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la bambina che salvava i libri copertinaLa Bambina che Salvava i Libri (The Book Thief) di Markus Zusak, edito da Frassinelli, 563 pp., 2007.

In attesa dell’adattamento cinematografico liquidato con una scrollata di spalle negli Stati Uniti e atteso da noi per il prossimo febbraio, rimane il tempo di affrontare una questione importante: come lo chiamiamo questo libro? No, la scelta di Frassinelli La bambina che salvava i libri è assolutamente fuori questione; troppo lungo, troppo zuccheroso ma soprattutto completamente scollato dalla ragazza in questione, che i libri non li salva, li ruba.
Perché non tradurre letteralmente, dato che “Ladra di libri” in italiano suona pure intrigante e musicale, molto più dell’originale “The Book Thief”? Mistero. Pare che per il film ci si sia accordati su un “Storia di una ladra di libri”, sicuramente più fedele, ma forse un tantino lungo, no? Se un film si intitola “Ladra di libri”, immagino che il pubblico pagante si aspetterà di seguire la storia della suddetta.

Ok, la smetto di essere tediosa e passo a parlarvi di un libro che vale il recupero in questa gelida coda di Novembre, che come tutto l’inverno è sinergico a qualsiasi racconto sulla Shoah (o almeno così la pensa il mio cervello a furia di assemblee d’istituto a tema).

“Ladra di Libri” è un libro di cui parlo volentieri perché ha saputo intrigare persino me, totalmente refrattaria a questa particolare tipologia di narrativa. Purtroppo nessuno ha ancora coniato un’etichettatura efficace per racchiudere i libri che vanno da David Grossman a Housseini Khaled, per citare due degli autori più amati e noti anche nel nostro Paese. Non è un vero e proprio genere, quanto piuttosto uno pseudo-filone con una miriade di caratteristiche stilistiche e di punti saldi nella storia che accomunano molti dei successi degli ultimi anni presso il grande pubblico.
Innanzitutto la stragrande maggioranza dei titoli si posiziona su diversi livelli ma sempre nel territorio della narrativa di consumo e approcciano il pubblico con uno stile smussato di ogni asperità, semplice e lineare, quando non proprio semplificato. In genere la storia verte attorno a uno o più protagonisti ancora innocenti, giovanissimi impegnati in una difficile maturazione, sia per difficoltà soggettive sia per l’ampio ventaglio di contesti disastrati geograficamente e storicamente in cui sono posizionati. Qui si innesta il tratto più peculiare: nel corso del romanzo succedono avvenimenti tremendi, spesso di inaudita violenza, nei confronti dei protagonisti. Il tutto però è calato in uno stile e un approccio inguaribilmente lieve, rispettoso, pronto ad attenuare la gravità di quanto successo con immagini poetiche o frasi ad effetto. Capite bene che essendo parecchio attratta sul fronte diametricalmente opposto degli autori ISI (inglesi sadici e incazzati) e crogiolandomi nel loro turpiloquio e nelle ricadute ragionevolmente devastanti di episodi tremendi sui protagonisti, mi risulti indigesto questo approccio che cerca il dramma ma poi chiude piano la porta dietro di sé e ti picchietta gentilmente sulla spalla. Ma vai a quel paese, deve far male! Insomma sì, nutro del risentimento verso chi come lettore ricerca il confronto con le tematiche più crude per poi farsi consolare.

Il libro di Markus Zusak rientra appieno in questa descrizione. D’altronde si apre con la giovane Liesel diretta verso i suoi genitori adottivi, perché la madre, compagna di un comunista, è persona non grata nella Germania hitleriana e non riesce a sostentare lei e il fratellino, che appare giusto il tempo per morirle davanti agli occhi di gelo, penuria e tosse. Liesel viene quindi trasferita in una casupula di Himmel Street, zona povera di un paesello nei pressi di Berlino, presso i nuovi genitori adottivi, gli Hubermann.
Il libro narra dell’inserimento di Liesel nella sua nuova realtà e della sua maturazione all’ombra della gioventù hitleriana e degli stenti del periodo di guerra. Detta così suona pesissimo, mentre in realtà si tratta di un coming of age vivido ed emozionante, legato a doppio filo con quello degli altri ragazzi della via e del futuro amore Rudy, biondissimo ragazzetto da subito colpito dalla protagonista e autore de “l’incidente di Jesse Owens”, eroe sportivo da cui è ossessionato. Il ritratto dei ragazzini divorati dalla fame e propensi al furto ora per necessità, ora per il gusto del rubare e ora per atto di ribellione verso le vessazioni del regime è così ben riuscito da riecheggiare uno dei migliori esempi in assoluto di questo genere, la Lyra de “La Bussola d’Oro”.

