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la grande bellezza locandinaDato il mio recente recupero fuori tempo massimo per scrivere un qualsiasi giudizio che non sia già stato espresso dalla tiepida stampa italiana e dalla più convinta stampa estera in quel di Cannes, ho deciso di parlarvi de La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino in merito alla corsa agli Oscar nella categoria miglior film in lingua straniera, di cui seguo da anni regolamenti, scommesse, incidenti internazionali, indiscrezioni e peripezie quasi ossessivamente. Il motivo è semplice: dato il gran numero di variabili in gioco e di intricati calcoli politici e geografici coinvolti, è il premio più avvincente della serata.

Strumento indispensabile, la lista delle candidature Stato per Stato, che quest’anno ha raggiunto il numero record di 76 partecipanti (benvenuti Moldavia, Montenegro ed Arabia Saudita!): la potete trovare QUI o QUI in versione ufficiale.
Importantissimo dare un’occhiata anche al regolamento specifico per la categoria, QUI, date le recenti modifiche apportate.

La corsa alla nomination si è chiusa il primo ottobre e la giuria italiana (Nicola Borrelli, Martha Capello, Liliana Cavani, Tilde Corsi, Caterina D’Amico, Piera Detassis, Andrea Occhipinti e Giulio Scarpati) ha fatto a mio avviso la scelta migliore, candidando La Grande Bellezza come delegato italiano in una categoria in cui il nostro Paese nel passato è riuscito a fare molto, ma ultimamente latita un po’.
A parte la concorrenza tardiva e comunque relativa di un documentario come Sacro GRA, entrato in competizione più per la vittoria a Venezia 2013 che per effettivi punti di forza che generalmente aprono le porte dell’ex Kodak Theatre, non è che Paolo Sorrentino avesse tutta questa pletora di antagonisti pronti a sbarrargli la strada. Dato l’argomento, direi d’investirci persino un elenco numerato.

  1. LE REGOLE- Un criterio non da poco, che troppo spesso si tende a sottovalutare. Sono tanti i motivi per cui un film risulta incandidabile. Alcuni sono autoevidenti: un film deve essere presentato entro una certa data con un’anteprima cinematografica (niente internet, niente tv) e rimanere nelle sale almeno un dato numero di giorni nel Paese che lo candida. Deve essere recitato in una lingua distinta dall’inglese; questo il motivo per cui “La Migliore Offerta” non poteva essere candidato. Nota bene; anche solo un numero variabile di battute recitate in inglese può pregiudicare l’ammissione, è già accaduto in passato. Regola recentemente revisionata e piuttosto controversa: il Paese può candidare un film in qualsiasi lingua che non sia l’inglese, anche una lingua non riconosciuta come nazionale sul suo territorio. Su questo si è discusso molto, perché tanti Paesi ex-colonizzatori (in primis il Regno Unito) hanno sfruttato lingue locali delle loro ex colonie per mandare avanti piccoli progetti autoriali nella corsa. Per dirvi: in Regno Unito sono costretti a candidare film in scozzese o altri microidiomi, va peggio alle piccole colonie con lingua ufficiale inglese che difficilmente trovano qualcosa di degno da candidare. Che colpa ne hanno loro, se usano l’inglese? Eh. Altro criterio abbastanza criticabile: il diretto coinvolgimento dello Stato presentante nella realizzazione, che negli ultimi anni ha fatto fuori, tra gli altri, Lust, Caution. Si tratta di un criterio abbastanza arbitrario, sempre collegato al discorso post colonialista sopra citato.sabrina ferilli la grande bellezza
    Un’importante cambiamento di questi anni, è la decadenza dell’obbligo di visione al cinema della cinquina finale per poter votare i film. Virtualmente questo allarga la platea dei votati della cinquina finale a qualsiasi membro vivente dell’Academy che attesterà di avere recuperato tutti e 5 i film su homevideo/supporto digitale. Si tratta di un punto fondamentale, perché potrebbe abbassare l’età dei votanti di solito molto alta (notoriamente solo chi vive in grandi città americane legate all’industria del cinema e ha molto tempo libero può provare di aver presenziato a tutte e 5 le proiezioni dei candidati). Di questo però parlerò più tardi.
    La scadenza per la presentazione nelle sale della pellicola quest’anno ha fatto fuori il candidato più forte, ovvero il francese La Vie d’Adèle, vincitore della Palma d’Oro all’ultimo festival di Cannes. Qui apro una parentesi enorme, perché la questione merita di essere approfondita, nel punto a seguire.
