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the counsellor locandina diaz Ridley Scott in veste di realizzatore e regista ormai è ben lungi dall’essere quel nume tutelare che ci ha regalato capolavori incontestabili e ottimi film d’intrattenimento; negli ultimi anni ci ha sottoposto così tante porcate che la nostra iniziale diffidenza è più che giustificata.
Temo però che gli si addosserà anche la colpa del flop di The Counselor, al povero Ridley. Benedetto da un cast stratosferico e da una sceneggiatura a firma di una delle più osannate penne americane contemporanee, il film toppa clamorosamente qualche passaggio e non decolla mai veramente.
Cosa vada storto però è difficile stabilirlo, almeno quanto capire cosa succeda veramente durante le due ore di film. Perché sì, mentre Scott fa tutto per bene e in maniera elegante, ad averla fatta fuori dal vasino stavolta è proprio Cormac McCarthy.


Puntare il dito è un operazione semplicissima perché basta aver visto o letto un’opera di McCarthy per vederne riflesse ovunque tematiche e percepirne la traccia stilistica sparpagliata dappertutto. L’autore non fa nemmeno il tentativo di differenziare il film dai suoi lavori precedenti, tanto che nelle scelte visive Ridley Scott è praticamente costretto a ricalcare le orme dei Cohen di “Non è un Paese per Vecchi”.
The Counselor però non è solo un film mal riuscito perché si limita ad arrivare secondo e in ritardo dove quel film aveva già fatto tutto e all’ennesima potenza, ma anche per i pochi tratti distintivi dal passato, tratti decisamente peggiorativi. Quello più evidente è la scelta di una verbosità insistita a fronte di un passato dove i lunghi silenzi e intere sequenze narrate visivamente la facevano da padrone. Qui invece i personaggi non fanno altro che parlare tra di loro, snocciolando una serie interminabile di dialoghi, agendo pochissimo. Quel che è peggio è che mentre la trama rimane solo sbozzata vagamente (e in alcuni punti in maniera contraddittoria e frettolosa), i suoi protagonisti si perdono continuamente in queste riflessioni profonde con frasi ad effetto. Anche in sala si percepisce subito che una tale concentrazione di profonde riflessioni sull’esistenza potevano anche funzionare su carta, ma pretendono uno sforzo titanico dagli interpreti, a cui viene richiesto di pronunciare con naturalezza uno script del tutto alieno alle regole di un dialogo realistico. Così il più delle volte frasi che altrove sarebbero suonate monumentali e indimenticabili qui scadono immediatamente nel forzato e nel ridicolo.

Mentre Ridley Scott e il suo cast tecnico (soprattutto gli interni tra arte moderna e design di Sonja Klaus e i marcatissimi costumi di Janty Yates) si sforzano di ritrarre il mondo dei fiancheggiatori del cartello messicano come a una sorta di elite finanziaria marcatamente votata all’eccesso e alla volgarità, sedotta a più riprese dalla morte nelle sue forme più violente (perché, come ci spiega Pitt, magari ti ammazzano anche in maniera atroce, ma non ce l’hanno con te come persona, semplicemente bisogna pareggiare i conti e anche in questo contesto non sanno che essere esagerati), McCarthy indugia più che altro sulle massime di vita che via via i personaggi ci regalano, lasciando in disparte l’episodio che dovrebbe essere al centro del film, l’avventura dell’avvocato nel mondo della drogata cominciata e finita male. Il film non sembra mai entrare nel vivo perché in fondo la storia di come l’avvocato interpretato da Michael Fassbender tenti di investire nel mondo della droga e di come vada a finire malissimo sin dalle prime fasi viene esplorata solo a tentoni, ai margini delle conversazioni tra protagonisti. Nemmeno le dinamiche della coincidenza che distrugge la vita del protagonista sono poi così chiare (allora, aveva veramente problemi di liquidità?) e non sembra sia dovuto alla volontà di lasciare un alone di ambiguità sull’intera vicenda, quanto piuttosto alla trascuratezza con cui si affronta la supposta trama principale.

michael fassbender the counselor

Il film soffre di un paio di banalizzazioni che si possono sicuramente riannodare alla sceneggiatura. Oltre alla classica connotazione etnica del cartello di messicani (così potente e privo di moralità che vive solo fuori dallo schermo nelle timorose parole dei protagonisti) capace di qualsiasi atrocità, come non sottolineare l’acuta misoginia che pervade i protagonisti maschili? I personaggi femminili e la vicenda poi finiscono per confermare le loro parole: Penelope Cruz non è mai veramente una persona, quanto una donna in pericolo, un simbolo di rettitudine, un catalizzatore positivo della corruzione che pervade il suo amato e la sua controparte femminile, Cameron Diaz.
Il mio problema con Malkina non è la sua dimensione esageratissima e sempre fuori misura (anzi, trovo che la Diaz abbia un talento naturale per interpretare la versione tamarra di se stessa), quanto come nel suo momento di gloria finisca per convalidare tutte le teorie antifemminili che il film ha messo in bocca a Bardem e Pitt fino a quel momento. Inoltre chi avrebbe potuto uscire indenne (o addirittura fare di meglio) da un ruolo che prevede una scena infamante come quella del parabrezza? Nessuno. E non la ritengo infamante per il contenuto, quanto proprio per come postuli “ginecologicamente” l’inquietudine dei due protagonisti verso il simbolo della femminilità stessa, manco fossero due dodicenni che discutono di vagine dentate. Alla Diaz andrebbe solo detto grazie per non essersi rifiutata di prestarsi a questa scempiaggine.
Che dire poi del machismo insistito in apertura del film per il personaggio di Michael Fassbender, degno di una ricostruzione da baretto di un intercorso amoroso? Se dovessi dire chi non ho trovato in forma, scomoderei proprio lui: confuso, poco concentrato, forse anche esteticamente poco credibile come avvocato fesso che non riesce nemmeno a comprendere la grandezza della devastazione che lo attende se non con quell’inquadratura ravvicinata alla durata del DVD, un vero tocco da Ridley Scott.
Javier Bardem
e Brad Pitt sono più che altro vessati dalla prevedibilità di personaggi a cui viene richiesto di descrivere nei dettagli metodi cruenti di uccisione che sanno loro stessi di dover affrontare su schermo presto o tardi. Natalie Dormer continua ad inanellare ruoli cinematografici in cui è l’equivalente di un quarto di carne bovina esposto in macelleria. Che pena.

cameron diaz malkina the counselor

Lo vado a vedere? No, nemmeno l’estetica felina calcatissima di Malkina o la solita regia acuta di Scott possono rendere minimamente appetibile un film dove di fondo è una storia coerente a latitare. (Ri)guardatevi “Non è un paese per vecchi” e non pensate a questo, non ne vale la pena.
Ci shippo qualcuno? Con la finezza che contraddistingue il suo personaggio c’è anche un accenno parecchio marcato alle preferenze sessuali della Diaz, in coppia con la Cruz ad eoni di distanza da Vanilla Sky.

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