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la migliore offerta locandinaGiuseppe Tornatore è uno che non ha mai badato troppo a stili e convenzioni, saltellando agilmente da un genere all’altro e variando il proprio registro film dopo film. Questa sua ultima fatica però, pur godendo dei migliori auspici di un cast affermato a livello internazionale, è un prodotto davvero strano, che suscita simultaneamente reazioni contrastanti tra loro.
La verità è che ho temporeggiato parecchio prima di parlarne un po’ perché non ho ancora ben capito io se il film mi sia effettivamente piaciuto, senza contare il magheggio richiesto per riuscire a commentarlo senza spoilerare i passaggi decisivi del racconto.


La Migliore Offerta è un film dall’impiantito ambizioso, dove storia, interpreti e comparto tecnico sono impiegati a fronte di un riscontro di critica e pubblico che forse si sperava migliore e più dirompente. Nel passaggio dal potenziale su carta al prodotto su pellicola però qualcosa ha finito per incepparsi e il valore effettivo del film rimane ben al di sotto di quanto si potesse pronosticare. Capire cosa sia andato storto è l’aspetto più difficile. Un raffinato film ad incastri che inizia con la solitaria vita di un rinomato battitore d’aste alle prese con una difficile cliente e si evolve via via in una storia d’amore e mistero, fino alla culminante risoluzione finale: suona promettente, specie se a interpretare l’anziano protagonista diviso tra orgogliosa misantropia e miserabile solitudine c’è Geoffrey Rush. Tuttavia il film si poggia su una sceneggiatura che è sì complessa, ricca com’è di ribaltamenti e rivelazioni per riempire le due ore abbondanti di minutaggio, eppure al contempo scivola un po’ troppo spesso nella faciloneria, grazie a cui i più smaliziati sapranno anticipare i colpi di scena essenziali con svariati minuti d’anticipo.

Peccato, anche perché il film è un po’ troppo compiaciuto della raffinatezza insita nella sua storia, finendo per sottolinearla con le scelte scenografiche, musicali e registiche in maniera persino stucchevole.

Il problema forse è questa insistenza su alcuni aspetti della storia, a volte già deboli in partenza: ad esempio il continuo sottolineare l’ingenuità emozionale che nasconde il rude carattere del personaggio di Rush, tanto che qua e là la sua discreta interpretazione viene svilita da alcune scene che sconfinano nel ridicolo (vedi il “Claaaaaaaaire!” sotto la pioggia), mentre alcuni scorci interessanti (vedi il bar e i figuri che vi albergano in pianta stabile) vengono trascurati e sfruttati solo nel momento dello spiegone finale.
Anche il cast, a ben vedere, è azzeccato fino a un certo punto: Jim Sturgess si salva solo perché fortunatamente per lui viene scelto di mostrare solo un lato del suo personaggio, quello in tutto e per tutto identico al suo ruolo tipo, facendo dedurre allo spettatore il resto. Sylvia Hoeks invece è assolutamente incolore, tanto da far sorgere il sospetto che sia stata scelta più per il suo portamento che per le sue capacità. Comunque vedere ogni tanto un anziano che prende una sbandata per non dico una coetanea, ma almeno una donna che senza ombra di dubbio non possa essere scambiata per sua figlia non sarebbe poi tanto male. Donald Sutherland è sempre un piacere vederlo, anche in ruoli sacrificati dalle esigenze di calibratura del film, proprio come in questo caso.

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Lo recupero? Chiariamo: nonostante i titoli assonanti suscitino parecchia confusione, poiché Rush recita in inglese questo film non è candidabile come Miglior Film Straniero, a differenza del favorissimo “La Grande Bellezza”. Non lo metterei in cima alla lista delle priorità, ma ha sicuramente il fascino del film che avrebbe potuto essere (e invece non è). Se poi siete membri del Team Gerontofilia o cercate un film comunque visivamente riuscito e volutamente raffinato, tenetelo in considerazione.
Ci shippo qualcuno? No, ma se siete di quelli che empatizzano nelle vicende riguardanti il dramma della vecchiaia e dell’incomunicabilità, soffrirete parecchio.
Il finale [SPOILER][mavvà] Oldman è stato truffato dall’amico di vecchia data Billy, desideroso di sottrargli la sua collezione. Con l’aiuto di Robert e Claire è stata inscenata tutta la truffa, dalla villa affittata ad hoc e cosparsa di opere d’arte al falso androide costruito da Billy, fino alla malattia della finta reclusa, volta a incuriosire e far avvicinare Oldman. Il ristorante dove si chiude il film ha l’allestimento di orologi realizzati da Billy e probabilmente Claire, in un singulto di rimorso, ha ben pensato di dare qualche indizio al vecchio per giustificare almeno parzialmente il proprio operato. Certo che nascondere il mega cattivo della vicenda dietro alla faccia pulita e un po’ gigiona di Sturgess è proprio un’infamia, assolutamente inindovinabile. E meno male che non hanno rischiato mostrandoci la versione “malvagia” dello stesso, che già attorialmente non è dotatissimo…

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