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neb1Forse Nebraska non sarebbe finito tra i candidati come miglior film in compagnia di “Philomena” se giusto l’anno precedente Haneke non avesse così potentemente sdoganato il tema geriatrico, aggiungendolo al lungo elenco di soft spot a cui l’Academy non riesce a rimanere indifferente. La discriminante però rimane sempre il cast chiamato ad affrontare una storia in bilico, che può risultare sia un toccante road movie familiare di rifondazione del rapporto padre e figlio sia una sviolinata sullo spirito dell’America preservato dagli stati più trascurati di cui non si sentiva il bisogno. Dato che dietro la camera da presa c’è Alexander Payne, il film è diventato automaticamente il da me più temuto tra i nove nominati alla categoria che mi impongo ogni anno di recuperare integralmente. Alex, senza rancore, ma sai essere pesantissimo anche quando non parli di anziani.

Il responso verso il film che mi suscitava meno voglia di andare al cinema è stato duplice. Perché sì, “Nebraska” è indubbiamente il film terribilmente compiaciuto e assolutamente insostenibile nella sua pretesa di raccontare un difficile rapporto tra padre e figlio con toni elegiaci, però si fa scudo di un cast a cui è impossibile obiettare qualcosa.
Della performance di Bruce Dern si è parlato tantissimo sin dal festival di Cannes, dove il film è stato presentato e non è stato escluso fino all’ultimo dalla vittoria finale. Woody Grant è un personaggio magnifico, un anziano in perenne stato confusionale, testardo e brotone, su cui si allunga progressivamente l’ombra meno toccante dell’uomo lucido che è stato: un alcolista dimentico dei figli, che possiamo valutare solo attraverso le parole dei familiari, perché le uniche vestigia di quell’uomo rimaste sono impietose. In questo senso il volantino ingannevole che lo induce a credere di aver vinto un milione di dollari funziona come un perfetto MacGuffin, perché permette al figlio (un ottimo Will Forte) di intraprendere un viaggio che sbocchi il rapporto con il padre e la sua vita stantia, portandolo addirittura nella città dove risiedeva il Woody alcolizzato, costringendolo a scontrarsi con la realtà delle storie e degli incontri che rievoca in continuazione.
June Squibb si sobbarca il ruolo della moglie Kate, a cui spetta un ruolo di burbero comic relief dell’intera situazione. Lei è assolutamente adorabile, capace di scaldare il cuore nella scena della guida nonostante poco prima insistesse nel voler mettere il marito in una casa di cura.

NEBRASKA

Sulla regia di Alexander Payne posso trascrivere fedelmente il mio pregiudizio sorto nel leggere la sinossi del film ai tempi di Cannes. La regia è attenta e precisissima nel posizionare i suoi personaggi in scena, tanto da creare inquadrature così geometriche da risultare irreali. Bellissimo ma pretenzioso il bianco e nero a tutti i costi che, come nella locandina, vuole strappare un’aurea poetica a un contesto che ci viene ribadito essere duro e rozzo quanto ci era già stato precedentemente narrato. Insomma, esteticamente è ammirevole, ma questa lode viene così pedissequamente ricercata nella costruzione di ogni singola inquadratura che sembra di sentire in sottofondo Payne sussurrarti “hai visto quanto sono bravo?”, intaccando soprattutto la naturalezza dello scorrere della storia. Certe cose posso accettarle solo da Joe Wright.

Sulla sceneggiatura invece vorrei spendere due parole perché Bob Nelson ha deciso di chiuderla con un messaggio che è solo apparentemente positivo e che racconta il cuore dell’America molto più della regia di Payne. Evitando il più possibile spoiler, il sogno di Woody in un certo qual modo di realizza, dopo un intero film in cui cerca fermamente una somma di denaro che non gli appartiene e di cui non ha bisogno. La sua realizzazione è compiuta quando proprio il denaro riesce a fargli ottenere ciò che vuole, mentre il lascito per i figli a cui accenna poche scene prima (una sorta di prima esperienza di preoccupazione filiare) sfila subito in secondo piano. Anche la richiesta di denaro spropositata che l’amico nemico di sempre gli fa e l’avidità dei due buffi nipoti ritraggono un’America che sembra essere davvero autentica nelle relazioni interpersonali solo se mediate da banconote. Insomma, per Nelson è impossibile raccontare il vero spirito americano se non mediato da somme di denaro.

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Lo vado a vedere? Ne è uscito meglio di quanto pensassi, però rimane comunque un discreto film PESO a tema geriatrico, con l’aggravante di una pretenziosità senza fondo. Solo se si addice al vostro gusto cinematografico.
Ci shippo qualcuno? Errrrr.

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