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Il microcosmo cinematografico coreano funziona secondo logiche talvolta incredibili agli occhi dell’industria europea e americana. I professionisti del settore sono così rari che finiscono per conoscersi intimamente anche quando si rifanno a generi molto diversi.
Per questo motivo non deve sorprendere se a produrre l’adattamento cinematografico della graphic novel francese Le Transperceneige, divorata da Joon-ho Bong mentre ancora si trovava in fumetteria, sia la Moho film, la casa di produzione di Chan-wook Park. “Snowpiercer” è il primo film in lingua inglese del regista coreano e il più grande investimento cinematografico della nazione, frutto di un’industria capace di sostenere chi ha buone idee, lavorando in gruppo.

2031. Per colpa del solito tentativo disperato di salvare il mondo dalle conseguenze dell’effetto serra, l’umanità innesca accidentalmente una nuova era glaciale. I sopravvissuti sono uno sparuto gruppo di passeggeri del treno perennemente in movimento di proprietà delle Wilford Industries, che attraversa il globo con un percorso annuale da 18 anni, fornendo il calore e l’alimentazione necessaria alla sopravvivenza di questa metaforica arca di Noè. Nonostante la razza umana sia costantemente in pericolo di estinguersi, parte delle risorse rimanenti vengono investite in una rigida divisione di classi: in testa al treno i riccastri che avevano il biglietto di prima classe e vivono con Wilford stesso tra gli agi, in coda i poveracci costretti a sopravvivere col poco loro rimasto.

Joon-ho Bong decide di impostare la sua pellicola usando come base la terza classe e seguendo il protagonista Chris Evans nel suo disperato tentativo di far partire la rivolta e raggiungere la testa del treno. Chi prende possesso della locomotiva ha il controllo e, nonostante sia refrattario a diventare il nuovo leader, Curtis è disposto a pagare l’alto prezzo in vite umane per riuscirci. Le difficoltà di riprendere una simile impresa sono evidenti: spazi angusti, un senso claustrofobico di schiacciamento continuo, ridotta varietà cromatica e scenografica. La soluzione del regista è un ottimo compromesso tra le ispirazioni derivate dalle tavole originali, l’estrosità violenta tipica del cinema coreano e tutta una serie di accostamenti che sfociano direttamente nell’allegoria, con un continuo contrasto tra acqua, fuoco, neve e immagini iconiche come la morte dell’angelo tra gli ingranaggi o l’intera sequenza del massacro nella galleria, giocata sulla continua alternanza tra luce e ombra. Bong la fa sembrare facile e ha dalla sua la perizia del cinema coreano in ambito di combattimenti e massacri, ma girare quella tipologia di scene deve essere stato delirante.
Il film conquista via via che si snoda davanti allo spettatore perché sa rende la potenza espressiva di una singola immagine (caratteristica cardine delle graphic novel) riuscendo a mantenere una parvenza di realismo e adottando una marea di soluzioni estetiche per suggerire una continua fuga in avanti del treno e la spinta irresistibile dei ribelli ad avanzare.

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Sul giudizio alla sceneggiatura mi trovo più in difficoltà per due motivi precisi: 1- non ho letto la graphic novel 2- in Italia non è uscito il director’s cut fortemente voluto dal regista. Dovete sapere che Bong ha piantato un casino mostruoso con i Weinstein perché estremamente insoddisfatto dalla versione tagliuzzata uscita nel circuito internazionale, che rimediava con voice over e spiegoni a circa una mezz’ora in più di scene. L’esperienza però insegna che raramente questi peana registici danno vita a versioni radicalmente diverse e qualitativamente superiori a quelle arrivate in sala.
Per giudicare i contenuti del film non serve necessariamente conoscerne la fonte, ma sarei comunque curiosa di capire quanto sia farina del sacco francese e quanta del sacco coreano, fermo restando che chi ha un po’ di dimestichezza con questo genere di racconto per immagini non tarderà ad individuare soprattutto in prima classe tutta una serie di risoluzioni stilistiche prese di peso dalla carta per metterle su pellicola.

