo del film viene replicato anche dalle performance del cast, che alterna ottimi comprimari a protagonisti per molte ragioni non perfetti. Prendiamo Leonardo DiCaprio, uno che sembra cucito su misura per questa tipologia di ruolo: il suo lavoro lo fa e discretamente, ma avendo consumato negli ultimi anni una serie impressionante di ruoli di uomini che lottano tragicamente contro il destino con classico soliloquio da Oscar, il suo recitato è molto prevedibile e colpisce meno di quanto sarebbe potuto accadere qualche anno fa. Quanta tragedia in un solo uomo. Carey Mulligan è deliziosa e fisicamente ineccepibile per questo ruolo. Gioca bene la sua aura per ritrarre il lato più malinconico e sensibile di Daisy, purtroppo però viene completamente schiacciata dal rodatissimo DiCaprio, perdendo via per strada certe sfumature essenziali per non far apparire Daisy più stronza di quanto già non sia.
Tobey Maguire affronta un ruolo che non si avvicina nemmeno vagamente alle sue caratteristiche buttando lì una serie di faccette sorprese/perplesse/gigione, una macchia per il suo profilo professionale che ci vorrà molto a lavar via. Se il trio di protagonisti lascia una sensazione d’insoddisfazione, i comprimari fanno faville: una Isla Fisher quasi irriconoscibile tira fuori una versione di Myrtle che concilia spendidamente la volgarità e l’umanità del suo personaggio, così come Joel Edgerton riesce a non far odiare quel grumo di perbenismo e razzismo di Tom, un ritrattoche a mio parere sarebbe piaciuto anche a Fitzgerald. Jason Clarke è un ottimo Wilson, capace di veicolare una grande quantità di emozione in quei pochi minuti sullo schermo da mettere in ombra le diatribe amorose dei protagonisti. La migliore è però Elizabeth Debick, che con la sua bellezza e il suo irresistibile fatalismo restituisce una Jordan Baker che esce dallo schermo, nonostante la sua brunetta memorabile sia quasi esclusivamente spettatrice delle vicende altrui e abbia accanto un partner (Maguire) che non l’aiuta di certo.

Il grande gatsby Elizabeth DebickiLo vado a vedere? Non è sicuramente l’opera migliore di Luhrmann e alla lunga annoia, ma sufficiente materiale per interessare i cultori del regista, del genere e del romanzo. Gli altri ci pensino su.
Ci shippo qualcuno? Maguire è un po’ il McGregor della situazione…però la sua Satin, senza nemmeno troppa immaginazione, è Gatsby.
Coefficiente kleenex? Sorprendentemente basso, nelle svolte drammatiche emoziona pochissimo.

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