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alla ricerca di jane locandina

Quanto tempo è passato dall’ultima volta che vi ho parlato di un cinemozioni5? Troppo.
Purtroppo in questo periodo, salvo sparute eccezioni (“A Royal Affair” uscito in estremo ritardo e in poche copie), nelle sale nostrane sembra esserci poco spazio per i film sentimentali, i film in costume, i cinemozioni5 più biechi o un miscuglio delle tre.
Sony Pictures accorre in aiuto del gentil pubblico vessato da robottoni e sparatutto (di cui io non faccio parte), portando “Austenland” a poco meno di un anno dall’uscita americana anche nelle sale nostrane.
Lo so, il primo istinto del pubblico periodicamente incline al romanticume melenso (di cui io faccio parte) sarebbe precipitarsi al cinema: lo si è fatto per molto meno, quando nemmeno Sua Signora della Fantasia Romantica Jane Austen veniva scomodata.
E invece no, sono qui per dirvi che stavolta proprio no, non ne vale la pena.

Alla Ricerca di Jane si presenta come una commedia romantica di quelle che valgono giusto il passaggio televisivo. Sin dal trailer è evidente che siamo lontani mille miglia da certi sontuosi adattamenti austeniani da sindrome di Stendhal. Non che si sia nulla di male in un approccio moderno, canzonatorio e spiccio; il problema è che “Austenland” sembra costare molto, molto meno dei quasi 5 milioni di sterline dichiarati dai produttori (tra cui figura una certa Stephenie Meyer, dettaglio rivelatore di parte degli intenti filmici in gioco).

La pellicola si inserisce nel filone di riletture moderne dei classici austeniani, con la volontà di raccontare che valore abbia l’austenianità per le donne moderne, calate in un rapporto col maschile così lontano dall’epoca Regency. Lo spunto è fornito da romanzo omonimo di Shannon Hale, che firma la sceneggiatura insieme a Jerusha Hess, già avvezza alla scrittura televisiva e cinematografica di basso budget ma esordiente assoluta dietro la macchina da presa. Da quel poco che ho capito (a questo proposito, grazie per aver dato il press book solo agli Eletti, proprio la volta che ne ho veramente bisogno) al libro sono state apportate parecchie modifiche in fase di adattamento, a mio parere peggiorative rispetto al metro finale con cui valutare la protagonista Jane Hayes.

alla ricerca di jane keri russell e bret mckenzie

Infatti se l’archetipo di Mr. Darcy è talmente devastante da rendere quantomeno comprensibile l’ossessione che la protagonista americana prova per lui, il pretesto scemo con cui la si spedisce nel Regno Unito ad una costosissima Jane Austen Experience che non si può permettere induce parecchie riflessioni, così come i pochissimi scorci della sua vita lavorativa. Tipo che si può essere efficienti sul lavoro e contemporaneamente delle pazze furiose rispetto ai propri interessi personali, lo dico per esperienza. Invece la giovane donna interpretata da Keri Russell (stupenda protagonista di “The Americans”) ondeggia tra lo strambo non gradevole (ben peggio di Zooey Deschanel, per intenderci) e una vita alla deriva. Se il tentativo era tentare di creare un’immedesimazione qualsiasi, è miseramente fallito.
Jane si ritrova con il pacchetto spilorcio in una villa Regency gestita da Mrs. Wattlesbrook (una Jane Seymour “Signora del West inglese” adorabilmente malvagia, l’unico personaggio veramente efficace in questa accozzaglia di stereotipi) pronta a immergersi con abiti, cibi, passatempi e aitanti signori nella più esaustivo GDR austeniano mai concepito. Non che il film si spinga mai in territori innovativi quali parlare di gioco di ruolo, ma di fatto si tratta di questo: una sorta di GDR in cui ad ogni cliente donna (perché austeniani di sesso maschile oltre a Tom Hanks/”C’è Post@ per te” e Hugh Dancy/”Il club di Jane Austen” non ne esistono, al cinema!) viene fornita la ricostruzione ideale per vivere una romantica storia d’amore con un attore aitante di professione sogno proibito austeniano.

