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the dark knight locandinaRiprende il nostro viaggio del magico mondo perverso che si nasconde dietro il gran carrozzone cinematografico per eccellenza, gli Academy Awards.
Nelle scorse settimane avevo vaticinato la gigantesca delusione per “La Vita di Adele” (totalmente autoindotta dallo scellerato comportamento degli stessi francesi, ribadiamolo) spiegandovi un po’ come funzionano i meccanismi dietro a Miglior Film Straniero e le notevoli ripercussioni che ha per i film stranieri che aspirano a entrare anche nelle categorie principali.
Oggi invece vorrei esaminare una tendenza nata e rafforzatasi con il sostanziale raddoppio dei candidati possibili alla categoria di Miglior Film. Mi riferisco alla preoccupante diminuzione del numero totale di film che accedono alle sei categorie principali (ovvero film, regia e attorume vario). Sapete perché c’è la locandina di “The Dark Knight”? No? Perché la colpa, come sempre, è di Christopher Nolan!

Per chi non lo sapesse, uno dei miei hobby cinematografici paralleli per eccellenza è dire cattiverie su Christopher Nolan. Breve retrospettiva: lo so che è un grande regista blablabla ma:
1-Quando apre bocca in una buona metà dei casi è così irritante da farmi venire dei rush cutanei (cfr. tutte le sue pretese di far spendere milioni di dollari alla Warner piuttosto che usare un cacchio di effetto speciale)
2- Parte del fandom di Nolan sa essere così asfissiante ed isterico ma farmi venire il magone ogni volta che vedo all’orizzonte un suo film. Io vedo quel finto promo di “Interstellar” e un po’ muoio dentro perché saranno litigate furibonde se solo troverò qualcosa men che perfetto.
3- Ho abbracciato da anni la filosofia de il Nolan migliore. Il Nolan giusto è Jonathan, il fratello buono della famiglia Nolan.
Fine dell’abbondante digressione sui fatti miei, torniamo a parlare di Oscar.

Forse non tutti sanno che l’aumento delle nomination nella categoria di Miglior Film è un diretto risultato del pandemonio scatenato dallo zoccolo duro oltranzista del fandom di Nolan, così scassacoglione e minaccioso da far prendere uno spaghetto (per essere fini) persino a quei vecchi bacucchi dell’Academy.
Infatti quando “The Dark Knight” non riuscì ad ottenere la nomination come miglior film, si scatenò il finimondo. Il circolo di comando dell’Academy, oltre che ad essere tendenzialmente anziano è anche molto, molto focalizzato a mantenere lo status di premio cinematografico più rilevante a livello mondiale del loro adorabile baraccone. Che, non dimentichiamolo, sarebbe quasi esclusivamente un premio destinato a film di lingua inglese, iper-focalizzato sul mercato americano, eh.
Sia come sia, i gran capi si spaventarono parecchio, dopo anni e anni di scelte accusate di essere pesantemente influenzate da una visione rivolta al passato del mondo cinematografico e poco coraggiosa (in parole povere l’accusa tipo era “siete dei vecchiiiiii!“). Preoccupati di perdere il pubblico più giovane (accusa spesso rivolta ma tutta da provare), si decisero ad apportare alcuni cambiamenti, coronati nell’allargamento di platea di nominati per la categoria Miglior Film.
A livello immediato sembrò una buona soluzione: con cinque candidati in più ci sarebbe stato spazio per film più coraggiosi e innovativi, per i grandi successi di botteghino di un certo valore qualitativo, magari persino per qualche film di genere.

hollywood issue vanity fair 2014

Invece quella decisione si è rivelata un mezzo disastro, conosciuto come The Nolan Effect, così soprannominato da alcuni giornalisti che per primi hanno evidenziato il fenomeno.
L’errore di base è stato quello di semplificare eccessivamente il meccanismo che sta alla base della creazione di una nomination.

