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prisoners locandinaA un certo punto la domanda sorge spontanea: quanti bambini/mogli rapite e mariti che si fanno giustizia da soli vede un cinefilo nella sua vita di spettatore? Tanti, tantissimi. Anche scartando le pellicole dove il rapimento fa parte di una storia più ampia, rimangono comunque una marea di film in cui lo sceneggiatore non trova niente di meglio che sottrarre un familiare a X (XY, dato che sono nella quasi totalità pellicole con protagonista maschile, perché alle femmine è destinato in genere il ruolo di scoramento materno o ritrovare il figlio perduto dopo x anni) per innescare un’intera vicenda dove il confine tra bene e male è tagliato con millimetrica precisione dal fatto che fare del male ai bambini/alle donne degli altri genera un collante di sdegno universale. Il vero mistero qui non è chi abbia rapito la figlia di Hugh Jackman e la sua amichetta di giochi (nera, come si addice a ogni famiglia comprimaria nella periferia urbana), ma perché uno col talento del canadese Denis Villeneuve sia stato legato a questo progetto per il suo sbarco in America. È mio radicato convincimento che ai registi stranieri che vogliano tentare il salto di qualità e budget girando con cast e troupe americane venga chiesto l’obolo di un film imposto dall’alto. La storia di “Prisoners” è identica a quella di Stoker (di cui vi parlai QUI) e dai risultati qualitativi similmente convincenti a metà. Villeneuve è un cineasta canadese già noto, conosciuto in casa americana grazie alla nomination di “Incendies” come Miglior Film in lingua straniera nel 2010 (ricordatelo ai francesi quando vi diranno che l’Oscar in questa categoria non serve a niente). Si tratta di un regista solido, senza guizzi di forma ma capace di gestire con la maestria necessaria una storia difficile come quella sopracitata, a cui andrebbe aggiunta anche la difficoltà dovuta a un budget modesto. Un regista così fa sempre comodo, specie se puoi affidargli una sceneggiatura promettente ma non del tutto convincente con cui non sei ancora riuscito ad incastrare nessuno dei tuoi registi. Nella mia mente, è successo esattamente questo in casa Warner Bros., con la differenza che qui non si è risparmiato, anzi. prisoners hugh jackman paul dano Per il debutto di Villeneuve la Warner ha messo a disposizione un cast stellare, conoscendo bene il debole dell’Academy per le storie drammatiche di bambini e genitori alla ricerca degli stessi. Chi prendere per rappresentare i due poli della storia, il detective e il padre che con metodi molto diversi cercano Anna e la sua amichetta, scomparse nella periferia appena un po’ degradata della Pennsylvania? La scelta non poteva essere migliore: Hugh Jackman torna sullo schermo con un ruolo che finalmente ci ricorda quanto possa essere un attore capace. In realtà il merito è quasi tutto suo, perché un padre survivalista (secondo il press book questa parola esiste, ma ho dei dubbi: avete presente quelli con bunker sempre rifornito pronti a qualsiasi catastrofe incombente? Ecco.) con evidenti problemi pregressi al matrimonio, un rapporto conflittuale con la fede e una deriva così controversa nel cercare la figlia da far salire a mille il rischio di strafare, di cedere nel drammone e nel ruolo esageratissimo. Invece no, Jackman è fantastico nel dominare il personaggio e nel calarsi in un ruolo “poveraccio” senza che la sua allure hollywoodiana lo penalizzi troppo. La stessa operazione non riesce appieno a Jack Gyllenhaal, costretto nell’abbozzatissimo ruolo del detective ligio al dovere dal passato difficile (abituatevi, perché tutti sono prigionieri di una situazione di crisi ora economica, ora spirituale, ora traumi infantili a manetta), a cui il caso e l’ostinazione suggeriscono sempre lo spunto per una deduzione geniale, con tanto di inquadratura a “La Signora in Giallo”. Gyllenhaal fa quel che può, ma la sceneggiatura gli fornisce più che altro una fiumana di parolacce da buttar lì quando si trova in un vicolo cieco. La situazione può solo peggiorare se vi dico che il suo personaggio si chiama detective Loki, vero?

prisoners Jake Gyllenhaal

Questa scena è un perfetto esempio di quanto vi dicevo, portato avanti senza un briciolo di vergogna

