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solo dio perdona locandinaMeglio un film personale o un film perfetto? Se “Only God Forgives” ha lasciato tanti con l’amaro in bocca sulla Croisette, è perché si presenta da subito come il fortissimo, disperato tentativo di Nicolas Winding Refn di allontanarsi il più possibile da dove “Drive” l’aveva portato. Impossibile parlare di questa pellicola riuscita a metà, esagerata, trascurata in fase di scrittura e curata troppo pedantemente in fase di regia senza scomodare l’imponente lavoro precedente del regista danese.
Non perché “Drive” si ponga come pietra di paragone per qualità, almeno dal punto di vista di chi questo film l’ha voluto, scritto e diretto. “Drive” è lo scomodo Dio che a cui “Solo Dio Perdona” vorrebbe ribellarsi, ma gli esiti della sua vendetta sono simili a quelli del suo protagonista, Julian.

Refn parla di questo suo ultimo lavoro come di un prodotto esistenzialista, che vuole affiancare all’ennesimo “superuomo” senza nome, senza passato e soprattutto senza umanità una figura umanissima nella sua tragicità, destinata in partenza a fallire nel suo intento di affermarsi contro questo nemico.
Lo spacciatore Julian, interpretato da Ryan Gosling, è un miscuglio di sentimenti torbidi, ingarbugliati, ulteriormente squassati dall’arrivo a Bangkok della madre criminale, decisa ad ottenere vendetta per la morte del suo primogenito. Crystal è anch’essa parecchio incasinata, sempre pronta a tracimare disprezzo e volgarità nei confronti del figlio minore, schiacciato dall’aura di un fratello tutt’altro che irreprensibile (l’unica cosa che ci è dato sapere è che violenta e picchia a morte una 14enne, per dire), salvo poi fare leva sulla sua voglia di affermazione agli occhi materni per mascherare la propria incapacità d’azione. I nativi di Bangkok invece irradiano una calma raggelante, tratteggiati appena nel loro passato e nei loro sentimenti: Mai è un’intrattenitrice che dà corpo alle frustrazioni sessuali di Julian, il poliziotto senza nome è un giustiziere senza compassione, le cui interazioni con la figlia o le esibizioni al karaoke non fanno che aumentare il contrasto con suo distacco dalle faccende terrene, per rimanere in ambito religioso.
Questo il nucleo narrativo-emotivo in cui naviga il film. Può sembrare scarno, ma chi conosce da tempo lo stile che è valso al regista l’aggettivo “refnesk” sa che il punto non è mai capire chi-cosa-dove-come-perché, quando l’impatto vivido che le conseguenze di fatti appena accennati ha sull’economia visionaria delle sue storie.

solo dio perdona kristin scott thomas

Insomma, per citare Boris, “se capisce e non se capisce”, di default. Anzi, in molti casi, su tutti “Valhalla Raising”, comprensione è una parola esagerata, dato che tutto, mancanza di dialoghi, saturazione estrema sui colori rosso/viola (ma tipo che a tratti non si capisce cosa succede manco a bestemmiare da quanto è satura l’immagine!), mancanza di causa-effetto rema contro la comprensione dello spettatore. Vedere cose visionarie, molto violente, molto rosse, con una colonna sonora da urlo: questa l’esperienza media di un film del regista danese, che personalmente non apprezzo particolarmente, pur ammirandone l’indubbia capacità tecnica e artistica.

Per molti però Refn equivale a “Drive”, cioè a un film indubbiamente ben riuscito che si basa su un’equilibrio prima inedito all’autore, ma anche a una potente dose di compromesso nell’approccio e nell’evoluzione dei personaggi. Io stessa ho apprezzato “Drive” fino a un certo punto, proprio perché sentivo che il discorso che il film mi faceva, la redenzione parziale del protagonista, il finale quasi positivo davano vita a immagini memorabili (tutta la scena dell’ascensore), ma sapeva tanto anche di tentativo di piacere. Dalla musichetta estremamente fighetta alla giacchetta passando per tutta la storyline amorosa, mancava il messaggio primario di Refn, una sorta di istinto di sopravvivenza che si scontra con una natura selvaggia e ingovernabile, spiritualmente crudele, che manda i suoi emissari senza nome a, scusate il francesismo, fotterti. Freddino e controllatissimo.

Qui invece parliamo di un fiotto di sangue ancora fumante che colpisce la platea conquistata da “Drive”, per non dire un sonoro “andate a quel paese” portato alle estreme conseguenze. Ritorna la disperazione dell’impotenza umana, tornano i colori primari che invadono uno scenario altrimenti atonale di rossi, gialli e blu brillanti, con l’aggiunta di set e movimenti di camera quasi insistiti nel voler ritrarre la cupa bellezza dei bassifondi asiatici, torna la colonna sonora stridente, tornano le visioni oniriche così spinte che percepisci il “maccosa!?” del pubblico in sala.
Purtroppo la voglia di uccidere “Drive” finisce per causare la morte di “Solo Dio Comanda”, pressato dalle scene superflue ed eccessive, dalla trascuratezza con cui i personaggi sono tratteggiati, dalla pesante eredità che la presenza di Ryan Gosling comporta. Il Julian di Ryan Gosling è un’efficacissima metafora del suo film, schiacciato dall’enormità (con le sue tante zone d’ombra) del fratello maggiore Billy / “Drive”.

Lo snodo cruciale è Julian, un personaggio complesso affidato a un Gosling che si limita a scimmiottare il suo Driver, mollando lì le due righe che la sceneggiatura gli affida e attribuendosi l’unico merito di far giganteggiare “Chang”. Non ho mai trovato incisivo Gosling, anzi, lo trovo bolso, ma il fatto che qui risulti più efficace quando tumefatto e con un occhio chiuso dal gonfiore la dice lunga.
Sorte diversa per una strepitosa Kristin Scott Thomas, la cui prova eccellente viene vanificata dall’incongruenza e dalla vacuità con cui viene ritratta. Senza equilibrio, passa da un fulcro di forza all’impotenza pura, rendendo il suo fare sboccato solo inutilmente volgare. Forse l’errore più grave del film, che finisce per vanificare la scena “concretamente freudiana” con cui Julian riallaccia il suo rapporto con la madre, altrimenti di una potenza spaventosa.

solo dio persona julian ryan gosling

Lo vado a vedere? Solo per puristi del primo Refn, decisamente sconsigliato ai deboli di stomaco / carenti di sopportazione al cinema autoriale. Personalmente non posso che gioire per un ritorno alle origini di un regista già imbrigliato nella corrente mainstream, solo speriamo che per il prossimo “I Walk With The Dead” ritrovi un certo equilibrio emotivo. In tema di film di vendetta però la cinematografia asiatica più recente propone tante pellicole meglio riuscite di questa.
Se poi avete amato “Drive” probabilmente lo odierete in egual misura.
Ci shippo qualcuno? Il rapporto tra Julian e Crystal è di una morbosità non indifferente, quindi se vi piace quel genere lì, sì. Il film però non vale l’impresa.
Coefficente refnesk? Altissimo e pretenziosissimo, ma almeno si vede cosa succede chiaramente, questo giro.

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