  2. I PREMI E I FESTIVAL – La Francia in questi anni sta alternando pellicole dal successo commerciale internazionale a pellicole autoriali veramente meritorie; il cinema francese sta decisamente meglio di quello italiano, difficile argomentare il contrario. Difficile anche ignorare quanto la litigiosità interna e il francocentrismo galoppantesi siano mangiati quantomeno un paio di nomination in questa categoria negli ultimi anni. Nell’anno di “Quasi Amici” scoppiò una feroce polemica in patria per la scelta di un film tanto commerciale a discapito del notevole “Un sapore di ruggine e ossa”. Secondo le indiscrezioni, all’Academy questo pantano di responsabilità e rimpalli non piacque per nulla e la spuntaroni titolo decisamente meno favoriti, di cui vi ho già parlato dettagliatamente QUI.
    Vincere un premio importante in un festival di peso (nel caso dell’Academy, le nomination/vittorie degli ultimi anni restringono il cerchio a Cannes, Toronto, Sundance e Venezia, in questo ordine) dà un indubbio vantaggio. La critica conosce già la pellicola e, se ben recensita, la distribuzione americana risulta meno problematica (scoglio che però abbiamo già visto potrebbe presto essere superato).
    La distribuzione è il punto chiave, perché solo chi può provare di aver visto tutti e 5 i film voterà il vincitore e se un film viene proiettato in poche sale per un periodo troppo breve, rischia di escludere tantissimi votanti, magari anche a lui favorevoli. La stampa per questo motivo ha un peso relativo in questa categoria e lo si capiva dal genere di film che spesso riuscivano a spuntare: non sempre autoriali, quasi mai controversi, spesso stucchevoli, strappalacrime. Argomenti privilegiati: visioni esotiche di Paesi lontani, bambini in difficoltà (super favoriti), la Seconda guerra mondiale (mentre le altre guerre difficilmente la spuntano) e niente di anche solo vagamente provocatorio. La regola della visione homevideo potrebbe ovviare al voto dei vecchi bacucchi dell’Academy, gli unici in grado di collezionare agevolmente i 5 gettoni di presenza necessari. Per questo arrivare con un premio in tasca conta tantissimo, perché se il passaparola è notevole, è più probabile che un numero crescente di giurati si sbatta per andare a recuperare il tuo film.la vie d'adèle protagonisteTornando ad Adèle, dalle polemiche montate ad arte tra membri del cast e dalla vittoria della Palma d’Oro anche i bookmakers davano per scontate candidatura e vittoria, invece la Francia ha mandato avanti tale biopic intitolato Renoir, una pellicola mai sentita prima.
    Il distributore di Blue is the Warmest Color (il titolo internazionale di Adèle) interpellato in merito sostiene che l’Oscar in quella categoria non conta niente (fonte necessaria data la portata dell’affermazione: QUI), specie se hai già vinto Il Premio, ovvero la Palma d’Oro, che vale molto di più. Loro puntano agli Oscar veramente importanti, ovvero tutti gli altri. Ah, la Francia!Strategicamente rischia di rivelarsi una mossa suicida, per una serie piuttosto lunga di ragioni che voglio analizzare.
    Innanzitutto potete apprezzare come la stampa estera (e la stessa permalosissima Academy) si dimostrino già piuttosto stizzite per questa uscita quantomeno pittoresca dei francesi. La convinzione comune è che la nomination forte nella categoria per film in lingua straniera sia un grimaldello per accedere ai premi di peso, perché spinge molti a vedere il favoritissimo film straniero, che altrimenti tanti membri dell’Academy non vedrebbero nelle loro sale. Amour e La Vita è Bella sono gli esempi che mi sono stati fatti da chi è scettico a riguardo, ma sono esempi poco calzanti, perché entrambi sono stati nominati e hanno vinto proprio nella categoria per stranieri, dilagando poi nella selezione ufficiale.
    Inoltre analizziamo un po’ i nomi che ci stanno dietro e le tipologie di film: Haneke ha un profilo internazionale che non ha bisogno di presentazioni, godeva già di nomination nella categoria ignorate per privilegiare altri (e lo sapete meglio di me quanto conti il senso di colpa a scoppio ritardato agli Oscar e a Sanremo) e ha un palmares che pochi registi viventi possono vantare.