Lo stesso problema ce l’ha Paul Dano (il protagonista di “Ruby Sparks”), vessato da un segreto facilmente intuibile e dall’ingrato ruolo del sospettato con deficit di intelligenza biecamente utilizzati per far stare in piedi la suspance per le oltre 2 ore e mezza di durata. Viola Davis e Terrence Howard non devono nemmeno scomodarsi, tanto rientrano a pennello nello stereotipo della coppia di comprimari meno incisiva e quindi di diversa etnia. Qualcuno ci vedrà del razzismo nel confronto tra Jackman e Howard come padri, io invece ho detestato il contrappasso facile facile con cui vengono concluse le storie delle figlie. La peggiore a mio parare è Melissa Leo, che finisce decisamente sopra le righe per una parte largamente anticipabile a inizio film, conciata com’è con un mascherone per farla più anziana e meno attraente (perché non esistono attrici anziane e poco attraenti, sia mai!), resa ancor più irritante dello stato catatonico con cui si liquida il personaggio di Maria Bello dal continuo fornire retro-spiegazioni a chiunque stia ad ascoltarla. Anche il comparto tecnico è davvero notevole. Su tutti, brilla ancora una volta Roger Deakins, avviato verso la decima nomination come miglior fotografia. Ho preferito il suo lavoro in “Skyfall” (dato che aveva a disposizione una varietà di scenari un filo più suggestiva), ma c’è anche da dire che appena gli mettono un faro, una candela, un nevischio, un bosco di notte, una pioggia scrosciante lui ci tira fuori delle immagini pazzesche. Ho letto in giro di accuse alla sua incostanza (alcune scene mirabili, altre ordinarie, magari delegate ad assistenti), tuttavia credo che siano poco lungimiranti: la fotografia è sempre ottima, ovvio che non possa spiccare costantemente sulla storia, perché altrimenti le sottolineature sarebbero impossibili. L’esposizione e i contrasti sono sempre curati, ma nella maggior parte delle scene lo sono in maniera sottile, fintamente “ordinaria”, per poi esplodere quando necessario. La scena con le candele sono abbastanza convinta che gliel’abbiano messa apposta. Ho rimosso le musiche di Jóhann Jóhannsson da quanto ho visto per caso una sua foto: se lo chiedevano a me, avrei puntato tutto su lui rapitore. Tutto questo fior fior di gente fa quello che può per fornire spunti interessanti a un film inevitabilmente affossato dalla sceneggiatura di Aaron Guzikowski, che prende personaggi complessi e finisce per chiuderli dentro a immagini stereotipate, si prende un sacco di tempo per costruire un rapimento intricato, salvo poi inserire così maldestramente gli elementi che faranno scoprire i colpevoli da lasciare lo spettatore ormai consapevole solo con la sua noia. A questo punto tanto valeva metterci Liam Neeson a fare da protagonista e sbracare del tutto sul drammone a caccia di Oscar a suon di bambini in pericolo! madri distrutte! padri che perdono la fede! Comincerei a pensare che essere inclusi nella Black List delle sceneggiature migliori dell’anno non ancora prodotte significhi essere i migliori tra i peggiori, ma nella stessa classifica del 2009 c’era “The Social Network” di Aaron Sorkin, quindi magari non è una condanna definitiva. Sicuramente per “Prisoners” e “Stoker” lo è stata, script poco convincenti che rendono meno incisivi film con cast di tutto rispetto. prisoners detective loki
Lo vado a vedere? La mia critica forse è eccessivamente negativa, perché c’è molto di buono (la fotografia, la regia, Jackman) ma sono così disorientata dal plauso quasi universalmente positivo che il film sta ottenendo che sento di dover controbilanciare. Ci shippo qualcuno? No, qui è crisi esteriore interiore, è il braccio duro della legge, è Gyllenhaal vs Jackman che potendo si metterebbero le mani addosso a vicenda…per menarsi. Però vabbè, Gyllenhaal è un po’ un jolly, liberi tutti.
Fottuto Cervo Metaforico? Era da tantissimo che non ne avvistavo uno al cinema, anche se dopo l’abbuffata di Hannibal non ero certo in astinenza. Il film si apre con un’intera sequenza di uccisione di un cervo volta a costruire un difficile rapporto padre e figlio, che viene ripreso con foto di cervi (vivi) a casa Dover (giuro). Una roba classicissima che non potrà che riscaldare il cuore di noi appassionati delle metafore tagliate con l’accetta e inserite a viva forza nella storia.

Come va a finire Prisoners? Dai termini di ricerca mi sono accorta che il finale di “Prisoners” turba la gente che vuole assoulutamente spoilerarselo, perciò [SPOILER] Le due bambine vengono ritrovate vive e vegete. La bimba nera riesce a scappare da sola, il detective Loki uccide Melissa Leo e salva la bimba di Hugh Jackman in una disperata corsa contro il tempo, perché la bimba era stata drogata tanto da essere in pericolo di vita. Jackman però ci era arrivato per primo ma, andato in casa della rapitrice per salvare la figlia, viene sgamato come un novellino, ferito da un colpo di pistola alla gamba e costretto a entrare in un antro sotterraneo la cui entrata è nascosta sotto la macchina in vendita nel cortiletto. Nell’ultima scena il detective Loki sente il flebile suono del fischietto che la figlia di Jackman aveva ritrovato e poi perso nell’antro sotterraneo, fischietto che Jackman sta usando per segnalare la propria presenza, perciò si presume che riuscirà a salvare anche lui. [/SPOILER]

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