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storia d'inverno locandinaLa debacle del titolo Warner Bros piazzato a ridosso di San Valentino è riassunta efficacemente dallo strillo di locandina: non è una storia vera, è una storia d’amore. Infatti la verosimiglianza non è mai stata una delle preoccupazioni di Akiva Goldsman né tantomeno di Mark Helprin, autore di un tomo da 800 e passa pagine che trasuda un positivismo stucchevole e una ingenuità mastodontica, che solo una storia scritta e pubblicata ad inizio anni ’80 può esprimere senza ricostruire questi tratti artificialmente.
Il problema è che la storia vede per protagonisti due amanti molto affettuosi e una New York ricca di elementi sovrannaturali, quel genere di cavalli volanti, spiriti guida e demoni che è davvero difficile portare su grande schermo in maniera convincente, senza scivolare nell’imbarazzo.

Trovare qualcosa da salvare nell’esordio alla regia di Goldsman è davvero difficile. In compenso non mancano le ragioni per cui il prodotto finale risulta così indigesto. La più evidente è l’approccio per nulla convincente ma fin troppo convinto che Akiva Goldsman decide di imprimere all’adattamento del libro, scegliendo di preservare proprio quell’attitudine superficiale e buonista che rende la vicenda tanto anacronistica. Forse è mancata la giusta distanza da un libro che ha amato molto, forse il recente lutto che lo ha colpito gli ha impedito di vedere il progetto in maniera obiettiva, fatto sta che questa sceneggiatura non è nemmeno lontanamente all’altezza dell’uomo che ha reso “FRINGE” un cult televisivo e neppure di quello che ha creato film a orologeria per gli Oscar come “A Beautiful Mind”.
I problemi sono tanti: un voice over introduttivo su angeli, ali e morti che diventano stelle che fa colare melassa da ogni poro dello spettatore, la mancanza di una ragione convincente che unisca tanto profondamente i protagonisti, cattivi da farsa e frasi da Baci perugina a pioggia. Altro aspetto non riuscito è l’introduzione dell’elemento sovrannaturale (spesso definitivo come “miracoloso”), intimamente collegato a una New York alternativa che fa da madre al protagonista Peter Lake. Vedendo il film si ha la netta impressione di assistere a qualcosa che sulla carta stampata funziona. Certo, la trasposizione in immagini gioca molti scherzi proprio perché il ricettore è meno attivo rispetto a quando deve immaginare da sé l’aspetto visivo, quindi meno coinvolto e pronto nella critica. Dare vita a un mondo al confine tra la nostra realtà e il magico senza avere nemmeno uno straccio di spiegazione oltre al solito conflitto tra angeli e demoni non è una passeggiata ma qui non si riesce mai a empatizzare quel tanto da non trovare stonato il cavallo alato o i poteri del malvagio di Russel Crowe.

crowe farrell winter's tale bridge

Serve quindi una sospensione d’incredulità a un livello che non si capisce come alla Warner abbiano pensato che qualcuno potesse raggiungerlo e mantenerlo. La regia di Akiva Goldsman scompare di fronte al disastro narrativo di una storia che nasce come l’amore tra un ladruncolo orfano e una giovane abbiente divorata dalla consunzione in una New York di inizio Novecento e diventa il tentativo dello stesso uomo miracolosamente sopravvissuto fino al 2014 (gli anni ’80 sono incastonati in quelle microfiches, suppongo) di dare un senso alla sua esistenza oltre la morte dell’amata Beverly. Ognuno ha un miracolo da dare alla sua metà, però personaggi malvagi come Russel Crowe demone si mettono in mezzo e impediscono di utilizzare o ricevere questa meraviglia: quindi se siete soli e tristi a San Valentino, non è che siete insostenibili e misantropi, NO, è un malvagio Russel Crowe che nell’ombra allontana ogni occasione di accoppiarsi. Sappiatelo.

Russel Crowe si limita a fare l’unico cattivo che sa interpretare (un Javert demoniaco esaltato dall’ottimo cameo di una star nei panni di Lucifero che non spoilererò perché è una delle poche scene che funziona davvero) e forse è la scelta di casting più azzeccata del filotto. Secondo due amabili signore alla proiezione stampa milanese, Colin Farrell è un signor attore costretto a queste infamie dall’affitto. A parer mio invece è una scelta che appiattisce ancora di più la pellicola, incapace di trasmettere la tenerezza richiesta all’uomo idealizzato del cinemozioni5 e il retroterra criminale descritto dal ruolo. Mettiamo anche se sia il miglior attore della sua generazione; ebbene, quel taglio di capelli a nido di uccelli nero rovesciato con rasatura sottostante è un abominio che azzera ogni possibilità di redenzione. Giuro, avrei gioito all’ammissione di una pelata sottostante. Invece ho sofferto quando è tornato a quel taglio dopo che la progressiva barbonizzazione gli aveva donato dei capelli decenti.
La da tutti conosciuta come “la sorella gnocca di Downton Abbey” Jessica Brown Findlay non sposta di un millimetro il raggio d’azione del suo personaggio: Maria Goretti era, Maria Goretti è, in più con il bonus della consunzione che la sta divorando (un particolare così gotico che mi batte forte il cuore), senza che la sua bellezza sfiorisca minimante, ovvio. L’unico attore per cui provo un vago sentimento di sofferta simpatia (nel senso letterale del termine) è la povera Jennifer Connelly, condannata al ruolo di donna moderna (quindi niente abiti fighi) e madre (quindi incapace di suscitare una qualsiasi pulsione sessuale) che a-piange b-regge la figlia c-cerca la cura per una grave malattia in biblioteca, nel 2014.

winter's tale crowe farrell horses

Lo vado a vedere? No. Non è che l’inclinazione al romanticismo posticcio dei cinemozioni5 ci abbia privato completamente del senso della misura e dell’intelletto. Vogliamo un uomo così idealizzato da essere una donna uccello munita, però lo vogliamo in un film che non faccia schifo (e in cui il protagonista abbia un taglio di capelli accettabile!), ecco. Attendete Canale5 in una serata in cui l’alternativa è andare a letto alle nove e un quarto.
Ci shippo qualcuno? Immagino che tutta l’ossessione di Crowe per Farrell possa essere distorta a piacimento, così come la metafora dei cavalli nero e bianco (per la serie: un filo didascalisco). Però c’è materiale migliore da distorcere.
Momento cinemozioni5? Quando Beverly propone a Peter di stare tutta la notte abbracciati a guardare le stelle (ve lo giuro, queste esatte parole) e lui ovviamente accetta. Solo che lei non è del tutto stordita e con la storia che sta per morire di consunzione riesce a rimediarsi un’amante. Essendo un film romantico però (massimo baci o sfumatissime inquadrature) il contrappasso che la aspetta è più che punitivo.

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