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to the wonder locandinaSe non avere le competenze necessarie per realizzare un film è il peccato originale di molte pellicole commerciali, in ambito autoriale l’eccessiva fiducia nelle proprie capacità può produrre veri e propri disastri, come nel caso di To The Wonder.
Il cinema autoriale è stupefacente perché pieno di maestria e realismo filtrato attraverso il gusto personale del realizzatore, ignorando per una volta le esigenze del botteghino e dello spettatore pagante. In un certo senso, è brado, selvaggio, non imbrigliato da mille esigenze che non concernono strettamente la settima arte.
La sensibilità autoriale e l’equilibrio su cui si fonda sono però materie delicatissime e non mancano esempi di gente che ha mandato la propria carriera alla malora non riuscendo più ad ottenere un prodotto armonico.
Appare piuttosto evidente che da capolavori quali “La Sottile Linea Rossa” e “La Rabbia Giovane” la sensibilità di Terrence Malick abbia subito un’evoluzione. Con questo film però il sentiero tracciato nel nuovo millennio sembra irrimediabilmente discendente.

Pur essendo una pellicola tremenda, “To The Wonder” mantiene l’altissimo standard tecnico e artistico che è la firma d’autore del suo regista e sceneggiatore. Quindi largo a struggenti palette cromatiche e fotografia leccatissima per ritrarre la bellezza selvaggia dell’Oklahoma e di Mont St. Michel, “la meraviglia d’Occidente”, da cui appunto il titolo.Meraviglioso anche il quesito attorno a cui si sviluppa il film, che si risolve in una (pasticciatissima) indagine sulle varie sfumature dell’amore (l’obbligo, il dovere, la tristezza, la rabbia, il desiderio d’evasione) che l’uomo prova quando il suo sentimento, che sperava eterno, finisce per affievolirsi e consumarsi. Amore nel senso più filosofico del termine.

Quello verso un’esule incontrata in Francia spinge Neil (Ben Affleck) a tornare nel selvaggio orizzonte americano dove è cresciuto portandola con sè, salvo poi rimpiangere il sentimento meno complicato (e meno totalizzante) verso una vecchia fiamma (Rachel McAdams) quando la storia con Marina (Olga Kurylenko) comincia a naufragare nel mare della depressione.
Quello verso Dio ormai giunto al termine è interpretato da un magistrale Javier Bardem, che salva da solo il film dall’inutilità con lo struggente e rarefatto ritratto di Padre Quintana, incapace di rinnovare la sua vocazione, di trovare un senso a tutta la sofferenza a cui è chiamato a fare da testimone.

to the wonder marina olga kurylenko

Sembra una pellicola imperdibile, purtroppo però questo nucleo narrativo si ricava più dalle sinossi distribuite alla stampa che dal film in sè, che risulta invece un marasma di frasi abbozzate in voice over, pellegrinaggi nella natura,  mani che si intrecciano in controluce, animali che pascolano, senza dimenticare una serie infinita di sequenze di Olga Kurylenko che fa le piroette e guarda in camera. Al solo pensiero di Olga che piroetta, mi sale la pressione sanguigna. Povera cara, che ha supplicato Malick di non tagliarla dal film, collezionando l’ennesima interpretazione priva di mordente della sua carriera americana. Almeno Ben Affleck è privo di mordente già di suo. Riusciremo mai a capire se Olga ha del talento o finisce in film sbagliati solo per mancanza dello stesso?

La differenza con “The Tree of Life”, per anticipare la vostra obiezione, è che allora la visionarietà leccatissima era al servizio di una vera volontà di narrare qualcosa allo spettatore, a cui poi poteva piacere o meno il continuo fluire di metafore visive per trasmettergli un nucleo narrativo tutto sommato estremamente ambizioso.
Qui invece non esiste narrazione, così come non è mai esistita una sceneggiatura: gli attori arrivavano giornalmente sul set e Malick diceva loro cosa c’era nella sua testa da portare sullo schermo. In pratica è una “meraviglia” privata, la versione artistica dei filmini dei viaggi di nozze di Malick, che smonta e rimonta in chiave filosofica le due storie d’amore più importanti della sua vita.
Nel farlo, si scorda totalmente dello spettatore, a cui non dice nulla, non comunica niente, non fornendogli nemmeno un appiglio interpretativo per dare un senso alle continue frasi smozzicate dai protagonisti mentre scorrono i bellissimi scenari naturali sullo schermo e Olga Kurylenko continua a piroettare. Così uno dei film più brevi del regista (sotto le due ore!) si trasforma in una dilatazione lunghissima di una sua nostalgia reinterpretata a posteriori, del suo sentimento privato che racconta più a se stesso che all’inerme spettatore, bloccato nel filmino privato nella sua mente.

to the wonder marina mont saint michel

Lo vado a vedere? Tornerò a consigliare Terrence Malick quando lui tornerà a ricordarsi dello spettatore e di cosa vuole dirgli. Risparmiatevi quel centinaio di piroette di Olga e decine e decine di mani intrecciate controluce, stavolta veramente senza alcuna motivazione. Solo per fan irriducibili del titanico Javier Bardem e per masochisti che godono nel venire narcotizzati da questo tipo di pellicole.
Ci shippo qualcuno? No, non c’è abbastanza narrato per sovraletture così complesse. Mani. Piroette. Mucche. Alberi.
Coefficiente film PESO? Se non avessi saputo la durata prima di entrare in sala, all’uscita avrei pensato di averci perso almeno tre ore.

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