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Rivers of London copertinaAgosto è il tempo dell’ozio solo per chi ha standard di vita che non comprendano un variegato e intenso interesse per una larga fetta di produzione culturale che va a posizionarsi su una tipologia di media che passa dalla carta stampata (con più o meno inchiostro) alla trasmissione video su grande e piccolo schermo, con qualche incursione di palchi e edifici contenitori di opere d’arte.
Nel caso vi ritroviate in questa descrizione, sapete benissimo che il mese della canicola, di Ferragosto e delle ferie (o surrogati / assenza di) è il tempo preposto all’impegnativa e mai appieno vincente corsa al recupero. Anche focalizzandosi su generi specifici infatti la produzione annuale è così florida che non si ha mai tempo per tutto, specie se parte del proprio tempo è devoluto al recupero dei classici e delle basi. O allo sviluppo di relazioni sociali e psicoaffettive.


Negli ultimi anni a questa attività basata sul depennamento di miriadi di titoli da post it e liste in excel (solo per monomaniaci) si è affiancata quella del recupero preventivo, o di preparazione al salto di medium. Capita spesso che non si riesca a leggere un libro che ammiccava continuamente tra i consigli e le recensioni, lasciandolo da parte per un non meglio specificato “dopo”. Il problema è che libri molto popolari o molto inclini alla trasposizione televisiva non passano troppo tempo sullo scaffale prima di essere opzionati, perciò all’annuncio del loro adattamento bisogna prendere una decisione: leggerli prima dello stesso o aspettare la visione, rischiando che la voglia di leggerli o l’esperienza di lettura stessa venga irrimediabilmente compromessa? Agosto, season regolare non ti conosco, è il momento ideale per spulciare gli annunci delle prossime produzioni e decidere il da farsi.

Il primo della mia (spero lunga) lista di pre-recuperi coatti è il volume che apre la saga di Peter Grant, ovvero Rivers of London di Ben Aaronovitch, pubblicato dalla mai troppo conosciuta Gollancz. Pur rimanendo ai margini del mio radar, la crescente fama di cui gode questa saga e un parziale segno d’apprezzamento persino dai recensori di Letteratura più snob mi avevano fornito una vaga idea del suo contenuto, che si è rivelata piuttosto calzante.
La prima fatica di Ben Aaronovitch, già coinvolto nell’universo di Dottor Who e figlio di un noto giornalista inglese, ha l’indubbio pregio di mescolare una serie di trend letterari nel momento di massima fama (e richiesta) degli stessi. Difficile infatti immaginare un simile successo di critica e di pubblico se al cuore urban fantasy della saga non si affiancassero altri elementi di successo; su tutto la detective story ma anche la centralità di Londra nel senso di luogo e mito, alcuni dettagli weird alla Miéville e parecchi riferimenti geek. In altre parole “Rivers of London” è quel genere di fantasy confezionato con tanta maestria e tanto ibridato a tutto il resto da renderlo appetibile anche chi si fa punto d’onore di non leggere letterature di genere.

Forse è questo il collegamento più palpabile alla saga di Harry Potter, spesso scomodata come paragone e punto di partenza per una versione più adulta delle avventure del maghetto. Personalmente la presenza di una Londra magica nascosta all’occhio del grande pubblico e con una storia parallela a quella “ufficiale” non richiama affatto le fatiche della Rowling, quanto piuttosto Gaiman o Miéville (per citare i più recenti e moderni) ma appunto, è indicativo del pubblico che Aaronovitch ha saputo accalappiare, quello per cui l’unico riferimento fantasy inglese è Harry Potter.

