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i ragazzi burgess copertinaI ragazzi Burgess di Elisabeth Strout, Fazi editore, 2013, 447 pp. 
La mole di aspettative e scadenze che circonda la scrittura del fatidico secondo romanzo è tanta e tale da aver creato un vero e proprio filone letterario che ha per protagonisti scrittori nevrotici alle prese con la difficile stesura della loro seconda fatica.
Si parla meno di un momento altrettanto delicato nella carriera letteraria di un autore, quello del libro post premio di rilievo. Elisabeth Strout ha vinto nel 2009 il premio Pulitzer con un libro davvero potente e ha deciso di tornare in libreria dopo un paio di anni con I ragazzi Burgess, un tomo di cui curiosamente non si è poi parlato tantissimo in patria, mentre si è rivelato un successo notevole qui da noi, con una schiera di ammiratori capitanata da Daria Bignardi, che lo ha eletto suo libro dell’anno appena trascorso.

Pur avendo gusti più che variegati, avrete di certo notato che tendo ad essere una lettrice di generi solitamente considerati “minori”. Questo per dire che mi capita raramente di leggere più libri dello stesso autore della cosiddetta letteratura di alta fascia, quella che nel mondo anglosassone viene definita high brow. In sostanza mi accontento di recuperare i titoli più blasonati anno dopo anno, premiazione dopo premiazione.
Se ho recuperato “I ragazzi Burgess” lo si deve proprio all’ottima impressione che mi fece all’epoca lo stile di Elisabeth Strout, che avevo trovato autenticamente postmoderno ma al contempo molto umanizzante, chirurgico ma quasi poetico nel sintetizzare piccoli particolari di umanità in poche frasi memorabili.
L’accoglienza un po’ freddina che la stampa statunitense ha riservato al tomo però mi avrebbe dovuto mettere in guardia. La Strout rimane un’ottima scrittrice e qua e là emerge ancora quella carica folgorante che le permette di comprimere grandi verità umane in una decina di parole.
“I ragazzi Burgess” non è nemmeno un brutto libro, anzi, con un altro nome in copertina magari si sarebbe fatto strada come una piacevole sorpresa. Il problema principale è il suo predecessore, Olive Kitteridge. Se uno arriva ai Burgess dopo aver fatto la conoscenza di Olive, il confronto schiaccia i primi e li rende pressoché insignificanti.

Siamo ancora nel Maine di cui la Strout è ormai ritrattista ufficiale, anche se inframezzato da ampie parentesi newyorkesi. Al centro della vicenda i Burgess, tre fratelli i cui rapporti sono cristallizzati da un tragico evento familiare, centrale nella formazione del carattere del mite e maldestro Bob e dell’uomo di successo Jim e non del tutto marginale anche per l’aspra e sospettosa Susan.

Ma Bob non era più giovane, e sapeva cosa significasse aver subito una perdita. Conosceva la calma che subentrava, la forza accecante del panico, e sapeva anche che ogni perdita portava con sé un bizzarro, a malapena consapevole, senso di liberazione.

Il titolo però sottolinea come la sorella sia poco più di un accessorio; infatti al centro della vicenda gravitano prevalentemente Bob e Jim, i cui ruoli di perdente e vincitore, ormai scolpiti nella grande New York, vengono intaccati dal loro progressivo ritorno nel Maine, causato di un grave episodio di xenofobia di cui è protagonista il film adolescente della sorella. Se il ritratto della deliziosa cittadina del Maine immaginaria invasa dai profughi somali e dalle loro voci narranti è la parte più riuscita del libro, già nell’affrontare le radici e le valenze del grave atto intentato dal figlio di Susan contro la locale moschea c’è una superficialità che sfocia nel disinteresse, nonostante a rigor di logica dovrebbe essere al centro di questo nuovo Maine caratterizzato da una forzata multiculturalità.

Laddove in “Olive Kitteridge” i numerosi ritratti dei compaesani della protagonista brillano proprio perché scevri di un qualsiasi giudizio morale, anche quando dipinti a tinte fosche, la risoluzione del romanzo stavolta sembra punire Jim e sua moglie Helen, ovvero chi ha reciso i propri legami con il Maine rifacendosi una vita in città. In particolare ho trovato davvero grossolana la svolta finale che accantona malamente Helen dopo che capitoli su capitoli mostravano cosa c’era sotto la sua scorza di donna di gran classe della New York bene. Questa attitudine negativa e quasi punitiva si riflette su ogni personaggio femminile, a partire dalla ex moglie di Bob fino alla povera Susan, ritratta con le caratteristiche peggiori poi ulteriormente aggravate dalla completa mancanza di un punto di vista del figlio, finendo perciò per creare un legame tra il goffo atteggiamento sospettoso verso gli stranieri della prima e il gesto razzista del secondo, che invece nel suo non essere indagato viene praticamente giustificato.

Cosa avevano mai concluso le femministe, pensò, se le donne erano ancora costrette ad aspettare il doppio degli uomini in coda alla toilette?

Ma anche no, grazie.

Insomma, l’ago della bilancia tende del tutto dal lato di Bob, sentimentale e riflessivo, a cui le pesanti incursioni nell’alcool, la misantropia acuta e la mancanza di nerbo nel troncare davvero il compianto primo legame matrimoniale vengono abbonate con un buffetto sulla guancia. Mah.

Ultimo dubbio: il romanzo si apre con un tentativo di cornice narrativa che suggerisce che a scrivere il testo è qualcuno (donna) originario del Maine che ha conosciuto i Burgess e che parteggia spudoratamente per i due ragazzi, a discapito della sorella. Può essere certamente un modo per rendere la narrazione meno asettica e connotata da una prospettiva ben definita (e criticabile), ma a me è parso un orpello sbrigativo per accanirsi contro certi personaggi inserendo un comodo filtro narrativo da incolpare per certe partigianerie.

i ragazzi burgess particolare copertina

Lo leggo? Non è che sia un brutto libro, anzi, ha uno stile di scrittura e talvolta una profondità di visione notevoli, tuttavia è costellato di piccole imprecisioni che lo rendono il cuginetto bruttino di “Olive Kitteridge”. Se avete già letto il primo libro, non potrà che deludervi, se invece non avete ancora provato nulla di Elisabeth Strout, conviene leggiate il suo titolo giustamente più premiato.

L’edizione italiana di Fazi editore mi è sembrata buona, con una copertina ben più adeguata al contenuto del romanzo di quelle estetizzanti ma un po’ anonime delle varie edizioni in lingua inglese. La traduzione di S. Castoldi (che ha lavorato anche sulle edizioni italiane degli altri romanzi della Strout) risulta scorrevole e curata.

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