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american hustle amy adams locandinaSe ho recuperato in consistente ritardo il nuovo film di David O. Russell capace di fare strage di nomination pesanti agli Oscar è a causa dei pareri contrastanti ricevuti da chi si è fiondato al cinema al vederlo (sì. sto dando la colpa a voi).
Data la scintillante confezione anni ’70/’80 e il ritorno di attori che avevano già fatto grandi cose con Russell in “The Fighter” e “Silver Linings Playbook” (un altro regista che ha una fantasia coi cast che levati) l’attesa per questo titolo era consistente, ma il risultato non è stato altrettanto entusiasmante. Accanto a persone secondo cui è una grande storia recitata in maniera eccelsa, in molti (la maggioranza, almeno nel mio giro) me ne hanno parlato come di un bellissimo guscio vuoto, senza una storia all’altezza della dimensione visiva del film.
Stavolta credo che darò ragione ad entrambe le fazioni e nemmeno per ragioni paracule.

Ed eccoci di nuovo a parlare di una sceneggiatura finita nella Black List del 2010. L’esperienza ci insegna che nella maggioranza dei casi le migliori 10 sceneggiature “in stallo” non sono state ancora prodotte o per necessità di trovare un produttore con abbastanza grana o perché, ammettiamolo, il copione è interessante ma ha delle obiettive difficoltà.
American Hustle per me ha questo limite specifico, ampliato dal metodo di lavoro che il suo regista predilige. Vuoi realizzare un classico film di truffatori che si truffano a vicenda in un gioco di specchi solo vagamente basato sull’Abscam, un team investigativo del FBI che negli anni ’70 portò al risultato finale giudiziario del film, ma in modo completamente diverso e senza tutta quella gnocca? Allora magari ti conviene avere una sceneggiatura forte, che renda divertente e credibile il fluire i colpi di scena su chi ha tradito chi. Russell invece opta per una gestione character driven, ribadendo nelle interviste che per lui la trama non è importante, mentre i personaggi sì e sono il centro di tutto.

Girato sulla base di uno script imbastito per sommi capi e montato aggiungendo una quantità di dialoghi improvvisati sul set dagli attori, il film risulta un curioso miscuglio di momenti frettolosi, incongruenze celate con un sorriso e (arghhhh!) il voice over più molesto in un anno di voice over molesti. Ovvio che si sia ricorsi alla voce fuori campo che spiega e rattoppa dove la recitazione a ruota libera rendeva confusa l’escalation della truffa, però sono rimasta davvero sconcertata da come un film con un approccio tanto aperto pretenda poi di guidare passo passo lo spettatore in maniera pedante, quasi fosse un po’ idiota. Emblematica in questo caso la scena del top coat lasciato sul cruscotto dell’auto. C’era davvero bisogno del voice over e dello spiegone di cosa avesse significato per il protagonista vedere quell’oggetto in quella situazione, soprattutto considerando che quell’indizio era stato introdotto nella storia in maniera tutt’altro che sottile? No. E allora perché me lo devi spiegare, non sono mica scema David O.!