Altro punto di paragone su cui storco il naso è l’affiancamento di pubblico: “Rivers of London” è in tutto e per tutto un romanzo per adulti (data anche la presenza non indifferente di scene violente al limite dello splatter), il cui punto forte è un narratore adulto in senso stretto. Peter Grant non solo è un aspirante poliziotto perennemente distratto che sembra destinato a finire nella sezione del MET dedicata ad aggiornare l’archivio di informazioni relative ai casi (denominato HOLMES, che carini!), è anche un giovane uomo dalle sane pulsioni sessuali, un londinese perdutamente innamorato della sua città, un appartenente ad un’etnia non perfettamente chiarita ma con un deciso tratto discendente dalla Sierra Leone il cui influsso sul mondo circostante non è mai banalizzato

I tend to jump between IC3 and IC6 – Arabic or North African.

così come l’impatto della sua infanzia divisa tra emarginazione sociale e un padre con numerose dipedenze, il tutto condito con un continuo riflusso di humour britannico, sempre sospeso tra realismo e cinismo. Al suo fianco si staglia una Londra ancora una volta musa e protagonista, stavolta dipinta con gli occhi del poliziotto con all’attivo due anni di ronde, dove verità poliziesche si mescolano a sottili arguzie sull’approccio al mondo insito nel Londinese stesso.

It’s a myth that Londoners are oblivious to one other on the tube: we’re hyper-aware of each other and are constantly revising our what-if scenarios and counter strategies.

Ok l’urban, direte voi, ma il fantasy? Semplice; nella sua prima indagine dopo i due anni di addestramento sul campo, Peter Grant vede un fantasma. Non la prende poi così male, ma fa l’errore / ha la fortuna di fare una battuta a riguardo all’ispettore Thomas Nightingale, il sempre imperscrutabile e misterioso mago a capo di una sezione del MET dedicata a crimini “particolari”. Per particolari, nel primo tomo, si intende concernenti persone a cui si squaglia la faccia, genii locorum del Tamigi e dei suoi affluenti, sinistri vampiri e molto altro del campionario che varia da antiche divinità a leggende metropolitane. Peter Grant senza rendersene conto diventa l’apprendista di Nightingale, cominciando il suo addestramento (decennale, proprio a prova di sequel) nell’arte della magia e a conoscere la fitta rete di “iniziati” su cui si appoggia il Maestro per mantenere la Queen Peace anche quando ci sono di mezzo eventi soprannaturali.