La platea di possibili votanti agli Oscar è amplissima e, se nelle categorie tecniche i gruppi sono più ristretti e gli addetti ai lavori hanno un peso specifico notevole, in Miglior Film sono tutti chiamati ad esprimere un loro parere. Esistono però due grandi gruppi di membri dell’Academy: quelli ancora in attività e quelli in pensione. Il secondo gruppo (che definiremo simpaticamente i pensionati / i barbagianni) ha sempre avuto un peso specifico ben più rilevante, seppur non costituendo la maggioranza dei votanti. Qui vorrei una statistica precisa ma o non esiste o io non sono stata in grado di trovarla. Avendo molto tempo libero, recuperano con facilità un gran numero di pellicole, presenziano agli eventi sponsorizzati dalle case di produzione. Essendo anziani, talvolta hanno delle visioni un po’ bigotte (per non dire retrograde) sulla cinematografia e soprattutto sui contenuti e sulla forma dei film da esaminare. Chiedetelo a Martin Scorsese, fischiato e apostrofato nei peggior modi dopo uno degli eventi promozionali di “The Wolf of Wall Street”.

I membri ancora in attività dell’Academy (che definiremo semplicisticamente i giovani) hanno invece una famiglia e una  vita lavorativa più o meno pressante, in cui devono riuscire a incastrare la visione di un numero X di pellicole per prendere la loro decisione, quest’anno anticipata ad inizio gennaio. Questo significa dare priorità al marasma di DVD e inviti a proiezioni che ricevono, selezionando i titoli che a loro modo di vedere sono irrinunciabili e vanno visti con la massima priorità. Stiamo pur sempre parlando di votazioni e perciò valgono le regole matematiche che regolano le stesse; io giovani dell’Academy sono gli scoiattoli della situazione. Quali saranno i film che privilegeranno? Presumibilmente quelli di cui hanno più sentito parlare, i film evento. In parole povere, i film di major (o di case indie controllate da major) che hanno attivato massicce campagne promozionali, volte a spostare il loro DVD nella pigna ben più bassa dei film da recuperare assolutamente.

Diventa quindi fondamentale la campagna promozionale del film e la sua data di uscita. Si tende a programmare la distribuzione di un film il più vicino possibile al periodo di votazione, per fare in modo di mantenere costante l’attenzione sul prodotto sfruttando il marketing tradizionale (il giro di interviste televisive, le copertine, i red carpet) e quello dedicato (le pubblicità for your consideration, le proiezioni per i membri dell’Academy e gli incontri con il cast, la distribuzione di migliaia, MIGLIAIA, di supporti homevideo per raggiungere anche chi non può recarsi alle anteprime). Per film più artistoidi si tende a farli passare per un festival europeo e vedere che succede, ma i film che a priori si intende sostenere escono tutti tra ottobre e le festività natalizie.
Il problema è che questo genere di operazioni ha un costo enorme, specialmente in un periodo di crisi che ha eroso i margini di profitto. Solo le grandi major possono permettersi questo genere di sponsorizzazione e solo per un paio di film l’anno. Il dramma è che nella prima selezione la qualità intrinseca del film conta fino ad un certo punto, perché l’essenziale è finire nei film da recuperare. In questo potrebbe essere persino un vantaggio essere un film straniero perché, anche senza i Weinstein (autentici maghi della promozione, guardate il piccolo capolavoro ottenuto con The Grandmaster!), imporsi come il grande film straniero dell’annata significa ritagliarsi uno spazio nella lista degli imperdibili. Probabilmente The Artist e Amour devono ringraziare questa tipologia di sistema, che ha consentito a distribuzioni e battage pubblicitari modesti di scontrarsi e vincere contro giganti americani.