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Personalmente, avendo una notevole esperienza in campo distopico, ho trovato l’introduzione della pellicola e parte della risoluzione finale meno innovative di quanto mi sarei aspettata, soprattutto nei dialoghi tra Curtis/Gilliam e Curtis con l’ospite finale, privi dell’impronta originale che invece regna sul resto del film. Insomma, riecheggiava qua e là il già sentito. Si tratta comunque di trovare un pelo su un uovo dal guscio e dal contenuto perfetto, che riesce a non annoiare mai in una prima parte monocromatica e monotematica (toni del grigio, tutti svonci, tutti che voglio ribellarsi), prendendo lo slancio in prima classe per far esplodere la palette cromatica, le soluzioni scenografico-costumistiche e il messaggio finale di un racconto fortemente ancorato alla carne e alla sofferenza, ma capace di balzi allegorici che sfiorano il misticismo.
Il picco qualitativo però il film lo raggiunge nell’ultima parte, quando la miriade di indizi su come si è arrivati al precario equilibrio tra carrozze e classi viene riempita delle omissioni, rivelando i contorni più taglienti e disumani che una distopia del genere comporta. Per non tirare in ballo quando il gesto fisico e l’attitudine di alcuni personaggi rivelino un’orrenda verità sul sistema che mantiene in vita il treno, senza che mai nessuno senta il bisogno di spiegare alcunché oltre la dimensione visiva.

Sul cast invece non ho critiche da muovere. Il regista ha parlato della volontà di creare una sorta di Arca di Noè etnica, dove si mescolassero in maniera realista attori dalle fisionomie differenti. Senza contare la netta prevalenza di caucasici in prima classe, di certo non frutto di una coincidenza.
Ho inoltre apprezzato moltissimo il lavoro di imbarbarimento effettuato sui passeggeri di terza classe, così stravolti, sporchi e provati da risultare talvolta irrinoscibili, nonostante tra loro spicchino parecchi volti noti: John Hurt, Jamie Bell, Luke Pasqualino, Oscavia Spencer, Song Kang-o.
Chris Evans mi convince sempre di più di non essere a suo agio solo nella tutina di Captain America, perché qui affronta con convinzione il ruolo di un protagonista inizialmente molto canonico, dando una buona prova per tutto l’arco del film. Tilda Swinton è la scelta perfetta per il cattivo freak della situazione, capace di tenere testa al lato grottesco del ministro e a farne trasparire via via la contorta umanità.

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Lo vado a vedere?
Snowpiercer ve lo straconsiglio in quanto ottimo rappresentante di tutta una serie di categorie: stupendo film del filone coreano, riuscitissima distopia fantascientifica che già si candida ad essere tra le migliori dell’anno, prova di un cast con tanti volti noti alle prese con personaggi interessanti, tripudio visivo ipermoderno e allegorico. Se siete fan di una di queste categorie, sapete già quanto sia raro trovare un esempio così riuscito nei cinema italiani. Se non lo siete, immaginate quale possa essere la qualità generale di un film così entusiasmante sotto tanti aspetti.
Ci shippo qualcuno? Non esattamente, è più un lavoro certosino destinato a persone maliziose che quando sentono parlare di lunghe telefonate nel cuore della notte e quando vedono gli occhioni di Jamie Bell cominciano subito a pensar male.
Riflessione finale – L’esordio internazionale di Bong batte nettamente quello di Park (nonostante io “Stoker” l’abbia adorato, voglio ribadirlo). Sono convinta che il motivo risieda nella gestione della sceneggiatura: Bong ha scelto il soggetto e l’ha sviluppato e post-prodotto in Corea, andando all’estero giusto per girare a Praga. Park invece è stato costretto a scegliere una sceneggiatura finita nel limbo della Black List per ottimi motivi, senza poterci lavorare più di tanto e dovendosi appoggiare a uno staff tecnico del tutto inedito. I risultati parlano da soli.

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