Altro limite del film legato allo stile di David O. Russell che finisce per pesare più del passato è l’estrema consapevolezza degli attori rispetto alla loro parte. Mi spiego: il regista ha ribadito più volte che aver scritto e poi approfondito i personaggi pensando specificamente all’attore che li avrebbe interpretati e alle sue caratteristiche. I personaggi sono il punto forte delle sceneggiature dove interviene anche Russell, vividi e unici al punto da rendere sbiaditi e impersonali i prodotti di altri autori, però qui un po’ si esagera. Prendiamo Rosalin, il roboante personaggio destinato a Jennifer Lawrence, erede del suo precedente ruolo in “Silver Linings Playbook”. Una donna regina degli atteggiamenti passivo aggressivi, dalle tendenze che oscillano tra la testardaggine, la follia, la stupidità e la genialità, in maniera assolutamente irresistibile. Innegabilmente la prova di Lawrence è così rutilante da bucare lo schermo, ma è davvero difficile recepirla come un verso personaggio e non come una versione più estrema dell’uscita media dell’attrice. Non finisce sopra le righe giusto perché la Lawrence è maestra nel gestire gli eccessi dei suoi personaggi in maniera naturale, specie quando hanno qualche tratto in comune con il suo carattere. Anche il personaggio di Bradley Cooper soffre di questa limitazione, in una pellicola in cui un po’ tutti tendono a gigioneggiare e a interpretare se stessi che recitano quel personaggio. Il film ha diverse scene che suscitano risate sguaiate, ma anche parecchi passaggi in cui un personaggio dice qualcosa che dovrebbe essere divertente e poi zac, si ferma e l’inquadratura rimane fissa, come se aspettasse la nostra risata e il nostro plauso, grondando autocompiacimento per la propria bravura.
Doverosa eccezione a questo trend Christian Bale, la cui trasformazione fisica (leggasi: panza) ha in parte oscurato un’interpretazione che innaffia di umanità e disperazione un personaggio tanto sopra le righe quanto gli altri. Una parvenza di credibilità che si riflette anche su Amy Adams, che si gioca benissimo un ruolo meno sfavillante e irresistibile di quello della rivale, ma capace di una profondità di sentimenti e passioni che la rendono ancora più memorabile. Senza contare il coraggio con cui ha rinnegato per mesi e mesi ogni parvenza di reggiseno in nome della causa. Amy, sono fiera di te.

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I personaggi sono il limite e la salvezza di un film molto bello ma molto imperfetto. Se infatti la storia è sempre un po’ in bilico, sono proprio gli interpreti a donare una serie di ritratti che per complessità e piacevolezza rendono perdonabili parecchi scivoloni. Pur non amando particolarmente lo stile di Russell, adoro come gestisce i personaggi femminili. Qui Rosalyn e Sydney sono le icone di un film concentratissimo su una resa iconica del periodo storico in cui è ambientato ma anche due pedine equivalenti alle controparti maschili nell’economia della storia, mai subordinate e attive, mai meramente ricettive.
Anche lo sguardo della camera sui loro volti e sui loro corpi, decisamente declinati in una versione iperestetizzante e sensuale, non è mai quello che oggettivizza la loro presenza (rimanendo in un’epoca di pellicce, cappelli a tesa larga e stivali: Olivia Wilde in Rush a confronto è un soprammobile) ma quello che ne vuole mostrare bellezze e fragilità. Dal modo in cui guarda e ci fa guardare Amy Adams e Jennifer Lawrence, rendendole bellissime abbracciando anche i piccoli difetti, si percepisce che David O. Russell è davvero il genere di regista che ama le donne, se mi passate il paragone.

Impossibile poi non spendere due parole sulla regia del film, energetica quanto la storia che narra, tutta carrelli, zoomate e allargamenti di campo improvvisi, camera sempre pronta a stare incollata ai suoi protagonisti per coglierne le reazioni, o a lasciargli lo spazio di manovra necessario.
Il comparto tecnico dedicato alla resa degli ambienti e del guardaroba invece è strabiliante: trucco, parrucco, costumi e scenografie lasciano a bocca aperta, non tanto per il loro grandeur ma per essere tanto vivi da sembrare palpabili. Immagino che i maschi in sala magari saranno rimasti perplessi dall’intera faccenda del top coat, ma avranno ringraziato nel loro cuore Michael Wilkinson per le mise da attacco cardiaco con cui ha ammantato le protagoniste, per cui io ho sinceramente sofferto al pensiero delle ore di parrucco necessarie per mantenere quelle acconciature da hair porn alla massima potenza.

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Lo vado a vedere? American Hustle non è un brutto film, anzi. Ha un’anima ma anche tanti difetti, sa appassionare ma non sempre finisce per convincere. Non è il genere di film ineccepibile che è apparso a più riprese in quest’annata cinematografica, ma sicuramente è uno dei più pervasi di sentimenti.
Ci shippo qualcuno? Eh, eh! Gli sguardi teneroni tra Christian Bale e Jeremy Renner che diventa il suo primo amico regalandogli un forno a microonde non sono certo passati inosservati, nossignore, specie considerando gli sviluppi piangeroni sul finale.

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