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the sessions locandinaSul tema della disabilità il cinema ha sempre avuto un occhio di riguardo ed è di poco tempo fa lo straordinario successo di “Quasi amici”. Merito dell’estrema emotività che certi argomenti sanno suscitare ma anche del sicuro appeal che l’etichetta “tratto da una storia vera” tende ad esercitare sul pubblico, come una sorta di bollino di garanzia dell’autenticità delle sventure altrui vissute su schermo.
Parlare al cinema di disabilità però equivale anche a puntare un faro su realtà trascurate e problemi spesso sconosciuti ai normodotati ma dal potenziale narrativo tutt’altro che tiepido. The Sessions ha l’indubbio merito di prendere il problema dell’invisibilità di petto, affrontando il per nulla banale compito di parlare di sessualità contigua alla disabilità.


Mark O’Brien è un poeta e giornalista costretto a vivere la maggior parte del suo tempo chiuso in un polmone d’acciaio, incapace di muoversi dal collo in giù, a causa degli strascichi di una grave poliomielite. In un articolo del The Sun Magazine del 1990 (che potete leggere per intero QUI) ha raccontato la sua esperienza con un surrogato sessuale, una sorta di consulente “attivo” per superare blocchi e problemi in questo campo. L’uomo decise di perdere la propria verginità spinto sia da un recente reportage realizzato come autore riguardante il sesso e i disabili, sia per una crescente consapevolezza dell’imminenza della propria morte.
Il regista Ben Lewin, anch’esso colpito dalla polio da giovane, è rimasto così colpito dall’assoluta sincerità e incisività dell’articolo da realizzarne un film, dopo che già un corto contenente una lunga intervista al poeta aveva vinto l’Oscar.

Questa è la genesi di The Session, un film che affronta apertamente e frontalmente un argomento che altri maneggerebbero con molto più cautela. L’atmosfera che si respira è quella di una quotidianità mai esagerata o sfumata nelle limitazioni e nelle difficoltà, sia dal punto di vista pratico che emotivo.
Il grande merito per la riuscita di una pellicola tanto lontana dal banale è dei suoi interpreti, Helen Hunt, la terapeuta che promette sei sessioni non negoziabili al suo cliente per insegnargli come creare e mantenere una sana vita sessuale e John Hawkes, assolutamente fantastico nella resa naturalista di un handicap che non possiede e dell’emotività del suo personaggio. Il regista ha spiegato di non essere riuscito a trovare un attore disabile adatto al ruolo in fase di casting; vedendo la perfomance di Hawkes si capisce chiaramente che non è stata una scelta di convenienza.
I due funzionano ottimamente presi singolarmente e durante le sessioni e riescono nel piccolo miracolo di non rendere la deriva sentimentale che inizia a colorare il loro rapporto professionale stucchevole o scontata. Helen Hunt ritrae davvero splendidamente una professionista così sui generis ma anche una donna felicemente sposata di fronte alla sua prima seria crisi d’identità e affetti.

Il tono della pellicola è un continuo saliscendi tra il dolce e l’amaro, ma a differenza di “Quasi Amici” (dove la storia vera forniva una sorta di riscatto per entrambi i protagonisti, oltre al lieto fine) qui gli eventi sono così radicati nella realtà che anche la nota più positiva rimane improntata su un realismo inevitabilmente agre, nonostante l’intervento quasi comico del reverendo di William H. Macy, il parroco che tutti vorrebbero avere.

the sessions mark o'brien

Lo recupero? Decisamente una bella visione ma soprattutto delle performance di livello non comune. Ovviamente nello spettro cinematografico sta più nel settore indie che in quello dello svago commerciale, ma se ciò non vi disturba, senza fretta, provate a darci un’occhiata.
Ci shippo qualcuno? Sulla carta il reverendo e il protagonista avrebbero qualche possibilità, ma l’altra presenza di donne desiderate da quest’ultimo lo rende ben difficile.
Coefficiente kleenex? Non da pianto disperato e tentativo di suicidio, ma soprattutto sul finale è facile che qualche lacrimuccia scappi.

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