Sulla carta potrebbe funzionare (e magari nel libro funziona), invece sullo schermo è un disastro. Una parodia funziona solo quando si ha il perfetto controllo sui meccanismi e sul linguaggio dell’originale, tanto da potersi prendere gioco dello stesso. Austenland non ha il controllo di nessuno dei meccanismi oliatissimi e stranoti che hanno fatto la fortuna di una marea di adattamenti austeniani in tv e al cinema.
La regia di Jerusha Hess è impacciata e mal fatta, del tutto incapace di parodiare certe inquadrature stucchevoli classiche del genere senza sembrare imbranata. La messa in scena, le scenografie e i costumi sono davvero dozzinali. Capisco che l’intento era quello di sottolineare l’artificialità e la pochezza dell’experience in questione, ma l’impressione è più quella di una trascuratezza generale, di una mancanza di fondi o direttamente di principianti allo sbaraglio.
Il cast, eccellente Jane Seymour esclusa, è vessato da personaggi dalla comicità raggelante e continuamente volgare. Jennifer Coolidge sembra più una esuberante comprimaria da cinepanettone italiano che una fan dell’ultima ora, George King si ritrova nell’ennesima produzione tremenda con l’aggravante di un personaggio dalla direzione confusa, Keri Russell non esprime un briciolo del talento che le ho visto sfruttare altrove. Più che divertita, ero imbarazzata durante la visione e un po’ schifata da fatto che qualcuno là fuori pensi veramente che è questo che si merita il pubblico femminile.

Altro problema enorme di “Austenland” è l’incapacità di mantenere la parodia anche nelle battute finali, ricadendo nella versione peggiore degli stereotipi che vuole canzonare. Qui emerge anche un pressapochismo di natura geografica smussato con la pialla: l’americana timida ma risoluta Jane riesce ovviamente a trovare la soluzione migliore, sbrigandosela al meglio tra un JJ Field imbranato e timido a dei livelli non giustificabili neppure dalla sua inglesità e da un Bret McKenzie costretto a incarnare il neozelandese scafato. Agghiacciante.

jj field austenland

Lo vado a vedere? Capisco e commisero chiunque andrà spinto dal bisogno di un po’ di commedia romantica (l’alternativa è “Questione di Tempo”, che dal trailer sembra altrettanto tremendo). A questo punto, “Il club di Jane Austen” TUTTA LA VITA, un film spiccio e mai più che gradevole, in cui si parla un sacco di Jane Austen, la difficoltà di essere donna oggi e si assiste all’iniziazione austeniana di un’incolpevole Hugh Dancy. La versione riuscita del film è tuttavia “Lost in Austen”, che però è una miniserie britannica di cui francamente non so se esista una versione italiana EDIT dai commenti sottostanti mi dicono sia andato in onda sul canale Feltrinelli. Io ci arrivai ai tempi perché Gemma Arterton in versione austeniana. Se sono così di bocca buona e Austenland mi ispira tanto orrore, fatevi due conti. L’insulto finale è che osino anche solo citare la serie TV 1995, con tanto di cartonato di Colin Firth. A questo punto esigo delle scuse da chi osò criticare Joe Wright e i suoi eccessi estetizzanti!
Ci shippo qualcuno? Il classico duo dei pretendenti che si interessa reciprocamente schifando la protagonista. Sarebbe comunque meglio del finale del film.
Ci cinemozioniamo? Sì, ma c’è materiale molto, molto migliore con cui farlo.
Scene memorabili? Come sempre si parla del momento in cui diventa palese che il protagonista maschile è la versione impossibilmente maschile di un animo femminile, qui pericolosamente vicino al protagonista di una fanfiction. [SPOILER] JJ Field vestito con un gilet nero e un giacchino comodo, tutto bello pettinato che confessa amabilmente di chiamarsi veramente Henry Nobley, di voler veramente rivivere l’epoca storica in questione e di essere un professore di storia… MA TI PREGO! Mancavano solo gli occhiali da lettura! Volete un finale davvero all’altezza? Ve lo scrivo io in due minuti: Nobley non è un attore, ma un cliente della Austen Experience, da sempre alla ricerca della sua Elisabeth Bennet e amante della versione di Joe Wright tanto da averla vista tot mila volte. Per dire, quanto ci voleva a uscire dallo stereotipo. [/SPOILER]

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