Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

robocop 2014 locandinaLa questione dei reboot rimane spinosa da qualsiasi prospettiva la si guardi. Se da una parte è comprensibile l’interesse derivato dal rigenerare storie di successo ammodernandole dopo decenni di stasi, dall’altra è più che giustificato il procurato allarme che ogni operazione di questo genere comporta, dato il bassissimo tasso di successo.
Se però c’è uno svecchiamento di franchise che mi vedeva propensa e vagamente ottimista era proprio quello di Robocop. Diciamolo: il film del 1987 è un titolo irrinunciabile per gli amanti dei polizieschi da braccio duro della legge, ma rimane pur sempre una pellicola con un aperto gusto per la violenza, un tocco horror e tante influenze da cinema di seconda fascia, germogliata nelle menti di Edward NeumeierMichael Miner mentre guardavano ammirati il poster di “Blade Runner”.


Il quid che rende Robocop infinitamente superiore a tanti polizieschi ambientati nelle metropoli americane ostaggio del crimine è l’innesto perfettamente riuscito di un sacco di riflessioni di natura sociale ed economica (di fatto il film traccia un parallelo davvero raggelante sulle logiche che guidano i capitalisti corporativi e il crimine organizzato) senza mai perdere il suo tono cinicamente umorista. Ancor oggi rimane insuperato il tono strafottente e nerissimo con cui si approccia anche alle svolte più drammatiche della trama, soprattutto nel sottolineare la sostanziale perdita di umanità di Murphy (che “sente”, non ricorda, la sua famiglia) e di totale mancanza di solidarietà nel mondo rampante del capitalismo (indimenticabile il CEO che si gira verso Dick, responsabile del macabro omicidio compiuto da un drone durante l’assemblea dei soci, e con tutta calma gli dice “mi hai molto deluso”).
Il grosso limite di Robocop 1987 è di essere stato girato in un’epoca in cui realizzare l’ibridazione tra macchina e uomo era considerato futuribile, ma di fatto rimaneva irrealizzabile a livello realistico su schermo. Robocop ha degli effetti speciali che, visti nell’era della CGI, sfiorano il limite del ridicolo.

2014. La possibilità di fondere davvero uomo e macchina per combattere il crimine è sicuramente meno allettante del passato, ma la CGI spalanca un ventaglio di possibilità quasi infinito. Il tono scanzonato della pellicola originale e alcune delle sue macabre riflessioni (la superiorità della macchina sull’uomo in contesto lavorativo, la logica finanziaria applicata a ogni comparto della vita quotidiana, la manipolazione senza freni della scienza in nome della ricerca) sembrano ancora più attuali.
L’idea di rispolverare Robocop non è male. Certo, fa un po’ sorridere l’idea di abbassare i costi arruolando un regista brasiliano, scelto perché diventato famoso proprio con due film sui poliziotti più duri di Rio, José “Tropa de Elite” Padilha. Il ragionamento degli studios è davvero basato su paralleli così semplicisti, sì, però in questo caso funziona. Una delle poche parti salvabili del film è l’intero segmento cinese e le sparatorie, dove Padilha non deve reggere il moccolo a una sceneggiatura criminale e può sbizzarrirsi come più gli aggrada.

Cosa poteva andare storto, il casting? Lo svedese Joel Kinnaman (visto in The Killing) è stato scelto sulla falsa riga somatica del primo Robocop, Peter Weller, ma non se la cava male, soprattutto considerando i pochi momenti in cui gli viene veramente chiesto di recitare. Il cast di contorno è semplicemente esagerato: Gary Oldman, Michael Keaton, Abbie Cornish, Joel Kinnaman. Se uno punta a prendere il malloppo generato dall’operazione nostalgia e fuggire, non scomoda certi nomi, no? Invece tutti questi nomi soccombono a causa di caratterizzazioni ridicole: Oldman scienziato e padre putativo della macchina, senza una soluzione di continuità tra l’arrivismo scientifico e lo scrupolo morale, Keaton con il malvagio CEO meno cattivo di sempre, Cornish incasellata nel recinto della buona moglie nonostante si faccia di tutto per renderla un minimo interessante. L’unico ad uscirne bene è Samuel L. Jackson, protagonista di “The Novak Effect”, talk show propagandistico in cui sostiene entusiasticamente l’utilizzo dei droni Omnicorp anche in suolo americano.