Lo leggo? “Rivers of London” è un’indagine poliziesca convincente, mescolata con notevole maestria a un’appassionante viaggio per Covent Garden, unito a una mitologia soprannaturale radicata nella storia di Londra e negli aneddoti e risvolti meno noti che tanto appassionano una certa tipologia di pubblico inglese. Si tratta di una lettura avvincente, mai pesante, che relega all’arguzia delle battute di Peter e alle sue sporadiche riflessioni le sfumature di una Londra dalla natura problematicamente cosmopolita. L’unica controindicazione sta nel fatto che Ben Aaronovitch, pur chiudendo discretamente il caso poliziesco del primo tomo, non fa mai mistero delle sue intenzioni multivolume, disseminando il libro di personaggi evidentemente “recurrent” e lasciando una serie di punti interrogativi per strada, stuzzicando oltremodo il lettore, specie per quanto riguarda Nightingale, praticamente appena tratteggiato.
Ci shippo qualcuno? A patto che la serie venga realizzata in maniera efficace, non posso che predire qualche server di Tumblr intasato da materiale concernente Peter e il suo Master (lo sentite, come suona male da Dio?). Il fatto che Peter sia inequivocabilmente attratto dal gentil sesso ma sia comunque costretto a vivere con Nightingale, le cui frequentazioni sono misteriose tanto quanto il suo passato (che, voglio dirlo ora, son sicura prevederà la morte per colpa/mano sua di un ex apprendista di sesso maschile a cui era molto legato, almeno, secondo me Ettenberg è qualcosa del genere) crea un ambiente ideale alla proliferazione di sottotesti più o meno fondati nel canone. Il libro è estremamente “televisivo” (o quantomeno è molto intuitivo immaginare come verrà adattato e dove piazzeranno il finale con colpo di scena degli episodi) e, spero, estremamente shippabile.
Ship Sheep
Coefficiente adattabilità? Molto alta ma abbastanza rischiosa, perché è evidente come lo sviluppo della serie richieda un uso abbastanza estensivo di effetti speciali. L’autore ha fatto sapere di essere direttamente coinvolto nella preproduzione (e, con varie allusioni, di contare nella scelta del cast). Questa è un’ottima notizia, perché la scelta di chi interpreterà un così vasto parterre di personaggi (e con una varietà di etnie che tapperà la bocca anche ai più oltranzisti razzisti invertiti che popolano la rete) è assolutamente fondamentale alla buona riuscita dal progetto, soprattutto per quanto riguarda Peter, almeno di non andare in voice over per mezzo episodio. Nella seconda metà del libro ci sono una serie di scene d’azione dalla portata notevole. Bisogna sperare che la per ora sconosciuta casa di produzione televisiva metta in campo mezzi tali che si avvicinino più a quelli di BBC1 che non a quelli di BBC4, per intenderci. Il fattore fidelizzazione potrebbe essere altissimo e il materiale cartaceo di partenza continua ad aumentare.
Si può leggere in lingue originale? Checché ne dica Aaronovitch, che vi fa su anche parecchia ironia, il suo libro non è propriamente scritto in inglese (inglese britannico, checché lui sostenga che sia pressoché comprensibile anche per un americano), in quanto impelagato da una marea di modi di dire e forme proprie della città di Londra. Il fraseggio è piuttosto scorrevole e la lingua in generale rientra nella media dei libri di genere (solitamente un po’ più ostica del fiction generale), il problema è che nel flusso di pensiero di Peter ci sono delle considerazioni condite di ironia londinese e di modi di dire praticamente dialettali che ne rendono oscuro il senso. In tanti gli hanno chiesto un glossario, fatto che lo ha un po’ indispettito. Fatto che a me ha indispettito ancor di più perché per quanto culturalmente dominante, per i non nativi della lingua (e della nazione) britannica anche quelle che per Aaronovitch sono ovvietà possono essere elementi di folklore e mistero. Mistero che in più casi ho tentato di svelare rivolgendomi a residenti oltremanica, che loro hanno tentato di rivelare interpellando fidanzati/colleghi madrelingua, sorprendentemente all’oscuro del senso di quello che per il nostro è standard english o giù di lì.
Com’è l’edizione italiana? “I Fiumi di Londra” è edito in Italia per Fanucci editore (che sorpresa, eh!), nella collana TIF extra, tradotto da Silvia Quadrelli, al costo di 9,90 euro. Premesso che l’ho letto in lingua originale, ho sentito più o meno ovunque che il libro è svilito da una pessima traduzione. Spulciando su Anobii però ho trovato questa considerazione della traduttrice stessa, che se possibile infittisce il mistero di cosa succede ai libri in fase di traduzione in Italia:

silvia quadrelli traduzione i fiumi di londra

Note:

    1. Ben Aaronovitch è piuttosto attivo in rete. Possiede un account twitter e un blog, entrambi pieni di materiale interessante ed ideali per approfondire i contenuti dei suoi libri. Tra dieta, geek stuff, racial issues e consigli letterari, lo scrittore è anche una persona parecchio interessante da leggere.
    2. La saga di Peter Grant conta al momento quattro volumi: Moon Over Soho, Whispers Underground, Broken Homes (appena uscito in hardcover) e il prossimo ancora non titolato, su cui l’autore sta attualmente lavorando (e twitta molto sul working in progress). In Italia al momento è disponibile solo il primo volume.
    3. Le due copertine dell’edizione giapponese. Il particolare degno di nota, a parte le illustrazioni di tale Yamamoto Nori (se qualcuno sa qualcosa, parli!) è che nemmeno Aaronovitch ha la più pallida idea di chi sia il personaggio ritratto nell’immagine a destra, da quanto è abbellito e decontestualizzato. LOL puro.
      peter grant copertine giapponesi
    4. Potrebbero arrivare presto altri post sui prossimi volumi, sì.

EDIT: La recensione al secondo volume della saga, Moon Over Soho, la trovate QUI.

Rivers of London di Ben Aaronovitch, Gollancz, 2011, 392 pp, 7,99 sterline

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