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gravity locandinaInnanzitutto, chiariamo: Gravity non è un film di fantascienza. Di “fanta” non c’è proprio niente, checché chi l’ha già visto continui a sostenere questa posizione. Piuttosto, è un film in cui lo spazio è protagonista e antagonista assoluto della vita umana. Niente salti futuribili anche minimi: a differenziarlo da film come “Apollo 13” c’è solo il fatto che la storia è fittizia, in quanto ancora nessun astronauta ha avuto una giornata di merda come quella che la sventurata Sandra Bullock è costretta ad affrontare. Una di quelle giornate in cui dire che tutto va storto è sottostimare la portata delle sfighe che le capitano, senza tralasciare che si trova in un ambiente del tutto ostile alla vita. La sua.


Gravity è un film che sviluppa magistralmente il suo potenziale: è un film da vedere, anche perché è probabile che grazie all’ottima accoglienza della stampa (estera) a Venezia, Cuaròn e Bullock li rivedremo su parecchi red carpet della stagione dei premi. Il punto di forza della pellicola è la sua narrazione della vita dello spazio, o meglio, della sua precarietà e assurdità. Forse Gravity è il film che racconta meglio l’angoscia dello spazio, la fragilità della protezione che la scienza umana può offrire ai temerari che finiscono per lavorarci, attratti dalla bellezza del panorama o dal silenzio assoluto che vi regna, l’unica vera via di fuga dalle tribolazioni terrestri. In altri film spaziali memorabili lo spazio è una cornice romantica o un luogo da incubo in cui l’angoscia e il terrore sono veicolati da un pericolo spesso altro, alieno. Qui invece Alfonso Cuaròn delinea con lucida precisione che lo spazio stesso è alieno, non terreste, nemico a cui bisogna opporsi con tutta la propria umanità per scamparla. Per farlo sfrutta sapientemente i movimenti di camera e le inquadrature, alternando primissimi piani a campi lunghissimi, in un film che per struttura rischia continuamente di essere statico pur essendo ambientato nel più vasto ambiente disponibile. In questo caso anche il 3D risulta gradevole e tanto naturale sull’immagine già generata da un computer da fondersi perfettamente alla stessa, fino a scordarsi della sua presenza.

gravity astronauta

Protagonista assoluta della pellicola, una Sandra Bullock che tira fuori un’interpretazione notevole, sicuramente di livello più alto di quella che gli valse l’oscar. Dalla sua ha un personaggio che manca di tanto così l’archetipo, per delle motivazioni così stupide e paracule da risultare veramente irritanti. Dato che sono stata ignobilmente spoilerata dalla stampa italiana, sarò volutamente vaga: Gravity è il compendio di una giornata infernale del medico Ryan Stone, appena giunta nello spazio per coordinare alcuni esperimenti medici e ancora sopraffatta dal nuovo habitat. Assediata dalla nausea e dall’impaccio della gravità zero, a fronte di un guasto tecnico che la farà precipitare nel baratro costante della morte a un passo, la dottoressa Stone avrà dalla sua solo l’aiuto dell’esperto astronauta interpretato da George Clooney, una sorta di spensierato cazzone che invece si rivela man mano il detentore di una lucidissima visione della vita e un fine conoscitore di tipi umani, senza peraltro dover mai perdere la sua giocosità e il suo buon umore che nasconde dei nervi l’acciaio. Clooney è una mera spalla, ma il suo ruolo risicato ha un carattere interessante.

La dottoressa di Sandra Bullock però è il cuore narrativo della storia nella sua battaglia contro lo spazio. Si tratta di un personaggio femminile di quelli che si vedono raramente e men che meno come protagonisti di un intero film: Stone si arroga il sacrosanto diritto di non essere piacevole, di essere un polo emozionale e caratteriale negativo. Irritata, lievemente depressa, pronta ad arrendersi alla prima difficoltà, scostante e (più che comprensibilmente) nel panico più completo, sull’onda dell’apatia suicida. Dato il messaggio fondamentalmente positivo con cui la sceneggiatura chiude la storia, si cerca di fornire un evento, una motivazione che spinga questo buco nero emozionale a tentare di sopravvivere e qui arriva la pugnalata e l’elemento che preclude a Stone la possibilità di essere una nuova Ripley: la maternità. Non potete immaginare la mia ira nel vedere per una volta un personaggio femminile non connotato coi caratteri di relazione a una figura maschile (figlia, moglie, madre, sorella) e poi vederci ficcare a forza un elemento biografico che ne giustifichi la sgradevolezza. Stone non può essere stronza di suo, non ne ha il diritto in quanto donna indipendente. No, deve esserci per forza qualcosa nel suo passato a giustificarne l’attitudine distruttiva, qualcosa che sul finale dà vita al classico monologo da Oscar di un patetismo tale da lasciare un saporaccio in bocca. Non di occasione sprecata, perché il film è comunque ottimo, ma di coerenza e coesività irrimediabilmente compromesse.

gravity sandra bullock

Lo vado a vedere? Comprensibilmente Gravity non è un film per tutti i palati, data l’impostazione autoriale piuttosto netta, nonostante l’allure hollywoodiana del cast. Non è un film spensierato o rassicurante e sicuramente non può vantare azione e cambiamenti di scenari continui. Forse a scoraggiare potrebbe essere soprattutto il tono cupo e disperato della storia, almeno fino al tenue bagliore finale. La trama e l’impostazione filmica a grandi linee l’avete capita: se non vi repelle, considerate seriamente l’idea di recuperarlo appena possibile.
Ci shippo qualcuno? Non vedo come, dato che c’è un solo protagonista maschile.
C’è la scena dell’intimo spaziale alla Ripley? Ma ovviamente sì, ci mancherebbe altro.

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