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il quinto potere locandinaSe ci fosse stato bisogno di un’ulteriore prova di quanto “The Social Network” si sia imposto come pietra miliare e punto di riferimento nell’ultimo decennio cinematografico americano (e chissà se questa spanna temporale si potrà ulteriormente allungare), ecco arrivare nelle sale a distanza di un paio d’anni The Fifth Estate, film che per ambizione, tematiche e approccio punta palesemente a replicare l’incredibile successo del film di David Fincher.
L’ambizione della Dreamworks sembrava essere quella, almeno a giudicare dalla fretta su cui si è gettata ad opzionare i più rilevanti libri scritti ad oggi sulla figura di Julian Assange, compreso quello del collaboratore poi allontanato da WikiLeaks. Il soggetto, per quanto ancora in divenire, è particolarmente allettante e adatto a finire sul grande schermo, specie alla vigilia della stagione dei premi.
La prudenza però dovrebbe consigliare alla Dreamworks di non mettersi in competizione con un film così dirompente senza le adeguate contromosse, soprattutto affidando postazioni cruciali come regia e sceneggiatura a nomi conosciuti ma non stimati al livello dei predecessori. Sennò si prendono fregature terribili e si lascia ancora una volta Benedict Cumberbatch a salvare il film da solo.

Un tratto predominante del nuovo millennio sembra essere il ritmo forsennato con cui i tempi di attesa, percepiti o reali, vadano costantemente riducendosi. In campo cinematografico, si riducono i tempi tra le uscite americane e quelle internazionali, tra uscite al cinema e quelle in home video, ma soprattutto tra un avvenimento e la sua successiva trasposizione cinematografica.
Quando caddero le torri, si sussurrò che la gravità del fatto era così epocale che nessuno avrebbe avuto il coraggio di parlarne approfonditamente al cinema per decenni, ma non fu così. Il bisogno economico di monetizzare storie sul grande schermo riflette anche il bisogno di consumare velocemente ogni avvenimento su ogni media disponibile, per poi passare al successivo evento di rilevanza mondiale.
Emblematico che si voglia realizzare un film su Julian Assange, quando la vicenda di cui è protagonista è ancora lontana dall’essere completamente chiarita e conclusa. Dalle dichiarazioni di regista e sceneggiatore è dolorosamente chiaro quanto la caratteristica più marcata delle settimane di produzione sia stata la fretta con cui si è realizzato il tutto, nel timore che successe qualcosa che rendesse il film datato ancor prima di essere concluso.

Tutta questa fretta non ha però inciso sul lato qualitativo del film, che si assesta più o meno dove l’elenco di cast e troupe suggerisce. Tuttavia “The Fifth Estate” è tutt’altro che un film riuscito e la sua colpa principale sembra proprio l’indecisione con cui si posiziona rispetto alla figura chiave della storia, il mancato distacco da avvenimenti tanto contemporanei e la conseguente incapacità di analizzarli.
La colpa ricade su Josh Singer fino a un certo punto. La sua sceneggiatura manca del mordente e del cinismo che ci si aspetterebbe da un film che affronta tematiche tanto complesse e inclini a duplice interpretazione. Sarebbe stato persino più coerente prendere una posizione più forte (Julian come eroe senza macchia/traditore subdolo), piuttosto che scrivere un’ambiguità così pedissequamente ricercata e malamente inserita all’interno della storia. Per malamente intendo Assange che di punto in bianco si mette a narrare fatti biografici dolorosi senza il minimo ritegno, diventando talvolta apertamente manipolatore (in maniera maldestra, almeno considerando l’intelligenza manipolatoria che gli dovrebbe essere propria) e presentandosi come l’uomo del mistero, risultando talvolta più incoerente che ambiguo.
Fatali anche le influenze fortissime che Singer non riesce a superare: quella dello Sherlock di Cumberbatch, che sembra in tutto e per tutto il padre assente che ha generato l’Assange del film, e quella ancora più marcata di The Social Network. Queste però potrebbero dipendere non dallo sceneggiatore di stampo televisivo (“The West Wing”, “Fringe”) ma dall’impostazione che chi ci ha messo i soldi voleva si prendesse. Tutti ammettono di aver ricercato con foga la presenza di Cumberbatch proprio alla luce della sua interpretazione di Holmes. Anche se il riferimento non è mai citato, personalmente ritengo che qualcuno alla Dreamworks abbia pensato di indirizzare un film che parla parecchio dell’impatto di internet sul mondo sul solco tracciato dall’esempio più celebre del genere. Errore di approssimazione fatale, perché questo è un esempio da manuale della differenza che un regista e uno sceneggiatore eccezionale possono dare un film. Josh Singer non è Aaron Sorkin così come Bill Condon non è David Fincher e il confronto tra le loro creature è distruttivo.

the fifth estate daniel berg julian assange

Bill Condon in particolare è una scelta difficilmente difendibile. Un regista con alle spalle un successo musicale (“Chicago”) e un suo emulo meno riuscito (“Dreamgirls”), ma soprattutto l’uomo di fatica degli studios, che alterna a progetti di piccolo calibro come “Kinsey”, pellicole di corvèe come i capitoli finali della saga di Twilight. Condon ci prova ripetutamente a dare uno stile graffiante a un film che ha l’indubbio handicap dell’enorme mole di materiale informatico da maneggiare, finendo subito a rischio staticità. Un paio di idee non sono neanche male, vedi la scelta visionaria per rappresentare l’esercito dietro WikiLeaks o la prima chat tra Berg e Assange proiettata sui loro volti. In generale però la resa visiva e l’approccio stesso del film risultano terribilmente datati, stantii e fin troppo tradizionali. A parte dettagli come la presenza di twitter, non c’è davvero niente che suggerisca che questo film non sia coevo a un Matrix. L’incapacità della sceneggiatura di uscire da una logica descrittiva poteri forti/popolo oppresso e da una certa retorica nel raccontare lo scontro tra stampa e internet (non dissimile a un ipotetico scontro tra un giovane Gutenberg e gli amanuensi) si riflette nell’incapacità registica di essere compiutamente classica o davvero innovativa. Segnalo l’ennesima, molesta camera rotante intorno a uno dei protagonisti per sottolinearne la confusione emotiva. Dai, adesso basta.