Nelle pieghe del libro poi si percepisce chiaramente l’intenzione di ritrarre finalmente il fronte interno tedesco nella sua quotidianità. Anche se non manca qualche premessa paracula, è bello che a compensare figure eroiche come quelle di Hans e Rosa, i genitori adottivi di Liesel che finiscono per nascondere un ebreo per mantenere una vecchia promessa, ci siano numerosi abitanti di Himmel street (anche personaggi tutto sommato positivi) ferventi sostenitori del partito e impauriti dal pericolo ebreo a causa della propaganda antisemita. Ben prima che compaia Max (un giovane uomo ebreo la cui caratterizzazione rifugge tanto la vittimizzazione da renderlo uno dei personaggi più forti del romanzo) il libro crea un’atmosfera spettrale, una mancanza ignorata da tutti eppure sempre evidente; quella degli ebrei, i cui negozi e le cui case giacciono abbandonati ma testimoni di un’alterazione dell’equilibrio precedente. Sul finale però tinte altrettanto fosche ammantano i luoghi bombardati dagli alleati, la desolazione e la morte che vi aleggia. Non è mai esplicitato, ma come poche altre volte si ha l’impressione che i massicci bombardamenti che piegarono la Germania siano equiparati ai crimini di guerra degli sconfitti, gli unici riconosciuti storicamente come tali.

the book thief book coverFin qui il libro rivela solo qualche traccia dell’originalità che lo rende una lettura davvero in grado di smuovere qualcosa dentro, ben oltre certe frasi poetiche che finiscono puntualmente su tante quarta di copertina. Il punto di vista del libro è l’artificio che colora tutta la faccenda di implicazioni inaspettate. La voce narrante si trova a raccogliere un taccuino di Liesel in cui la ragazza ha raccontato la sua gioventù e decide di narrarne la storia, aggiungendo particolari di cui solo lei è a conoscenza. La voce narrante del libro è la morte.
Questo lampo narrativo di per sé notevole viene sfruttato a fondo dall’autore, che impiega il ruolo di mietitrice di anime per raccontare attraverso la morte di numerosi personaggi le parti mancanti nel racconto di Liesel a cui la ragazzina non ha assistito. La cifra stilistica di Zusak è però l’adottare un ritmo a gradazione negativa, un continuo anticlimax in cui la morte anticipa di parecchi capitoli gli avvenimenti più rilevanti, le morti più dolorose, le svolte narrative salienti. Questo però innesta un’aspettativa di tipo diverso del lettore, ora sulle spine per scoprire cosa succederà nell’arco di tempo che separa le vicende che sta leggendo da quell’avvenimento che gli è stato anticipato. Senza contare che il libro si apre proprio con la morte che preannuncia il numero di incontri con Liesel e il numero di libri che la ragazza ruberà; mancando sempre l’ultimo incontro, il lettore teme continuamente il suo arrivo, che potrebbe equivalere alla morte della ragazza o di uno degli altri protagonisti.

The Book Thief è anche uno struggente racconto di amore per i libri come oggetto fisico e per la lettura. Come i protagonisti di “Among Others”, “Jonathan Strange & Mr. Norrell” e “The Uncommon Reader”, Liesel è letteralmente consumata dal bisogno di trovare nuovi libri e continuare a leggere, nonostante all’inizio del libro sia sostanzialmente analfabeta. Oltre la facile metafora del libro come ancora di salvezza, Liesel si spinge più volte a rubare libri per controbilanciare la rabbia che la situazione difficile genera in lei. Questo tarlo della lettura è così potente da causare due delle azioni peggiori perpetrate dalla ragazzina, originate proprio dall’impossibilità di mettere le mani su un determinato libro.
All’ombra dei roghi nazisti, lo scrittore intesse poi una serie di metastorie originate dai libri singolari che Liesel si procura (per dire, il primo è il manuale per il perfetto becchino e realizzatore di fosse cimiteriali) e dall’influenza che hanno su tutta Himmel Street, coronando nelle splendide storie illustrate realizzate da Max “L’uomo che Sovrasta” e “La Scuotitrice di Parole”, incluse nel libro, forse il punto più lirico dell’intero arco narrativo.

Lo leggo? Libro consigliato a tutti, soprattutto a quelli più refrattari alle letture più spiccatamente di genere di cui parlo quasi sempre. Attenzione, è decisamente drammatico in più di una svolta (ma proprio da piangerone), però l’approccio molto lieve e composto di Zusak vi aiuterà a risollevarvi prima dell’epilogo. Niente batosta alle spalle come certi autori inglesi, promesso. Giudicando dal trailer, è decisamente meglio recuperare il libro piuttosto che fraintenderne il valore sulla base del film.
Coefficiente fazzolettini? Avendolo appena riletto vorrei fare la gradassa e dire che tutto sommato è fattibile, ma quando lo lessi nel 2009 ricordo il dramma interiore e i lucciconi e il dolore al petto e tutto il resto.

L’edizione italiana Frassinelli mi parve ottima (bella carta, immagine di copertina migliore dell’originale, rilegatura morbida, traduzione di G. M. Giughese che ai tempi mi sembrò molto curata e non è stata smentita dalla rilettura in lingua originale). In inglese me lo aspettavo più scorrevole, invece non è nemmeno così scontato. Per una volta vi consiglio di buttarvi sull’edizione italiana senza remore.

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