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Ammetto che, dopo essermi premurata di vedere almeno tutti i candidati a miglior film agli Academy Award (il che, da quando sono raddoppiate le nomination, è diventato davvero impegnativo), non ho finito il giro di pareri sugli stessi, ma insomma, quanta roba interessante è uscita che richiedeva la mia urgente attenzione?
Complice il mio maniacale bisogno di coprire ogni pellicola vista al cinema e la speranza che con le arene festive possa tornarvi utile qualche consiglio, nei prossimi giorni coprirò i film mancanti, partendo dal più PESO di tutti. Venga avanti, signor Haneke.
Michael Haneke è un uomo e un regista difficile da capire, ma a cui invidio parecchio la capacità di imporsi nel suo ambito lavorativo. Che abbia un indubbio talento e una conoscenza della sua arte più che approfondita è palese. Rimane il fatto che si è fatto strada dal Belgio alle stelle, smaciullando ogni avversario sul suo cammino verso la Palma d’Oro/l’Oscar e non solo come miglior film straniero.


Il punto è che per copioni e tipologia di approccio, sembra che sia alla continua ricerca di lavori che complichino questa salita alla ribalta, film di un PESO sempre più insopportabile, non senza almeno un pisolino durante la proiezione e un tentativo di suicidio subito dopo.
Lo stile dietro alla macchina da presa è ormai collaudato e in “Amour” non cambia di molto: lunghe, lunghissime inquadrature con la cinepresa inchiodata nella stessa posizione, minuti di immagine fissa e poi…cambio inquadratura, quasi mai coincidente al momento che lo spettatore percepisce come naturale per lo stacco e…lunghe, interminabili inquadrature fisse.

Dopo la debacle de “Il Nastro Bianco”, mi sono premunita di un paio di ore di sonno extra, ma ho comunque visto l’intera pellicola con la colonna sonora aggiuntiva del dolce russare di un signore un paio di file avanti a me. Niente per cui biasimarlo, lo capisco benissimo.
“Amour” però sotto questo profilo costituisce un deciso passo avanti, con una scena iniziale assolutamente stupefacente, che ti si marchia nel cervello: in quanti avrebbero avuto il coraggio di mostrare il cadavere della protagonista in primo piano e poi, schermo nero e in bianco, bello grande, “Amour”?

Veniamo poi introdotti alla vicenda del povero Georges, costretto di punto in bianco a badare a una moglie sempre più bisognosa e non più autosufficiente, quando un attimo prima era la sua perfetta compagna di vita nel loro dolcissimo dividere la terza età in due, bastevoli l’uno all’altra. Qui c’è un momento di stallo, specie quando subentrano le vicende familiari legate alla figlia e si è alzato qua e là lo sbadiglio ma, prima della discesa vertiginosa e raggelante della coppia nella completa mancanza di reciprocità e dignità, Haneke piazza una scena onirica potentissima, magistrale sia nella resa scenica, sia nel far saltare sulla sedia lo spettatore, dandogli la botta di adrenalina necessaria per arrivare al finale. Haneke, qui si è apprezzato molto questo tuo gesto premuroso.

Considerando però Haneke sceneggiatore, è evidente un rilancio nella volontà di martoriare critica e pubblico. Almeno i bambini innocenti e diabolici de “Il Nastro Bianco”, nel loro elegante bianco e nero, avevano un certo appeal. Amour invece affronta una tematica immensa come l’amore reciproco tra due persone dalla sua sfacettatura più devastante emotivamente e respingente. L’angoscia durante la visione non è quella di Georges e della tematica dell’eutanasia, checché la critica super-spoileratrice non abbia mancato di sottolineare, quanto piuttosto quella di ogni essere umano messo davanti a una resa scenica così assente di morbosità, ma precisa e spietata nella sua descrizione della vecchiaia e della morte, della perdita di dignità che spesso segna il passaggio dall’una all’altra.

Quanto più realistica e senza sconti è la scena, seppur sempre velata da un incommensurabile senso di pudore e compostezza (che la rendono ancora più insostenibile, a parer mio), tanto più risalta la tragicità romantica di un superbo Jean-Louis Trintignant, eroe romantico trascinato nella silenziosa disperazione da un fatto medicamente piuttosto banale, eppure terribile. Al suo fianco un’altrettanto superlativa Emmanuelle Riva, alle prese con un ruolo che chiede tantissimo e non sconta veramente niente. Bellissimo poi vedere due veri e propri anziani sullo schermo, con volti che raccontano veramente una vita intera (non la negazione della stessa), in un ruolo che non riduce la terza età a uno scimmiottare della gioventù romantica con la dentiera.

Lo vado a vedere? Amour è un film qualitativamente altissimo, ma assolutamente non per tutti. Richiede una resistenza notevole alla sua autorialità e al suo essere forse il film PESO più peso del 2012. Inoltre essendo così esistenziale, è genuinamente disturbante e non solo perché vi farà piangere tutto le vostre lacrime. Una volta immedesimatisi anche solo per un istante nel protagonista, non c’è modo di tornare indietro.
Ci shippo qualcuno? Eterosessualità inattaccabile e poi scusa ma sono troppo impegnata a piangere.
Coefficiente film PESO? Più PESO di così, c’è solo da scavare. Pochissima produzione può tener testa a questo PESO.