    Roberto Benigni partiva con un film con il micidiale binomio di bimbo carino in pericolo e Seconda guerra mondiale (e già qui mezza impresa era fatta) e ai tempi il fronte italiano curò una distribuzione coi fiocchi e il comico si girò tutti i talk serali americani con il suo inglese biascicato ma che fa tanto simpatia, che buffo!Altri esempi francesi pertinenti: The Artist (mezzo francese e mezzo belga, a essere precisi) non era nominato nella categoria, ma per motivi di mancanza di lingua (anche se non vincolanti, va detto) e per una miscela efficacissima di autorialità e accessibilità che gli garantì una signora distribuzione.
    Marion Cotillard vinse l’Oscar come miglior attrice nell’annata in cui un film d’animazione molto chiacchierato e premiato, Persepolis, aveva prevalso su un film che poteva vantare solo l’interpretazione eccezionale di un’attrice già nota all’estero.

    renoir blue is the warmest color locandine

    Abdellatif Kechiche è noto in Europa, ma non ha certo il profilo di un Haneke e il suo bellissimo film di tre ore e passa super autoriali non può aspettarsi una diffusione che un film più universale e sintetico come quello di Benigni sfruttò. Il fatto che poi le due attrici protagoniste gli stiano dando del negriero senza cuore e che lui risponda piccato non aiuta la causa del film, che rischia la delusione di Parla Con Lei, che la Spagna non candidò nella categoria, mangiandosi il secondo Oscar e qualche chance in più nelle altre categorie di peso per Almodovar, che portò comunque a casa una statuetta con, di nuovo, un film molto più “facile” di Adéle.
    Blue is the Warmest Color si dovrà scontrare nelle categorie maggiori con Cate Blachett e Sandra Bullock che sono già lanciatissime nella corsa alla statuetta come miglior attrice (la prima è data uno a quattro, per dire), per non parlare di 12 Years a Slave, il vincitore del TIFF (Toronto Internation Film Festival) a più riprese acclamato come un vero e proprio capolavoro. C’è gente solitamente molto compassata che è uscita twittando furiosamente che aveva visto il film che avrebbe vinto ogni Oscar in palio e non è stata manco smentita dal resto dei presenti. Il film è attualmente fuori gara persino nelle scommesse, almeno per la categoria “Miglior Film”. Senza il traino della categoria dedicata agli stranieri, sarà ancora più difficile. Inoltre molti dei film americani più ambiziosi attendono ancora il battesimo del fuoco nelle sale.la grande bellezza ufficio dadinaSapete chi rimane a sfruttare la scia di Cannes? Paolo Sorrentino, a cui non rimane che ringraziare i francesi per il vantaggio conseguito dalle loro scelte. Inizialmente svantaggiato da una mancata vittoria qualsiasi a Cannes, data la decisione francese e l’eclissarsi degli altri vincitori sarà lui a rimanere sotto questo riflettore, complice l’accoglienza della stampa americana che, ammettiamolo, fu ottima. Rimane però essenziale che il nostro regista più noto oltreoceano non venga di nuovo abbandonato a se stesso (Il Divo anyone?) e che lo si sostenga con una buona distribuzione e le interviste giuste, sfruttando le conoscenze americane che il tremendo “This must be the Place” ha evidenziato.
  3. I VOTANTI – Come avrete capito a questo punto, la faccenda delle nomination è tutt’altro che semplice e ogni anno le regole vengono ulteriormente modificate. Solitamente una commissione di membri dell’Academy si accolla la visione di tutti i film inviati (e io mi lamento quando recupero la cinquina!), stillando la famosa short list di nominati. Siccome questa commissione era spadroneggiata dai pensionati conservatori di cui parlavamo prima, ultimamente si è deciso di creare una longlist di nove candidati (quasi sempre resa pubblica una settimana prima delle vere e proprie candidature) e di far concorrere al suo accorciamento una piccola commissione di esperti. Questa commissione sembra essere incaricata di salvare film molto artistici e molto controversi dalla mannaia della commissione più tradizionalista ed in effetti nelle cinquine degli ultimi anni la sua mano si nota parecchio.Nella cinquina finale poi conta tantissimo l’equilibrio geografico: gli europei spadroneggiano sempre, ma si fa più attenzione alle realtà nuove del cinema, anche se non sono propriamente di qualità eccelsa. Ovvio che con la Francia fuori dai giochi, l’Italia non deve teme troppo il geographically correct che poteva penalizzarla.
