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lone survivor locandinaNon sarà il regista da spendere negli aperitivi radical chic della Milano da bere, però io ho un debito di gratitudine verso Peter Berg, una delle poche persone più ossessionate della sottoscritta da Taylor Kitsch. Lo ha scoperto, lo ha eletto sua musa e si ostina a volerlo nei suoi cast nonostante la sua presenza significhi quasi sempre una disfatta al botteghino.
Per questo motivo (e per Taylor in divisa mimetica, ça va sans dire) mi sono prestata alla visione di una pellicola che urlava da un miglio i sani valori patriottici dell’esercito americano di stanza in Afghanista (?). Invece Lone Survivor è l’ennesima sorprendentemente buona pellicola con al centro le missioni di sovraumana difficoltà dei Navy SEALs, ormai detentori di un sottogenere a sé stante nei film di guerra.

Lone Survivor è stato innanzitutto una sopresa al botteghino, capace di far rivalutare il nome di Berg dopo il disastroso capitolo di “Battleship”. Costato quaranta milioni di dollari e con un intervento piuttosto marginale delle major (coinvolte solo in fase distributiva), “Lone Survivor” ha sfondato con facilità il tetto dei cento milioni in patria, diventando un film profittevole senza nemmeno scomodare i mercati esteri.
La pellicola in sé sarebbe potuta costare anche meno se le riprese non avessero previsto difficoltà tecniche non indifferenti. Per raccontare la storia di Mark Luttrell, unico sopravvissuto della più sanguinosa missione dei Navy’s in Afghanistan, Berg ha deciso infatti di girare su speroni inaccessibili e aride formazioni rocciose del New Mexico, portando l’intera troupe la mattina in elicottero e girando il più possibile prima di tornare al campo base. Lo sforzo fisico della troupe e degli attori ha però pagato: Lone Survivor infatti mescola con sorprendente efficacia un realismo quasi doloroso nel ritrarre la fatica fisica dei soldati americani a momenti di pura spettacolarizzazione del loro eroismo. L’alternanza dei due effetti però genera una lettura inedita: il rallenty dei soldati colpiti che continuano ad avanzare viene seguito a stretto giro da riprese quasi crude delle loro rovinose cadute da dislivelli in cerca di riparo dai proiettili. Insomma, Lone Survivor non è nemmeno tanto lontano dallo stile dei film d’azione di Peter Berg, però la mescolanza oculata dei due registri finisce per evidenziare non solo l’eroismo dei SEAL’s ma anche il loro lato più masochista, la loro continua ricerca del dolore più estremo a scopo lavorativo.

Mark Wahlberg lone survivor

Mark Wahlberg is wearing a hat! (cit.)

Chiariamo: Lone Survivor rimane un onesto racconto di un una missione cominciata con il tentativo di uccidere un pericoloso talebano e finita con un’ecatombe di americani e un unico salvataggio insperato (il titolo spoiler è veramente odioso, diciamolo). Ci si aspettava un’americanata insostenibile, invece le sue due o tre riflessioni le piazza anche, ma si rimane comunque lontanissimi dalle vette artistiche e contenutistiche di “Zero Dark Thirty” o “Captain Phillips”, giusto per citare i due titoli più recenti con questo corpo militare americano che sono finiti anche agli Oscar.
Va bene così, per un film che si concentra più nel mostrare cosa significhi in concreto essere un Navy’s SEAL’s piuttosto che farci su delle riflessioni simboliche e ideologiche. Già la scena di apertura con le riprese documentaristiche dell’addestramento di questo corpo speciale chiarisce che siamo di fronte a un processo iniziatico che forma un’elite, un gruppo governato da solide regole e legami di fratellanza. L’esaltazione rimane sempre dietro l’angolo ma non riesce mai a venir fuori del tutto, dato che si chiarisce a più riprese non solo la propensione al martirio dei protagonisti ma anche i doveri d’immagine che la fama dei SEAL’s ormai comporta. In questo senso è particolarmente efficace la scena cardine del film, con il team in missione che viene sorpreso da alcuni pastori. Segue la cattura degli stessi e una lunga discussione su cosa fare: abortire la missione o continuare a cercare il terrorista, uccidere i pastori o lasciarli andare? Al centro degli scambi, più che valori umanistici, ricorrono le regole di ingaggio imposte dall’esercito e l’impatto mediatico che una notizia del genere avrebbe sulla CNN.
Siccome Peter Berg non è un fesso, anche la scelta stessa della storia vera da raccontare permette un ritratto eroistico dei protagonisti senza ridurre gli afghani  alla mera equazione di arabo = terrorista. La divisione della popolazione afghana tra talebani e civili è ben chiara per tutto il film e la svolta finale del film, senza spoilerare nulla, rimarca che atti di coraggio ed eroismo vengono compiuti da entrambe le parti.

Sul cast non c’è granché da dire, trattandosi dei classici nomi steroidei che vengono chiamati quando c’è bisogno di un certo fisico per il ruolo (inserite qui solite considerazioni sui durissimi allenamenti a cui si sono sottoposti gli attori protagonisti). Nel cast la fanno da padrone Mark Wahlberg e Taylor Kitsch, il palese protagonista del prima parte del film, l’eroe positivo e il leggendario SEAL’s il cui nome è sempre pronunciato con rispetto e deferenza. La scena di commiato da Michael Murphy è la dichiarazione d’amore più autentica che Berg potesse fare alla sua musa, ma non mi è dispiaciuta nemmeno la tshirtless scene d’inizio film, ecco.

lone survivor scena corsa

Lo vado a vedere? Non è niente di imperdibile, sia chiaro, ma date le premesse siamo tutti rimasti spiazzati dal constatare che non faceva nemmeno poi così tanta propaganda e qualche spunto interessante lo aveva anche lui. Giudicate in base ai vostri gusti quanto fa per voi.
Ci shippo qualcuno? A parte l’evidente amore platonico di Berg verso Kitsch, intendo. Beh, io ero concentrata a godermi forse l’unico film col bel Taylor su grande schermo del 2014, ma in un film pieno di soldati uniti da vincoli di fratellanza non sono nemmeno domande da porsi.

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