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bellebeteMeno male che ci sono i francesi a tenere viva e competitiva la scena cinematografica europea, in una pletora di generi altrimenti ad esclusivo appannaggio degli americani! Chi l’ha detto che per fare un film infarcito di effetti speciali e sfumature storico orrorifiche un po’ cazzare ci vogliono gli americani? Da tale sfida è germogliato il successo di Christophe Gans, che con il suo “il Patto dei Lupi” ha messo in chiaro che per quel genere di pellicole anche in Europa potevano esserci una produzione e un ritorno economico. Il suo passaggio all’inglese con “Silent Hill” non è stato però fortunato e quindi, dopo vari progetti naufragati, ha ben pensato di bussare alla porta di Pathé e proporre di rimettere le mani su un grande classico letterario francese, “la Bella e la Bestia”.


Secondo lo stesso regista, la fiaba francese prescelta inizialmente era un’altra, ma lo sfruttamento hollywoodiano del filone fiabesco ha creato concorrenza scomoda su quel titolo e così si è deciso di ripiegare sulla storia di Belle e della Bestia, con l’ingombrante ombra dell’adattamento del 1946 di Jean Cocteau. Un film che, nonostante tutti i limiti di realizzazione imposti dall’epoca, è considerato un assoluto classico francese e non (per dire, gode di un’edizione in Criterion Collection) e il miglior adattamento della fiaba di sempre.
Nonostante Christophe Gans abbia deciso di ignorare l’illustre predecessore e di concentrarsi sui frangenti del racconto di Madame de Villeneuve che Cocteau aveva ignorato, non solo il suo film perde miseramente il duello, ma risulta un brutto, bruttissimo film, a prescindere dall’ispirazione di base.

Non mi riferisco allo stile e all’ampio uso di effetti speciali: quando trovi scritto Christophe Gans su una locandina, sai di doverti aspettare una buona dose di rallenti, green screen ed effetti CG volti alla spettacolarizzazione della storia, quale che sia la pellicola. Anzi, sotto questo punto di vista è evidente l’enorme sforzo produttivo, ben riassunto dalla decisione di girare allo Studio Belsberg, l’insieme di teatri di posa più antico del mondo, il luogo dove sono nati autentici capolavori come “Metropolis”, “L’angelo azzurro”, “I Nibelunghi”.
Sorvolando quindi sulla regia ultramoderna e sull’uso intensivo degli effetti speciali, utilizzati per rendere la dimensione fiabesca di un film girato in soli 57 giorni e montato in itinere, perché Gans sbaglia tanto clamorosamente?
A mio parere l’errore è stato quello di evidenziare proprio ciò che, a posteriori, Cocteau aveva saggiamente messo da parte. Se approfondire i rapporti familiari di Belle e il suo rapporto di devozione verso il padre può dare una sensazione di novità, è anche vero che ritardano l’entrata in scena della bestia, in un film in cui è ridotta a poco più di un artificio narrativo dalla preponderanza di Belle.

Orrori costumistici su cui non si può tacere: il cappottino pelosino bianco della Bestia!

Orrori costumistici su cui non si può tacere: il cappottino pelosino bianco della Bestia!

Cocteau aveva messo al centro la mitologica figura della bestia e il suo lacerante conflitto interiore; Gans mette al centro la giovane e virtuosa Belle, ma si dimentica di raccontarci perché dovrebbe essere interessante seguire la storia dal suo punto di vista. Anche Belle è una marionetta al servizio del racconto, dato che passa buona parte della pellicola da addormentata, ad assistere a lunghi flashback della Principessa che l’ha preceduta, interpretata da una meravigliosa Yvonne Catterfeld (che spero di rivedere presto in qualche pellicola degna di nota). Con Belle ridotta a manichino degli esageratissimi costumi che le regala la bestia (se Pierre-Yves Gayraud voleva sottintendere alla mancanza di buon gusto maschile nel vestire con quei costumi pieni di paillette e strizzate di decolte, allora è un genio, ma nulla potrà redimerlo dalla paternità dell’agghiacciante vestito rosato che appare a fine film) e Léa Seydoux ridotta ad una meravigliosa presenza scenica o poco più, chi la racconta la storia? Naturalmente il voice over, con tanto di libro illustrato da sfogliare (era un omaggio alla Disney?) ma ripetuto in così tanti frangenti da risultare fastidioso e pedante.

Là dove nemmeno la computer grafica e il voice over riescono a metterci una pezza, si rivelano notevoli buchi narrativi, coronati nel grande dilemma: ma perché Belle si è innamorata della bestia? Non è dato sapere, da un momento all’altro semplicemente lei è innamorata. Sul fronte opposto, Vincent Cassel non ha possibilità di approfondire il personaggio, lasciandoci l’unica possibilità di un transfert tra vecchia e nuova principessa nel suo cuore.
Anche l’approccio fiabesco è introdotto malamente, talmente poco armonizzato con una vicenda costellata di ingenuità e buonismi da far sorgere il sospetto che il film sia rivolto a un pubblico infantile, se non fosse per il seno strizzatissimo di Seydoux a ricordarci che no, il pubblico di riferimento è un altro. Poi ritornano alla mente le buffe creaturine che abitano il castello, che sembrano realizzate con l’intento di crearne una linea di peluche, e il sospetto torna a farsi concreto. Tuttavia il film è così poco riuscito da lasciare la questione irrisolta, dato che non piacerà a nessuno.

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Lo vado a vedere? No, a patto di non essere follemente innamorati del kitsch e del camp nelle loro più imbarazzanti declinazioni fiabesche. Roba che “Hansel e Gretel cacciatori di streghe” a confronto è un filmone. Il cast però non è al livello imbarazzante del resto, quindi non si può etichettarlo come baracconata di cui ridere allegramente a cuor leggero. Semplicemente è un film per niente riuscito, nonostante i tanti sforzi, né considerandolo seriamente, né approcciandolo come scult di cui ridere.
Ci shippo qualcuno? No, basta dire che quando Belle torna a casa tutta sexy persino i fratelli ci fanno un pensierino.
Fottuto Cervo Metaforico: peccato che il film sia sostanzialmente inguardabile perché sotto questo punto di vista propone una delle visioni più articolate degli ultimi anni, con tutto un parallelo tra Belle e una cerva dorata come simbolo di purezza e la Bestia e la stessa come simbolo di ossessione e ubris. Il tutto richiamato continuamente dai pacchianissimi interni del castello, a metà tra un video visual kei pezzente (rose ovunque, roba che manco la Ryoko Ikea di “Versailles no Bara”) e un set da incubo di “Hannibal”. Non c’è angolo dove non spuntino palchi, statue di cerve, spesso morenti. Il tipo di posto dove Garrett Jacob Hobs prenderebbe residenza. Dopo anni di sguardi mossi a pietà sulla mia teoria cervico-meraforica, son soddisfazioni.

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