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orange is the new black locandinaNetflix è più della nuova HBO, è Netflix. Un modo tradizionale ma con un germe di novità nel fare serialità, impegnato a produrre serie dall’aspetto e contenuto qualitativamente alto e in qualche modo diverso dai network televisivi. La scelta di rendere disponibile tutta una serie in un’unica release è però deleteria, almeno per me. Finisce sempre che le antepongo le uscite settimanali, tanto che la da me attesissima “House of Cards” aspetta ancora che le rivolga le mie attenzioni.
La settimana scorsa invece sono approdata a Orange in the New Black, un po’ per i commenti positivi di chi non si era arenato al pilota, un po’ per la voglia di un recupero in botta veloce un po’ perché, come direbbe Nicky (una comprimaria di spicco) con la sua notoria finezza, avevo voglia di “un nuovo tipo di dramma tra leccapassere”.


Creata da Jenji Kohan (la mente dietro a “Weeds”) e basata sull’omonimo libro, la serie segue le disavventure di Piper Chapman, quasi sposina, bianca, bionda, fissata con gli alimenti integrali e con un business di candele artigianali pronto a decollare, finita dentro un carcere femminile in cui dovrà scontare 15 mesi di reclusione.
Chapman è la protagonista tipo di una serie americana, carina e chiaramente ariana, magra, piena di white problems e costretta a lasciare Larry, il bravo ragazzo ebreo di turno, per un errore compiuto in gioventù. Errore non così di poco conto: con la sua fiamma lesbo dell’epoca, Alex, Piper passava da un aeroporto all’altro muovendo i soldi per un cartello internazionale della droga, approfittando del suo aspetto ordinario e insospettabile.

La serie si sviluppa sul contenuto del libro di memorie della vera Piper Kerman, utilizzato come base dalla Kohan ma poi ampliato per l’esigenza di dare più corpo alla narrazione e allargare ulteriormente un cast di attrici molto variegato. Dal pilota sembra prospettarsi una serie vagamente comica sulle sventure di una ragazza “normale” finita in una prigione divisa tra ispaniche, il ghetto nero, le fanatiche religiose, senza saltare alcuno stereotipo carcerario in una sorta di Mean Girls al fresco. In realtà invece non ci vuole molto ad intuire che la serie ha molto di più da offrire, grazie al realismo donato dal racconto di prima mano della Kerman e grazie al talento della Kohan.

Taylor Schilling Piper Kerman

La Piper fittizia di Taylor Schilling e la vera Piper Kerman

La magia sta nel fornire un punto di vista rassicurante e vicino allo spettatore, che si identificherà facilmente in Chapman, sempre pronta a calpestare inconsapevolmente qualche legge non scritta che domina la vita dietro le sbarre o a confrontarsi con l’assurdità burocratica e il cinismo di chi in carcere ci lavora o ci sopravvive. Molto presto però le leggi sociologiche del carcere (Grossman, i mondi chiusi e tutto quello che chiunque abbia mai studiato un po’ di sociologia sa recitare a comando) cominciano a lavorare sulla protagonista e sullo spettatore, sempre più distanti dal punto di vista degli “esterni”, in primis del fidanzato Larry e l’amica – futura partner commerciale di Piper. Vivendoci dentro e superando le prime ondate di terrore, angherie e difficoltà, Piper comincia a ragionare all’interno delle logiche della vita carceraria, sgretolando la maschera di perfetta “persona normale” costruita dopo aver lasciato in asso la sua ex fiamma Alex, causa prima del suo imprigionamento (avendo fatto il suo nome per ottenere uno sconto di pena) e sua compagna di carcere, sempre più vicina e tentatrice nella resurrezione della “vecchia Piper”, avida di avventure e spregiudicata nella sua frivolezza.

