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tutti pazzi per rose locandinaFrizzante, frivolo, frou-frou, fresco e tanti altri aggettivi con la effe spendibili purtroppo raramente quando si parla di cinema italiano.
In Francia invece sanno osare e sanno farlo in grande; è così che un esordiente assoluto del lungometraggio come Régis Roinsard ha ottenuto la fiducia di un grande produttore come Alain Attal, produttore che non si è limitato a metterci i soldi (e tanti), ma l’ha anche attorniato da un comparto tecnico dall’esperienza comprovata.
Così la visione di Roinsard, una sorta di ricostruzione della magnifica commedia romantica americana degli anni ’50 attraverso il gusto, lo stile e il sentire francese, non ha dovuto ridimensionarsi nelle sue ambizioni, diventando un graziosissimo film che va a riempire una nicchia praticamente deserta nei nostri cinema da troppo tempo. Se amate il genere della commedia alla Billy Wilder e Douglas Sirk, non perdete tempo col cut e andate subito a vederlo.

È abbastanza complicato descrivere le sensazioni durante la visione di Populaire (BIM, grazie di averlo portato da noi, anche se in ritardo e con quel titolo ingrato) senza parlare della sua genesi, non solo come caso di studio di come funzionino le cose Oltralpe.
Immaginatevi questo giovane regista di spot e videoclip che durante la sua gavetta ha fatto un po’ di tutto, curando luci, montaggio, allestimento di set fino ad arrivare al mondo della pubblicità e della musica. Come buona parte di noi, è figlio della cinematografia nazionale e delle sue influenze visive (su tutti Jacques Demy e le sue commedie apparentemente rosa) ma nel suo orizzonte mentale gli anni ’50 sono definiti sulla base di quel manipolo di commedie romantiche da Audrey Hepburn a Marylin, che hanno creato una sorta di versione fantastica dei ’50 tanto reale quanto quella veramente vissuta dalle scorse generazioni. La visione che quanto pensate “commedia anni ’50” e chiudete gli occhi, la vostra mente ricrea all’istante: satura di colori pastello, gonne al ginocchio e tacchetti, donne eleganti ma energiche e uomini irreprensibili ma sotto sotto romantici.
Un giorno questo giovane regista vede un filmato su una gara di dattilografia e zac!, gli viene l’idea: un film che ricrei quella scorza fantastica, quell’immaginario vivido e colorato da pubblicità retrò americana, dove innestare una vicenda sportiva declinata nella più classica storia d’amore. Nel creare la storia dell’imbranata Rose che fugge dall’emporio del padre verso la città per poter essere “una donna moderna, una segretaria!”, finisce quel tanto di autobiografico che connota ogni opera artistica. Lo stacco tra l’impostazione “da campagnola” e la vita nella piccola cittadino dove viene assunta dall’assicuratore Louis non è siderale, ma lo è nella percezione di chi ha vissuto su una scala di valori e costumi diversa, così come il regista.
Qui normalmente finirebbe la storia, almeno qui in Italia, dove oltre al raffinato e pesantissimo film di denuncia e la commedia caciara…il vuoto o film dal budget così risibile e dalla scrittura così povera, che fanno quasi rimpiangere il vuoto.
populaire rose déborah françois