Eccolo, l’annoso quesito: perché scomodare tutto il baraccone e prendersi la briga di pagare per effetti speciali decorosi, attori onorevoli e giocarsi la carta corvée del regista straniero se poi si chiede a un esordiente assoluto (assoluto!) di scrivere la sceneggiatura? Non pensavo potesse esserci premessa peggiore a un film del sapere che la sceneggiatura ha soggiornato per tot anni nella Black List, ma il fatto che gli studios si dimostrino intraprendenti e generosi verso le nuove generazioni solo quando mettono mano ai franchise della tua infanzia tira fuori la parte peggiore della sottoscritta.
A ben vedere Joshua Zetumer non è un completo idiota, anzi, qua e là dimostra di aver capito quali passaggi sarebbero risultati più datati dal punto di vista sociale e filosofico. I due poliziotti non potrebbero essere più diversi: Robocop 1987 è un androide con spalmata sopra una faccia, in cui i meccanismi umani si destano nel sogno e nel subconscio, ma non possono essere replicabili a livello attivo, Robocop 2014 è un rimasuglio umano il cui cervello quasi intatto (la sede della sua psiche) viene innestato su una macchina. Il conflitto non nasce dall’ibridazione robotica, rispetto a cui 20 anni fa eravamo molto più restii, ma sul progressivo cancellare la parte umana in una corsa alla performance con i droni totalmente meccanici. In un’epoca in cui il CEO di Google a Davos dice che è in atto una lotta tra macchina e uomo nel contesto lavorativo e l’umanità ha bisogno di vincerla, non è un salto intuitivo da poco.
Così il vecchio Robocop è un mostro da tenere in gabbia, un prodotto, una cosa, un “it” che tutti discriminano, capace a fine film di rinascere come equilibrio tra natura robotica e natura umana, il nuovo è un uomo soggetto a una sperimentazione sempre più incontrollata per manipolare l’opinione pubblica, l’apripista umano che renda appetibile l’upgrade della polizia di Detroit alla propria versione meccanizzata.

Qui Zetumer compie il primo passo falso, portando il problema su scala mondiale. Nell’originale la OCP voleva sfruttare le nicchie di mercato che altri non avevano saputo rendere redditizie (ospizi, ospedali, forze dell’ordine) a Detroit, qui gli Stati Uniti vogliono usare le forze robotiche per garantire la sicurezza mondiale vietandole nel loro Paese. Per quanto l’ambiguità dei robot portatori di pace che invadono e controllano la popolazione di Teheran costruisca una scena visivamente suggestiva, uno sceneggiatore non può davvero pretendere di essere in un contesto simil ’50 in cui la dominanza mondiale statunitense possa essere presentata con tanto pressapochismo geopolitico. Gli States invadono il Nord Corea e l’Iran con i loro droni e Russia e Cina non fanno nulla? Com’è che nessuno costruisce armi simili o superiori? Com’è che l’ONU non fa niente (no, forse questo non è irrealistico)? Non si può ignorare così platealmente la situazione militare mondiale, in cui nessuno stato è più in grado di prevalere sull’altro senza tirare in ballo alleanze e nessuno può scavare un gap tecnologico tale con i concorrenti da riguadagnare questa posizione, non senza una spiegazione che sia una.

Un altro cambiamento fondamentale nel nostro rapporto con la tecnologia che viene riflesso nella sceneggiatura è la perdita della sua invulnerabilità. In questo millennio un prodotto tecnologico per essere percepito come realistico deve avere insite nella propria presentazione limitazioni e punti deboli. Alex Murphy è imbottito di medicinali e ha bisogno di assistenza medica giornaliera, tanto da non poter vivere con la propria famiglia. Robocop non è più invulnerabile, è solo ragionevolmente protetto dalle armi sotto un certo calibro. Ovviamente le limitazioni esistono anche nella parte software. Purtroppo però lo spegnimento automatico era molto più violento e pervasivo con la quarta direttiva segreta che qui.