    Se la vecchia commissione preferisce un tipo di cinema tradizionale, la nuova sembra premiare cineasti virtuosi, anche al limite del manierismo. Entrambe potrebbero accogliere positivamente un film come La Grande Bellezza, dove l’esotica Roma (per gli americani, s’intende) è una colonna portante del film che illustra un’Italia bellissima, nella sua depravazione morale. L’equivalente cinematografico delle splendide nature morte dove la frutta comincia a marcire, eppure appare splendida, non oscurato dalla percezione tutta italiana che una certa parte di cast suscita. Voglio dire, i membri dell’Academy non vengono perseguitati da una Ferilli venditrice di divani ogni volta che accendono la tv e forse non sapranno mai che tanti volti devastati dal botox non sono valenti attori, ma onesti interpreti di se stessi.
    Senza contare che siamo di fronte a un omaggio palese a un favorito di ogni tempo della giuria, quella La Dolce Vita forse ancora più conosciuta e apprezzata aldilà dell’oceano. La Grande Bellezza rischia in più di un passaggio di ridursi a un suo mero aggiornamento, ma nella competizione questa debolezza potrebbe farle molto comodo.
    La commissione più piccola invece potrebbe tenerla in considerazione per l’altissimo livello tecnico che la regia di Paolo Sorrentino e la fotografia di Luca Bigazzi raggiungono. Qui è veramente difficile che un numero nutrito di nazioni presentino pellicole di questo livello, considerando anche il budget messo in campo dai tantissimi che hanno partecipato al finanziamento di questo film.
    Ovviamente nella long e short list si affacceranno anche film più accessibili e meno artistoidi (il vero punto che in presenza di un concorrente forte preclude già la vittoria a Sorrentino), però il primo passo da superare è entrarci, nelle possibili nomination. Sui rivali servirebbe un’analisi lunghissima, anche solo per scoprire di che rivali si tratti, ma la rimanderò a quando l’elenco si sarà ridotto almeno un po’.
    Sicuramente in questa lunga lista il candidato italiano gode di una notorietà piuttosto alta, specie dopo la scomparsa dei francesi. Altri registi esimi a livello internazionale non hanno sbancato in altre competizioni quest’anno, perciò diciamolo: siamo noi quelli che vengono favoriti dal festival, senza portarci dietro nemmeno un premio.la vie d'adèle lea seydoux 
  4. IL PESO DI UNA NOMINATION – Inquadrare questa categoria è piuttosto difficile, perché la rilevanza del premio è diametralmente opposta in America (dove è abbastanza marginale per la popolazione ma non per l’industria cinematografica) e nel Mondo, che ci tiene, perché questo è l’unico Oscar che si contende.
    La sola nomination a questa categoria ha degli indubbi vantaggi, soprattutto a livello di commercializzazione internazionale della pellicola e della nomea dei realizzatori. Esempio pratico: Departures e A Royal Affair qui in Italia sono arrivati in consistente ritardo, certo, ma solo perché rispettivamente vincitore e candidato proprio in quella categoria. Notoriamente in America lo spazio per pellicole non americane è minimo, ma nel mondo questa costituisce una carta importante da giocarsi per trovare una distribuzione e farsi un nome, anche a posteriori, se si porta a casa un premio. Spesso in Italia anche titoli poco noti americani godono di ulteriori passaggi in sala nel caso riscuotano molto successo nella notte delle stelle.
    Il nome del regista diventa anche a livello di Academy un sorvegliato speciale non appena venga nominato, come lo è stato Haneke e come già funziona per Sorrentino e Garrone dopo tanti passaggi a Cannes. Strappare anche solo la nomination vuol dire entrare nei radar cinematografici di chi segue il settore e rimanerci anche per future pellicole. Chiedete ad Haneke.
  5. C’E’ ANCHE UN PO’ D’ITALIA – Paolo Sorrentino non è sempre stato un profeta in Patria, anzi, sono stati i francesi a renderlo famoso a suon di premi a Cannes. Agli inizi della sua carriera, quando già sfoggiava doti non comuni, vinse un premio CIAK – bello e invisibile. Una nomination potrebbe garantirgli la continuazione di tutti quegli appoggi istituzional-produttivi che hanno permesso a La Grande Bellezza una certa dimensione di opulenza estetica dispendiosa economicamente parlando. Poi Vincenzo Mollica saprebbe cosa commentare dell’intera notte degli Oscar, che senza un briciolo d’italianità non avrebbe motivo d’esistere per lui e mezza stampa italiana.
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