In Francia (come in ogni commedia romantica americana degli anni ’50 che si rispetti), dopo un paio di riscritture trovi un produttore che ti attornia di un gruppo di figure tecniche in grado di rassicurarti sulla resa dell’immagine “fantastica” degli anni ’50 (o meglio, a cavallo tra ’50 e ’60) anche per gli esterni, le auto e il mobilio, figurarsi per gli abiti.
Così Régis Roinsard si dedica ad altro, a far collimare quanto meglio possibile il filone sportivo (con tanto di classico montaggio con gli allenamenti a tempo di musica che segnano il passare delle stagioni) con la storia d’amore tra Rose e Alain, deciso a trasformare la ragazza che batteva veloce sui tasti della macchina da scrivere in una campionessa, facendole da allenatore e finendo per imparare numerose lezioni di vita da lei.
Poi può anche permettersi il lusso di fare un lungo casting per cercare i suoi personaggi, finendo per incappare in Déborah François, una sintesi pressoché perfetta tra la freschezza e la spontaneità richiesta per il ruolo e il palpabile fascino sensuale francese, esplicitato in un paio di scene che pescano in ben altra cinematografia nazionale.
Rose potrebbe sembrare una sciocchina, detta così, ma in realtà è un personaggio femminile parecchio sfaccettato, che accanto all’irruenza dovuta alla giovane età ha continui echi di quanto da lì a poco le donne avrebbero rivendicato per sè. Il suo perfetto contraltare è Marie, interpretata da una sofisticata Bérénice Bejo, che visivamente pare già pienamente consapevole di sè quanto una donna dei ’60, ma rimane una donna sposata e casalinga, non per costrinzione, ma per convinzione, perché è così che vuole essere, senza rinunciare ad un briciolo della sua capacità decisionale.
tutti pazzi per rose rose alain romain
A questo punto però qualcosa si inceppa. Non per la resa filmica, a cui si può rimproverare pochissimo (giusto un po’ di calo di ritmo qua e là e qualche incertezza di sceneggiatura), diventando di fatto un esordio impressionante.
Ad incepparsi è quel cosmo che dovrebbe rendere “Populaire” una sorta di replica di “Down With Love”, giusto per citare uno degli ultimi tentativi (riusciti) di ricreare  quell’atmosfera da commedia romantica. Invece mentre vedrete Populaire sarete consapevoli attimo per attimo che quella davanti a voi è solo una scorza di “americanità”. Appena al di sotto fluisce una passione praticamente aliena per le commedie del tempo che fu negli Stati Uniti, figlie di una morale un po’ paternalista, per non dire proprio bacchettona.
L’immagine qui sopra è la sintesi di “Populaire”, dove ad ogni svolta si intravede una sensualità, un’attrazione e una vena di passione che invece rimandano diritti diritti a Truffaut e Godard. La donna è donna, e gli uomini non possono che amarla senza riserve, senza addomesticarla, anzi, ammaliati dal suo essere altro rispetto al genere maschile.
Tutto ciò è possibile grazie alla bravura di Romain Duris, il principale artefice dell’umanizzazione di Louis, lontanissimo dall’uomo inflessibile americano che si concede di essere romantico giusto sul finale, giusto dopo averla avuta vinta. Il Louis di Duris invece sa essere fragilissimo, roso dalla sensazione di essere un perdente, magnificamente in bilico tra l’amore nascente per Rose e quella sensazione di incompiutezza derivata dal mancato chiarimento con Marie. Proprio questo sovrapporsi di rimorsi passati e passioni presenti rendono il film maturo e pregno di una sua identità ben riconoscibile.
Sintesi perfetta quindi non sono le pubblicità pastellose, le copertine di Elle con Rose, l’arrivo nella romantica Parigi, ma una meravigliosa Déborah François fasciata in un abito rosso fuoco che tenta di sedurre Louis, coronando in una scena di una sensualità notevole, esplicita ed elegante, che sintetizza il glaciale Hitchcock de “La donna che visse due volte” allo scandaloso “La Venere in Visone” di Daniel Mann fino a, appunto, “La Donna è donna”. Donna Rose lo è dall’inizio, dalla spallina che si affaccia durante il colloquio, fino alle peccaminose trasparenze della camicetta sotto la piogga. A differenza di quando tenta di esserlo con effetti comici, rifacendosi al modello americano, Rose incarna inconsapevolmente una sensualità continua e non c’è niente di più francese di un regista che amorevolmente esalta queste sfumature.

tutti pazzi per rose rose alain parigi

Lo vado a vedere? A patto di non odiare il genere commedia romantica americana o essere allergici a qualunque francesismo, sì. Diverte e allieta con contenuti e genere ultimamente poco presenti al cinema, ma ha quel tocco francese prezioso che rimane nella memoria.
Ci shippo qualcuno? Non in settore maschile, almeno. È incontrovertibilmente eterosessuale in tutto e per tutto. Se proprio si vuol essere maliziosi, meglio puntare sulla compagine femminile.
Coefficiente cinemozioni5? Alto, ma di quel cinemozioni5 bello, pregnante, che ti fa essere orgoglioso di vederlo, non il contrario.

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