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evangelion you can not redo locandinaDifficile non scadere nell’amarcord adolescenziale in questa recensione pressoché inutile dato che i cultori hanno già divorato ogni singolo frame e relativa teoria apocalittica dalla reperibilità di una versione decente dopo l’uscita cinematografica giapponese del 2012 e le personcine a modo ignoreranno beatamente la release per un solo giorno, il 25 settembre, nelle sale italiane grazie ai santi di Nexo Digital. Sul fatto che questo film sia più o meno fangirlabile, il Kaworu Nagisa che campeggia sul materiale promozionale garantisce da solo sulla qualità dello shipping proposto.
Allora perché parlarne? Perché l’ultima produzione costola del Neon Genesis Evangelion televisivo, dopo la mezza prova lilithiana dei due film, arriva nei cinema italiani e val bene un post con qualche poco velato riferimento biblico, perché Evangelion è Evangelion. Pa-pa-pa.

Tentando di rimanere spoiler free mi butto sull’emozione. L’emozione di vedere su schermo cinematografico una produzione figlia di un anime giapponese cult in senso assoluto, anche per il pubblico italiano. Figlio di quell’esperienza ormai irripetibile della visione settimanale su Mtv, con doppiaggio esemplare e sigla originale seguita dal conseguente “mica come su Mediaset“, appuntamento fisso fino all’immancabile distillato purissimo di WTF!? che ogni telespettatore prova davanti all’ultima manciata d’episodi. Niente visioni in botta, in un’epoca in cui i danarosi compravano le vhs rosse della Dynamic Italia e i non danarosi ogni settimana attendevano con trepidazione la puntata successiva degli anime proposti dalla rete (allora) musicale. Inutile però nascondere che oltre i meriti e i difetti, Neon Genesis Evangelion è un tappa obbligata dell’animazione giapponese, circondato com’è da un alone di misticismo e fanatismo che ne costruisce e decostruisce la percezione nello spettatore ben prima che si approcci al video.

Sui motivi e sull’effettivo bisogno di una nuova tetralogia cinematografica non intendo pronunciarmi; quel che è certo è che di materiale da elaborare e rielaborare l’ideatore Hideaki Anno ne ha a disposizione a palate, partendo da un anime figlio del gusto estremo di porre domande esistenziali ma quasi estraneo dal dare risposte che non siano vaghe, accennate, contraddittorie. Meglio puntare sull’allegoria religiosa, sul sottotesto filosifico, sulla metafora ininterrotta; Evangelion è una narrazione rigogliosa, un millefoglie di significati interconnessi, il cui piacere risiede sia nella visione sia nel lambriccamento post visione, coadiuvato da centinaia di siti fanmade volti a decriptare (o a creare direttamente) un senso, a capire il messaggio, a trovare la maledetta risposta alla maledetta domanda. So di attirarmi l’odio congiunto dei due gruppi di fan, ma dove in Occidente la gente provava a suon di screencap che Damon Lindelof e J.J. Abrams con l’Isola volevano dire che, un po’ di anni prima (e ora un po’ di anni dopo) in Giappone e tra i fan dei prodotti giapponesi si faceva lo stesso per trovare un senso nei deliqui di Gendo Ikari e della Seele.

Se nei primi due film il racconto, pur con decise differenze, rimaneva comunque una sindone del nucleo originale, arricchito da alcuni nuovi personaggi e da una serie di interconnessioni suggerite qua e là (loop temporale? Futuro possibile / alternativo?), Evangelion 3.0 You Can (not) Redo dà una decisa sterzata verso un territorio ignoto, altro, riuscendo per la prima volta da un decennio abbondante a disorientare anche il più scafato dei fanatici al pari del neofita. Diciamolo chiaro e tondo: non è un film da battesimo del fuoco; è assolutamente necessaria la visione attenta dei due capitoli precedenti e quella della serie (o dei due “riassunti filmici”) rimane caldamente consigliata.

evangelion you can not redo shinji ikari

la classica posizione dello spettatore nel post visione, impegnato a trovare un senso a quanto visto