vanity fair 2014 the hollywood issue

Un esempio datato 2014 è illuminante. Rush è stato una delle sorprese dell’annata. Uscito ad inizio stagione (settembre), ha sorpreso per la sua qualità artistica, ma soprattutto per la performance di Daniel Brühl, da subito indicata come del tutto indicata a concorrere per una candidatura. Il problema è che, pur essendo un film ben finanziato per gli standard europei, è comunque un film medio piccolo per il mercato americano, in cui la major (Universal) è entrata in gioco solo per la distribuzione. Se qualche anno fa le major erano ben disposte a impegnarsi per ottenere una candidatura abbastanza certa, oggi preferiscono focalizzarsi su film che possano concorrere senza troppi rischi a più categorie e ovviamente a Miglior Film. Daniel Brühl aveva una perfomance del tutto adatta ad ottenere la nomination, ma non ha avuto una campagna atta a fargliela ottenere, perciò è rimasto fuori dalla corsa. Il denaro non compra il premio, ma delinea il circolo dei contendenti.
Un film straniero come The Grandmaster invece, pur essendo considerato da molti mediocre e pur essendo entrato nella cinquina di Miglior Film in lingua straniera, ha strappato due nomination proprio grazie ai Weistein, i più noti sostenitori di pellicole, abilissimi a cavar fuori nomination del tutto inaspettate.

Sostanzialmente la mossa che doveva rendere più variegate  e accessibili anche ai grandi successi di pubblico le varie categorie ha ristretto ancor di più il bacino di film tra cui si distribuiscono le nomination di peso. Una nomination singola è importantissima, perché fornisce un volano a registi e attori magari molto noti tra i cinefili ma sconosciuti al grande pubblico. Una nomination è un ottimo lasciapassare per accedere al sistema di produzione e distribuzione americano, il che significa: più soldi e più visibilità, progetti più ambiziosi finalmente realizzabili. Esempi lampo in campo attoriale: Marion Cotillard e Jean Dujardin. Talentuosi, nel film straniero giusto al festival giusto, nomination, lavoro in grandi produzioni americane. Non funziona per tutti, ma compiere questa stessa strada per vie alternative è molto più difficle (Raoul Bova anyone?). Opinione personale: il vero punto di svolta della carriera di Jennifer Lawrence è prima del casting di Hunger Games, è la nomination per “Winter Bone”.
Inoltre spesso film molto famosi ma “difficili” sono stati votati (e hanno vinto) in categorie alternative (come quelle della sceneggiatura, spesso usate come Oscar alternativo per film che non si aveva il coraggio di far trionfare nella categoria regina). Per questo le nomination sono essenziali, perché permettono a cineasti al di fuori del giro degli Oscar di farsi una nomea e, negli anni successivi, andare a dare battaglia nelle categorie più consone.

hollywood issue 2014 vanity fair roberts elba clooney

E arrivato il momento di sfoderare qualche numero (che copio spudoratamente da QUESTO bellissimo articolo, uno dei migliori su questo argomento tra quelli che mi è capitato di leggere):

  • Nel 2014, sono nominati nelle sei categorie principali undici film. Aggiungendo i due premi per le sceneggiature, si arriva a dodici.
  • Dodici film che si spartiscono tra loro quarantaquattro nomination.
  • I tre film che sono riusciti ad ottenere nomination senza passare per Miglior Film sono I Segreti di Osage County, Blue Jasmine e Before Midnight.
  • Si tratta del numero più basso di film nominati nelle categorie top da trent’anni a questa parte.
  • La seconda annata peggiore degli ultimi decenni è stata il 2013.
  • Nel periodo precedente al Nolan Effect, partendo dal 1984 fino al 2008, la media di film nominata nelle otto categorie maggiori è di 18,3.
  • Nello stesso periodo, non si è mai scesi al di sotto di sedici film.
  • I film penalizzati dall’esigenza di avere campagne faraoniche quest’anno secondo gli addetti ai lavori sono stati: Blue is the Warmest Colour, All is Lost, Prisoners, The Butler, Inside Llewin Daves e il già citato Rush.
  • The Wolf of Wall Street è uscito il giorno di Natale (la premiere si è tenuta il 17 dicembre, a New York). Le votazioni si sono chiuse il 9 gennaio.

Le immagini a corredo dell’articolo sono ritagli dalla Hollywood Issue 2014 di Vanity Fair, che raccoglie in un mega-copertinone alcuni attori che si sono particolarmente distinti durante l’anno.

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