robocop abbie cornish

Il problema di questo film è che, pur avendo questi nuclei su cui costruire un discorso e delle scene visivamente impressionanti (mi riferisco alla scena di quanto rimasto di Alex Murphy), risulta puntualmente una versione edulcorata, confusa e buonista di quanto realizzato 25 anni fa. La parte peggiore è la corporazione privata del sadismo e dell’arrivismo mortale che la connotava. Andare all’assemblea dei soci nel 1987 comportava un tasso di mortalità elevatissimo, nessuno si faceva scrupoli e ogni morte, per quanto violenta, era figlia della dura vita nella grande città. Dick assoldava killer per far fuori rivali che tiravano la coca dal seno delle puttane, altro che Leonardo DiCaprio! I criminali erano bande di sadici che prima di ammazzare un poliziotto gli sparavano via la mano, mentre la corporazione gli amputava il resto del braccio perché tornava comodo ai loro interessi, giocandoci crudelmente mentre ubriachi fradici festeggiano la fine dell’esperimento. Un cadavere di un poliziotto veniva occultato e ibridato, la sua famiglia lo mollava, il tutto al di fuori della legge.

Alex Murphy ha il suo cervello, la sua umanità non è mai messa in discussione (e si è talmente paraculi da non affrontare il capitolo virilità, facendolo quasi trombare prima con la moglie). Il signore del crimine lo fa saltare in aria, non lo sottopone a un tiro a segno menomante. La sua famiglia gli rimane accanto e non ha reazioni di rigetto, persino il suo padre putativo, Gary Oldman, sembra talvolta volergli bene. Il massimo di discriminazione che riceve è essere chiamato “uomo di latta”.
Nell’imbarazzante scena tipo in cui Gary Oldman dice a Michael Keaton che tale modifica non si può fare salvo poi fare la faccia scontenta e approntarla, a un certo punto gli spegne la coscienza. Dice proprio così, mentre lo opera al cervello. Non c’è nemmeno un minimo tentativo di sparare una cavolata medica. Una cosa falsamente verosimile tipo, ve la tiro su io: “adesso gli cauterizzo la parte superficiale dell’ipotalamo, così che abbia ancora l’impressione di avere una reazione sentimentale ma il tessuto cauterizzato impedisca la trasmissione nervosa che potrebbe entrare in conflitto con il software esterno”. Una roba così.
Il massimo di manipolazione su Murphy è ridurgli il livello di dopamina, stato sempre reversibile. Se il Robocop originale riacquisiva parti confuse della sua vita attraverso l’esperienza onirica ma non riusciva mai a bypassare il sistema di controllo, Murphy contraddice le direttiva senza che vi sia alcuna spiegazione a parte “è preoccupato per il figlio“. Figlio che è spaventato dalla situazione non perché è facilmente prevedibile, ma perché un inutile infografica del software di Murphy ci dice che è spaventato.
Insomma, il cattivo della corporazione è una fuffa. Il cattivo criminale praticamente non esiste e svanisce con un sommesso puff! al solo paragone il sadismo versato nel business dell’originale (ve la ricordate l’inquietante risata del suo compare nero? Ai tempi me la sognavo di notte!).
Questo film è talmente moscio che persino i terroristi islamici non sono veramente cattivi. Non posso sintetizzarvi il mio senso di sconfinata angoscia quando un kamikaze a Teheran esorta i suoi compari già imbottiti di esplosivo a farsi riprendere in via dimostrativa dai giornalisti americani sbarcati con i droni, ma mi raccomando, senza uccidere nessuno. Uno si fa saltare in aria a scopo dimostrativo contro l’egemonia occidentale che invade la sua patria e gli dice di dirgli pure grazie ma, ehi, non per questo ucciderà qualcuno.

robocop mani

Lo vado a vedere? So che è impossibile convincere i fan del film antico ad astenersi, quindi voglio esprimergli il mio più profondo cordoglio per l’insipida esperienza che stanno per vivere. Un po’ come la moto fighissima su cui gira Robocop; quando esce il cavalletto capisci che, per quanto bella, se nel futuro ha ancora bisogno di un supporto, forse non è il futuro dove vogliamo andare a finire. Per gli altri: se è fantascienza e io dico no a priori, immaginatevi che orrore vi sto risparmiando.
Ci shippo qualcuno? No, non ho ben seguito quest’analisi perché dopo la scena dei terroristi premurosi dentro di me è salita, inarrestabile, una sottile marea di “tutto è perduto”.
Effetto nostalgia? Poco, in realtà è più effetto guarda quanto viene bene oggi con gli effetti speciali.

Annunci