Il disorientamento dello spettatore, che stavolta rimane per lungo tempo sullo stesso livello di inconsapevolezza incolpevole di Shinji Ikari, rimane forse la novità più importante del brand che sembra cambiare, aggiornando il suo messaggio (mai troppo positivista, in tutta sincerità) alla nostra epoca ancora più cupa rispetto a quella della sua creazione. Ai miei occhi l’introduzione di una decina di nuovi personaggi e la radicalizzazione delle posizioni espresse dai gruppi in cui sono divisi, gruppi che hanno in comune solo la volontà di far sentire Shinji una merda colossale (un’ottima strategia da attuarsi nei riguardi di uno che è già stato a tanto così dal cancellare il genere umano un paio di volte), sono espressione del mutamento d’atmosfera dell’intera narrazione, decisamente ancorata su tematiche post apocalittiche. Se metafore e sottotesti continuano ad abbondare, mi ha colpito particolarmente il fatto che la narrazione rimane in qualche modo scarna, essenziale quanto il mondo nato sul finale (bastardissimo) del film precedente.

Evangelion insomma fa la muta e cambia pelle, ma sotto le sue nuove sembianze continuano a ripetersi i medesimi eventi e a scontrarsi i medesimi caratteri, seppur induriti dal contesto in cui sono stati inseriti dall’azione dell’Eva 01. Prova ne è la conclamata ricchioneria di Kaworu Nagisa, il rassicurante “sono nato per incontrarti” che giunge in aiuto del povero spettatore disorientato dalla radicalizzazione di quanto veniva ripetuto ma era, come direbbe Walter Bishop, only slightly different.

Sul valore in sé del film invece è abbastanza difficile dare un parere definitivo. Si tratta evidentemente del capitolo che si prende il rischio di cambiare le carte in tavola; la posta del gioco viene alzata, il tranquillo sentiero già percorso sembra essere abbandonato. Altrettanto manifestamente è un discorso in itinere, che non ha un definizione temporale ben distinta dal suo predecessore e (soprattutto) dal suo successore, per cui imbastisce un trampolino di lancio davvero interessante, sacrificandogli però la propria indipendenza. You can (not) redo al momento dice poco, è un salto nel vuoto in un mondo che è descritto solo per sommi capi, in attesa che il capitolo finale dia un senso al tutto (ah ah ah, buona questa). Rimane una visione interessante, ma decisamente schiava di quanto verrà prima e dopo.

