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la macchina della realtà urania copertinaLa Macchina della Realtà di William Gibson e Bruce Sterling, Urania Collezione 131, 2013, 277 pp.
The Difference Engine (1990) ha due caratteristiche fondamentali: è il libro che ha lanciato definitivamente il genere steampunk in ambito letterario ed è un tomo divisivo, capace di suscitare autentico entusiasmo e feroce delusione e finendo per spaccare il proprio pubblico quasi a metà tra chi lo ha amato e chi si è pentito di averlo letto.
Questa divisione tra i lettori non è certo sorprendente per chi abbia affrontato anche solo l’incipit del libro: ricco, ricchissimo, quasi barocco per dettagli e trame parallele, con al centro quella che è a tutti gli effetti un’ucronia in cui ancora una volta svetta nella sua forma imperiale una Londra protagonista.

Personalmente non mi sono pentita di aver recuperato il tomo di Gibson e Sterling e non solo per il suo status di pietra miliare, tale da renderlo quasi una lettura obbligatoria per chi si interessa di fantascienza e affini. Questo il mio giudizio, nonostante sino alle ultime battute mi fosse poco chiaro dove sarebbe andata a parare la storia e quali sarebbero state le conclusioni dei due autori.

In effetti lo scoglio più arduo da affrontare per il lettore è proprio la prima fase di lettura, quando i personaggi protagonisti e le vicende narrate risultano marginali e l’intera costruzione di un’articolatissima versione alternativa dell’era industriale inglese un notevole ma poco motivato esercizio di stile. Per avere una visione d’insieme bisogna avere fiducia nel duo di autori per l’intera prima parte dedicata alla figlia di un luddista diventata prostituta di nome Sybil Gerard e andare a fondo delle avventure londinesi di Edward Mallory, un paleontologo appena rientrato in città dopo la clamorosa scoperta dello scheletro di un leviatano negli Stati Uniti. La terza parte del libro ha come protagonista un agente governativo ricalcato su un vero personaggio storico, Laurence Oliphant, e presenta molte delle risposte al lettore, fino al celebre finale.
La conclusione è formata da una serie di brevi paragrafi in cui al lettore è richiesto uno sforzo deduttivo per capire cosa sia successo nei decenni che seguono la conclusione della vicenda inizialmente accessoria di Sybil. Intrecciato al destino rimaneggiato dei personaggi storici che ricorrono nel libro e ai protagonisti fittizi, ci sono anche lettere, testimonianze e brevi scorci in cui sta al lettore indovinare quale sia il contesto e chi sia il personaggio agente. Operazione non sempre facilissima, anzi: se qualcuno potesse cortesemente mettermi a parte dell’identità del Gran Maestro nel paragrafo “Il Gran Maestro ricorda Wellington” gliene sarei molto grata. Ho riletto parola per parola il paragrafo, ho fatto ricerche di stampo storico (l’uncino?) e ho tentato di capire che ne pensano a riguardo gli altri lettori, ma per me rimane un mistero.

dif1Questo per farvi capire quanto consigliare The Difference Engine possa essere avventato. Più che i tre protagonisti sopracitati, la vera protagonista è infatti Londra, l’ennesima versione alternativa rispetto alla metropoli che conosciamo, erede della Londra tutta camini e carbone di Dickens.
La conoscenza pregressa di quella Londra piena di fermento, del contesto geopolitico in cui l’impero britannico si muoveva mentre diventava una potenza industriale e dei fatti e personaggi storici più rivelanti sia in ambito europeo che mondiale è infatti un prerequisito essenziale per godersi davvero il libro, o quanto meno avere una chance di apprezzarlo davvero. Il tomo è infatti una dettagliatissima risposta a un what if piuttosto intrigante: e se Lord Charles Babbage fosse veramente riuscito a completare la macchina analitica, dando il via all’era dell’informatica con circa un secolo e due guerre mondiali d’anticipo?
Il mio sospetto è che “La Macchina della realtà” non irriti una buona metà dei suoi lettori (solo) per le descrizioni grondanti dettagli sull’abbigliamento, i mezzi di trasporto, le suppellettili domestiche, il galateo e i costumi vittoriani, ovvero quell’immaginario visivo che accosta splendidamente il progressivo avvento delle macchine in un’era in cui il vapore, i bulloni, i metalli e l’approccio analogico ancora spadroneggiano. Un contrasto visivo così potente ed esteticamente intrigante da alimentare un filone che ne ha via via standardizzato e categorizzato gli elementi ricorrenti, tanto che oggi un’illustrazione, un capo d’abbigliamento o un film possono essere immediatamente identificati come steampunk sulla base di un preciso numero di sbuffi di vapore, viti, ingranaggi e gradienti di colore che ne sono divenuti la manifestazione visiva.

No, a mio avviso il vero discrimine che porta ad apprezzare o meno questo libro è il grado di conoscenza storica/politica/geopolitica/scientifica che si ha della Londra di metà 1800. Il punto di forza del libro e la parte più riuscita è indubbiamente l’articolato ritratto di una Londra sempre uguale a se stessa, eppure a capo di un mondo radicalmente diverso da quello che abbiamo studiato sui libri di scuola. Questa Londra parallela è piena dei retaggi decadenti e romantici che associamo al periodo vittoriano, eppure comincia ad evidenziare radicali differenze, che si propagano in ogni campo (scientifico, religioso, politico, estetico) e ad ogni angolo del globo.

