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la donna che canta locandinaSe non mi sento minimamente in colpa per aver più volte ribadito quanto una sceneggiatura da thriller poco raffinata pregiudichi la riuscita di un film con attori in gamba e realizzazione strepitosa come “Prisoners” è perché sulla sua percezione torreggiava il precedente Incendies.
Candidato all’Oscar come miglior film in lingua straniera 2011 e prima consacrazione internazionale del regista canadese Denis Villeneuve, “La Donna che Canta” è la riuscitissima trasposizione di un’opera teatrale su grande schermo, dove al passaggio da un media all’altro sopravvivono tutti i raffinati meccanismi che celano via via la potente risoluzione finale, mentre viene posto egregiamente rimedio alla staticità che i confini nel palco tendono a imprimere anche sul grande schermo.

Premessa necessaria: pur essendo un gran bel film, “Incendies” è un film PESO fatto e finito, di quelli che richiedono una predisposizione al genere, alla causa e nessuna inclinazione suicida pregressa. Già l’ambientazione dovrebbe spiegarvi il perché. Il film infatti si sviluppa su due linee temporali accostate da continui parallelismi e sovrapposizioni, originate dalla morte di una donna di nome Nawal e dallo strano testamento che lascia ai figli gemelli Jeanne e Simon. Nawal prega i figli di ritrovare il padre e il fratello di cui finora avevano ignorato l’esistenza e di consegnare loro una lettera. Jeanne parte per un Medio Oriente volutamente indenfinito e squassato dai conflitti alla ricerca del passato della madre, mentre Simon si dimostra da subito ostile alla madre e alle sue richieste.
Da questo spunto si sviluppa un meccanismo perfettamente calibrato, orchestrato magistralmente da Wajdi Mouawad in un testo che lascia scoprire a poco a poco l’enorme tragicità del passato di Nawal, madre cristiana di un figlio musulmano che è costretta ad abbandonare, coinvolta nelle violenze via via più estreme che contrappongono musulmani a cristiani. Il vero epicentro della storia è Nawal, ma Simon e Jeanne sono molto più che ignari ricercatori di frammenti di storia della madre, sono parte attiva di un intreccio che si risolve nella sua piena drammaticità solo sul gran finale, all’incirca quando anche voi piangerete come vitelli meditando su un metodo veloce e indolore per togliervi la vita.

Le differenze con “Prisoners” sono sostanzialmente due: il budget meno cospicuo porta “La Donna che Canta” a mostrare la corda quando c’è bisogno di invecchiare l’attrice protagonista o in alcuni passaggi tecnici. Certo si vanta dell’indubbio merito di creare un Medio Oriente suggestivo e violento, forse fin troppo aderente alla convenzionale idea di scontro religioso e ideologico come assoluto di quella regione, ma chi se lo aspettava che una produzione canadese ne cavasse fuori immagini dalla bellezza così straziante, su tutte quella ricollegabile al fuoco del titolo, il fuoco fisico di un autobus sgangherato che va in fiamme che alimenta il fuoco del dolore e dell’odio di Nawal.
La differenza sostanziale è che un Denis Villeneuve privo dei mezzi sofisticati di “Prisoners” sfrutta una sceneggiatura grandiosa nel rendere avvincente e convincente una storia che ha del grottesco nel suo perseguire l’epilogo più drammatico e che intavola fin dall’inizio un colpo di scena così madornale che, se ve lo racconterete ad alta voce dopo aver visto il film, capirete quanto la precisione di scrittura abbia scongiurato il consistente pericolo di lasciare un’impressione di artificiosità, di dramma facile, di disumanizzazione della vicenda per ricercare la sparata più grossa. Villeneuve nella sua divisione a capitoli e personaggi (con Jeanne che insegue le vicende di una madre via via sempre più sconosciuta) e nel suo montaggio riesce poi dove “Prisoners” fallisce miseramente: gli elementi funzionali alla risoluzione di un mistero che lo spettatore non sa ancora che dovrà affrontare sono mostrati palesemente nelle prime inquadrature del film, ma con tale naturalezza che l’inganno temporaneo funziona alla perfezione.

Con “Prisoners” invece condivide la bravura notevole del cast (su tutti Lubna Azabal), forse meno blasonato della compagine hollywoodiana ma veramente adatto a creare una mimesi realistica a una storia in cui si percepisce ovunque un “tratto da una storia vera” che, nei fatti, è solo un altro splendido artificio teatrale, essendo pura narrativa.

incendies nawal jeannes piscina

Lo recupero? Non è un film per tutti, date la venatura particolarmente violenta, i risvolti eticamente disturbanti ed essendo sostanzialmente una storia sul conflitto interreligioso e sul conflitto interiore di una madre. Si tratta però di una storia femminile di bellezza non comune con al centro una donna davvero memorabile per le sue caratteristiche e scelte, lontano da quanto di solito si vede su grande schermo. Non nego una certa nota autoriale, ma a pesare è più la drammaticità della storia che la mano dell’autore.
Ci shippo qualcuno? Non posso esprimermi senza rischiare spoiler.
Quanto è un film PESO? La regia non ha esattamente un ritmo sostenuto, ma il problema principale rimangono le palate di disperazione che vi scaricherà addosso dall’inizio alla fine.

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