evangelion 3.0 kaworu nagisa

Lo vado a vedere? Nel caso non siate estranei al mondo di Evangelion, vale decisamente l’evento, anche solo perché sembra il primo vero prodotto direttamente successore di quanto è successo nel mondo reale e animato dopo la serie televisiva. Eppoi, Evangelion al cinema: per la mia generazione, è praticamente un traguardo, un riconoscimento, l’uscita dalla caverna platonica della nicchia degli appassionati pipparoli. Un bel ripassino però è consigliato.
Ci shippo qualcuno? Già nella serie originale per troncare la deriva omoaffettiva galoppante del protagonista è stato necessario fargli decapitare il soggetto del suo desiderio, Kaworu Nagisa, “nato per incontrarlo”, protagonista di una serie di scene ormai iconiche che coronavano con i due che facevano il bagno insieme e poi Shinji andava a dormire a casa di lui. Il tutto in una sola puntata, decapitazione inclusa. E comunque vorrei ricordarvi anche nelle ultime puntate deliranti verso quale dei due mega colossi bianchi si lancia l’Eva 01: la megaRei o il megaKaworu? APPUNTO.
Suona malissimo e descritto così perde un sacco dell’aurea gay che sprizzava da ogni fotogramma, credetemi. La parte migliore della presenza scenica di Nagisa è appunto la sua presenza scenica, le sue uscite sussurrate guardando dritto negli occhi Shinji, il suo sussurrare nelle orecchie e stringere mani e posizionarsi strategicamente su scogli a forma di ali. Se una volta descriveva Shinji dicendogli che in particolare il suo cuore era delicato come cristallo (frasi citate a memoria, perché la spavalderia con cui ai tempi Kaworu circuiva il nostro si marchiò a fuoco nelle giovani menti pre ondata di bromance) ora cambia il repertorio ma i sussurri e gli sguardi dritti negli occhi rimangono sempre quelli, solo declinati sulla nostra musica che suoniamo insieme e crea bellezza. Detto ad alta voce suona veramente osceno.
La visione in sala è particolarmente insidiosa per la fangirl perché, pur se le scene ad evidente nudità e contatto fisico sono scomparse, Kaworu ci prova in maniera così spudorata che trattenere i sospironi risulterà laborioso. Il momento più difficile per me è stato quando Shinji si trasforma nella moglie di “Cara ti Amo” e Kaworu lo asseconda con un sorriso, continuando a circuirlo ai limiti dello stalkeraggio. Non è il cosa fa, ma il come lo fa e la faccia di tolla da presidente dell’arcigay giapponese con cui lo fa: Kaworu Nagisa scatena un’ondata di ricchioneria che non solo difficilmente avrà uguali nella nostra speciale classifica di fine anno, non solo non può essere descritta con un gregge di Ship Sheep, ma cavolo, forse d’ora in poi parleremo di shipping in una scala dallo zero al Kaworu Nagisa di You can (not) redo.
Non che la cosa gli venga resa più difficile da tutta la gnocca dello show, sistematicamente impegnata a insultare Shinji da inizio film e a dirgli “non servi a un cazzo”, che se c’è una cosa che uno dopo una serie più una manciata di film dovrebbe aver capito è la vitale necessità di non far sentire inadeguato il figlio del Re dei Lilith (WTF!?) che ha come superpotere quello di mandare a puttane l’umanità per salvarsi i suoi amici disadattati.
A un essere sovraumano come Nagisa ben si addice la sovraricchioneria raggiunta in questa pellicola, che si lascia alle spalle con una scrollata di capelli argentei la maggior parte dei rivali. Ogni pecorella sta un gregge di pecorelle, almeno.
Ship SheepShip SheepShip SheepShip SheepShip SheepShip SheepShip SheepShip SheepShip Sheep

Le menate mentali della sottoscritta – ovviamente obbligatorio (sennò che post su Eva è?) e ovviamente [SPOILER] – mentre ogni bravo estimatore che si rispetti perde il senno su ogni mezza parola o immagine lasciata a riempire un decennio e spicci di salto temporale, la mia umile mente si è già incagliata sui misteriosi messaggi che alcuni quesiti insoluti ed inespressi sembrano suggerire:

  1. Dove caspita l’ha ravanato Kaworu un pianoforte Yamaha in perfette condizioni mentre Neo Tokyo 3 e buona parte dell’umanità andavano al creatore?
  2. Come è possibile che il suddetto non rimanga intaccato dagli agenti atmosferici e c’abbia pure l’unico cavolo di albero sopravvissuto in km e km di paesaggio post apocalittico rosso sangue che coronano questo vivace mondo post vaccata di Shinji?
  3. [molto rilevante] È possibile perpetuare la decapitazione di Kaworu senza suonare poco prima l’Inno alla Gioia o è conditio sine qua non?
  4. Possibile che l’unica volta che Shinji non fa la piattola mostruosa e prende seriamente l’iniziativa la testa del suo love interest gli esploda accanto? È un contrappasso per aver voluto essere più proattivo?
  5. Esiste un significato nascosto nel fatto che nonostante il salto temporale e lo sputtanamento del Giappone tutto, ogni volta che si palesa un Angelo qualcuno tenti di lanciargli addosso armi ed esercito chiaramente destinate al macello nella più classica tradizione del “spara spara ci stanno massacrando”? È una sorta di rituale transitorio descritto nelle pergamene del Mar Morto?
  6. Se nel prossimo futuro Anno decidesse di fare un ulteriore adattamento perché sì, i designer dello studio Khara riuscirebbero a disegnare una plug suit ancora più esplicita?
  7. Saranno rimaste altre superdigievoluzioni all’Eva 13 Eva 01 da sfoderare nell’ultimo film?evangelion 3.0 nerv


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