La verità segreta è che i manifesti sono infiniti per natura, regolari come le maree del Tamigi, o il fumo di Londra.
I veri figli di Londra la chiamano ‘il Fumo’ la loro città, sa. È una città eterna, come Gerusalemme, o Roma, o, direbbero alcuni, la Pandemonio di Satana!

Il problema è che per apprezzare appieno la visione che Gibson e Sterling sviluppano di maniera estremamente profonda e radicale, bisogna conoscere davvero bene la realtà da cui sono partiti. Tutto questo perché il punto di forza di entrambi gli scrittori è quello di spingere la loro immaginazione ben oltre le conseguenze più ovvie dell’apparizione di una macchina analitica in un mondo già spinto verso un’evoluzione a velocità raddoppiata dal passaggio dalla cultura artigianale e manifatturiera a quella industriale. Come si fa ad apprezzare la sottile ironia di un Lord Byron divenuto primo ministro e dell’intero circolo dei romantici reciclatisi come proto-designer (tra cui spicca il bravissimo signor Keats!), come cogliere la visionarietà matematica scambiata per follia della regina della macchine Ada Byron senza conoscere a fondo lo stile di vita scandaloso e le vicende tormentate dei Byron originali?  E questi non sono che un paio del lunghissimo elenco dei personaggi storici il cui riposizionamento suggerisce via via l’assunto degli autori, ovvero che con la nascita dei calcolatori elettroni e dell’informatica (in qualsiasi epoca avvenga), sia inevitabile l’aumento del controllo esercitato sulla vita dell’individuo attraverso l’intelligenza digitale, destinata inesorabilmente ad acquisire prima o poi coscienza di sé. Questa riflessione appartiene più al genere fantascientifico stretto, a cui si rifanno le ultimissime pagine, forse le più famose dell’opera.

Anche se a una prima lettura “The Difference Engine” sembra lontano dal genere, in realtà è una sorta di antefatto steampunk a uno scenario che ha molto del genere cyberpunk di cui non a caso Gibson è l’esponente più noto e Sterling l’ideatore del termine con cui viene identificato. Il problema è che la panoramica completa sull’idea dei due autori si acquisisce solo dopo aver terminato il tomo, quindi sono numerose le occasioni che potrebbero annoiare il lettore e indurlo a interrompere la lettura di un libro che tende a crescere a posteriori, tornando su alcuni particolari della storia a lettura ultimata, analizzandone le svolte solo dopo aver scoperto cosa succederà dopo. Insomma, è un libro che tende a crescere nella considerazioni del post lettura, ma che dà tante opportunità al lettore di abbandonarlo strada facendo. Se infatti Londra è assolutamente strepitosa anche in quest’ennesima rielaborazione, lo stesso non si può dire dei personaggi che la popolano, di cui spesso si percepisce l’utilizzo come le schede perforate a cui tutti danno la caccia nel corso del romanzo: in sé sono irrilevanti, ma solo letti nel giusto ordine e con il giusto macchinario ci rivelano le risposte che attendevamo.

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Un consiglio di lettura –  Sono stata volutamente vaga sulla trama perché a mia volta ho trovato molto motivante scoprire via via cosa cambiava negli assetti geopolitici mondiali; dove e come sarebbero spuntati fuori personaggi come Marx, Darwin, Collins, Wellington, Huxley e come sarebbero cambiati momenti storici rilevanti come la grande fame in Irlanda, la restaurazione Meiji o la fondazione degli Stati Uniti d’America. In particolare sugli Stati Uniti le soluzioni adottate hanno del geniale e fanno molto riflettere su una conformazione geopolitica che diamo per scontata. Leggerei volentieri uno spin off interamente dedicato.
Non nascondo però di essermi trovata un paio di volte in difficoltà, perché ignara degli avvenimenti/personaggi storici a cui si faceva riferimento e quindi incapace di cogliere in quel frangente l’influenza delle macchine. Per dire, non avevo colto da subito il calco di Oliphant, realizzato su un personaggio storico di cui (lacuna mia) ignoravo l’esistenza. La parte più ardua però è stata quando si è reso necessario capire almeno in parte un paio di teoremi matematici essenziali nel mondo informatico e matematico e imprescindibili per comprendere il collegamento tra gli avvenimenti a pochi decenni di distanza dalla fine della storia e quelle ultime celebri pagine. Se la lettura vi intriga ma temete di non riuscire a star dietro al proliferare di elementi storici e scientifici, vi consiglio di leggere la pagina inglese di Wikipedia, che riporta un quadro generale dell’ucronia molto spoileroso ma grazie a cui sarà poi più facile muoversi. Se invece volete preservare il piacere della scoperta come dei novelli Alberto Angela, vi consiglio di tenere sottomano questa eccelsa pagina dedicata e di consultarla ogni volta che un cognome, il nome di un’associazione o un evento ricorrono frequentemente o vi suggeriscono la presenza di un sottotesto che non cogliete.

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