Il cast invece è, nelle sue scelte, decisamente contemporaneo. Un nome di spicco da schiaffare in locadina, il Benedict Cumberbatch nell’anno della consacrazione, accanto a una marea di attori di matrice europea nati sul piccolo schermo e decisamente mal sfruttati in questa occasione sul grande. Qualche esempio: il futuro Dottore Peter Capaldi, la Melisandre Carice Van Houten, Matthew / Dan Stevens direttamente da Downton Abbey. Al loro fianco, gregari più conosciuti come Stanley Tucci e Laura Linney, depositari delle battute migliori e di un’alchimia ironica che fa guadagnare parecchi punti al governo americano.
Cumberbatch invece potrebbe perderne un paio, dato che l’ottima interpretazione risente un po’ dell’ombra ingombrante di Sherlock (cosa che non è avvenuta in Into Darkness) e dell’inevitabile tumblr gif che la sua tremenda esibizione di danza genererà.
Daniel Brühl potrebbe anche superarlo oltre che tenergli testa, ma il taglio da voce morale del film se non vero e proprio grillo parlante di Assange non glielo consente. Vorrei sottolineare quel pressappochismo delizioso per cui per fare un tedesco prendi Brühl e per fare una nordica Van Houten o Alicia Vikander, proprio una grande fantasia in fase di casting. L’aspetto più demoralizzante è però che riciclando star del piccolo schermo per il loro basso costo si evita sì lo sbattimento di fare una ricerca approfondita, però si preclude una via finora essenziale alla scoperta di tantissimi attori capaci, tra cui, ad esempio, lo stesso Cumberbatch.

il quinto potere benedict cumberbatch

Lo vado a vedere? Nessuna priorità, a meno che siate delle irriducibili cumberbitches (lungi da me biasimarvi per questo) o se la vostra modalità standard di approccio al mondo è “Questo è un Gomblotto!”, anche se un “piove, governo ladro” potrebbe essere sufficiente.
Ci shippo qualcuno? Prendete un bel respiro e un’eventuale pausa bagno, perché è una cosa lunga. Un’altra caratteristica di “The Fifth Estate” presa di peso da “The Social Network” è la marcatura bromance con cui viene rivista l’intera vicenda tra Berg e Assange. No, a quanto pare non è più possibile essere un duo lavorativo maschile senza che la cosa sfoci in potente affezione tendente all’adorazione. Fermo restando che anche qui Fincher è un maestro e la potenza emotiva di Andrew “Bambi” Garfield sotto la pioggia rimane ineguagliata, cosa non gli hanno imposto al povero Brühl già provato da “Rush”. Invece Cumberbatch ha confermato da tempo il sospetto che se le vada a cercare, cioè, Star Trek e The Hobbit in un solo anno, suvvia. Senza star qui ad elencare sguardi, intesa e alchimia professionale, il fatto che la povera Alicia Vikander finisca per essere il surrogato sessuale di un vero e proprio amore platonico (o almeno, così lo definisce Cumberbatch nel press book, mentre Condon si limita a parlare della storia del sito che ha cambiato il mondo che durante la lavorazione si è trasformata in una tragica storia d’amore), quanta roba! Se devo essere sincera fino in fondo, queste allusioni a badilate non riescono ad essere completamente soddisfacenti per due motivi:

  1. L’imperituro rimpianto nel pensare che inizialmente doveva esserci James McAvoy al posto di Daniel Brühl, il che sarebbe stato ben più devastante. Contenta comunque per McAvoy, che scansa l’ennesimo film tremendo.
  2. Il fatto che tutto l’impianto narrativo sia così datato rende poco credibile una potente cyberbromance, mentre ci ritroviamo di fronte a uno pericoloso scivolamento verso il territorio cinemozioni5. Tutto è così canonico e il sentimento così convenzionale, anche quando si sfiorano canonizzazioni tipo Julian che va a cena dalla famiglia Brühl per essere presentato dall’amico (amico) ai genitori. Potrei anche aver sbottato qualcosa in sala, ero troppo allibita, non ricordo.

Ciò non toglie che almeno una ShipSheep se la merita.
Ship Sheep

Supera il Bechdel Test? Ma manco per sbaglio, altro evidente omaggio a “The Social Network”. Quattro personaggi femminili in totale (e sono così magnanima da contare la moglie afghana eh!), uno a testa come love interest meno credibili del pianeta ai due protagonisti. Se Van Houten si limita ad essere ora il deus ex machina, ora la constatatrice dell’ovvio, Alicia Vikander fa da seconda voce a Brühl e da vero e proprio surrogato sessuale-aiuto casalingo. L’unica volta che si indaga vagamente la sua presenza nel film, viene descritta come musona. Sigh.

il quinto potere julian assange

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