Il cambiamento ben più impressionante però sta nel ribaltamento di prospettiva dello spettatore rispetto alla protagonista. Puntata dopo puntata assistiamo a continui flashback alla Lost che fanno luce di volta in volta sul passato delle compagne di prigionia di Piper (su cosa facevano prima e sul perché sono finite dentro) e dei dipendenti carcerari. Così, pur non saltando nemmeno una delle tematiche associate alla vita in carcere (la droga e il contrabbando, il suicidio, le molestie sessuali, il lesbismo di orientamento e necessità, le telefonate, il rancio disgustoso, le docce teatro di scontri, l’isolamento e il reparto psichiatrico, le visite e le lettere, i provvedimenti disciplinari e le minacce di morte), ognuno dei comprimari esce dallo stereotipo entro cui era stato presentato, regalando memorabili testimonianze di umanità e sofferenza di Crazy Eyes, Alex, Tracy, Nicky, Red, Big Boo, Poussey, Taystee, Janae, Pennsatucky.
Spinta dalla disperazione e dal suo atteggiamento superficiale e talvolta superiore, al contrario Piper dimostra via via il suo vero volto dietro la maschera della “normalità”: una donna manipolatrice e narcisista, con uscite sempre al limite del razzismo salvo poi chiedere “scusa, suonava offensivo?”, che non ha ancora affrontato la propria (per lo meno) bisessualità archiviandola come una follia lesbo di gioventù. Questo non la rende sgradevole, anzi, ne fa un personaggio infinitamente più interessante, specie sulle drammatiche battute finali, che coronano in una chiusura di stagione perfetta; lo sbocco naturale di una Piper portata al limite, sola e tradita dopo aver tradito, pronta ad abbracciare in pieno il codice carcerario facendolo proprio.
orange is the new black cast

Orange is the New Black a prima vista non è nemmeno un prodotto così innovativo, ambientando in carcere dinamiche di accettazione esclusione e stereotipi razziali già visti in tantissime serie. In realtà è invece tanto diverso da risultare un negativo attraverso cui misurare la realtà posticcia in cui è immersa la serialità americana.
Il cast del telefilm innanzitutto raggiunge singolarmente e coralmente un omogeneo livello di eccellenza, affiancando a nomi noti magari mal sfruttati in passato (Laura Prepon, Kate Mulgrew) volti esordienti o quasi. Un cast così affiatato e omogeneamente dotato è tutto fuorché la norma.

A colpire davvero è però la varietà estrema del cast nella sua rappresentazione forzata dal contesto del mondo femminile. La Schilling è tra le pochissime ad aderire ai tratti somatici che spadroneggiano nei seriali e fa spiccare la realtà grottesca di cast formati da belloni e graziosissime giovani donne, circondata com’è da ogni possibile variante femminile: magre, grasse, drogate, matte furiose, giovani, adulte e anziane, dementi e un po’ torde, rughe, tratti somatici e sfumature dell’epidermide appartenenti ad ogni grado dello spettro umano. Questa estrema varietà di attrici dai tratti somatici opposti, resa possibile dagli inserti rispetto alla fonte originale voluti dalla Kohan, colpisce profondamente proprio per come rende palese che nelle altre serie la realtà viene continuamente mediata attraverso canoni estetici fissi. Così la sovrabbondanza di infrazioni a questi modelli ideali rende “Orange is the New Black” ben più fresco di quanto ci si potrebbe immaginare. Questa volontà di sottolineare l’unicità di ogni singola donna anche attraverso gli inestetismi e le mancanze fisiche è già palesata dalla sigla, cantata dalla voce ipnotica di Regina Spektor.

La serie ha comunque qualche difettuccio; specie nei flashback le carenze di trucco e parrucco (per soldi o forse inesperienza) sono parecchio imbarazzanti, indice di come l’appetibilità di questa produzione stia anche nel suo budget contenuto.
Altro problema: crescendo continuamente episodio dopo episodio senza svolte decise verso l’ottimo o il pessimo, per godersi gli episodi migliori (di gran lunga il 12 e il 13, con un’ottima scrittura di Piper e della sua nemesi Tiffany, destinataria di uno dei flashback più cinicamente neri della prima stagione) bisogna vedere l’intera serie, contando sulla pazienza di quanti provano i primi episodi. Chi vedrà la scena a conclusione della prima stagione, difficilmente non ne vorrà di più, il più presto possibile.

Ship SheepShip SheepShip Sheep

Se poi siete orfani di tutti quei drammoni lesbo che il nuovo millennio ci ha donato e se per un buon pairing in questo senso vi siete visti serie iper-drammatiche senza senso…tranquilli, l’ho fatto anche io. Vi esorto a provare questa serie, dato che la Alex di Laura Prepon è così giusta, così sgamata e ironica e tuttavia umana e disperatamente incapace di superare la sbandata per Piper che si mangia in un sol boccone ogni pretesa di superiorità morale dell’attuale fidanzato in campo. Insomma, è giunto il momento di sfoderare un paio di ShipSheep, una per l’accoppiata protagonista e una per la Nicky di Natasha Lyonne, la tipa ganza in fase di disintossicazione sempre col lesboradar in azione e tante perle di saggezza sulla dura vita delle lesbiche dietro le sbarre. Senza prezzo.

orange is the new black alex piper

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