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osa1Ammettiamolo: Roman Polanski ce l’ha fatta. Ha piantato “Carnage” come un formidabile bastone tra le ruote per chiunque tenti di adattare una pièce teatrale sul grande schermo, una pietra di paragone che presto o tardi salta sempre fuori nella mente dello spettatore.
Se poi non puoi fare a meno di andare a pescare proprio quel testo teatrale super PESO con il dramma familiare obbligatorio ad ogni svolta, non ci vuole che un trailer a tracciare la connessione e porsi l’inevitabile domanda: a chi è riuscito meglio il difficile salto dal palco alla cinepresa?
John Wells non supera Polanski ma sicuro il suo bel film lo porta a casa, impresa poi non proibitiva quando hai dalla tua parte il gota recitativo anglofono per ogni fascia d’età.

“August: Osage County” è una di quelle esperienze che rendono i grandi pranzi familiari un trauma, le festività un evento che provoca sudorazione e palpitazioni. Tracy Letts in fondo rende in maniera giusto più raffinata a livello psicologico e stilistico il classico pranzo a casa di parenti in cui arrivano tutti vestiti bene, armati di cibo e buone intenzioni e finisce con gran volare di stracci e il rinfacciarsi reciproco di pessime scelte di vita.
Questo canovaccio realistico è ulteriormente esasperato dai caratteri forti di Violet Westwon (Meryl Street) e delle sue tre figlie, accorse ad assisterla mentre si trova a fronteggiare la scomparsa del marito, malata di tumore e dipendente dai farmaci. Uniteci il terso cielo e lo squallore cinematograficamente poetico dell’Oklahoma e arriva il dramma in tre, due, uno…

John Wells non ci prova nemmeno a cambiare un approccio ormai rodato a scritture provenienti dal palco e vessate da una certa staticità, girando in esterna e lungo le desolate strade di campagna per lunghi dialoghi da abitacolo, rifugiandosi in un cast di razza anche per i ruoli più defilati. Un cast oculato, capace di rendere digeribili persino un paio di svolte che in un altro contesto non avrei esitato ad attribuire a Beautiful o Sentieri, perché ok i segreti oscuri che vengono a galla nella calura agostana, però quando è troppo è troppo.
Wells sceglie di ovviare all’ingente minutaggio all’interno dell’opprimente sala da pranzo di Violet alternandole la sconfinata distesa di nulla naturale e di cielo terso che il cinema americano non manca di farci associare allo spirito autentico fino ad essere brutale degli stati centrali americani, depositari del vero (?) animo americano. Palette cromatiche paracule e fotografia leccatissima; alla fine funziona, quindi è probabile che abbia ragione Wells.

Da segnalare anche la scelta sofferta di casting di prendere Julia Roberts per un ruolo apertamente sgradevole, quello di una donna provata da un rapporto soffocante e morboso con la madre, dura, genuinamente crudele e all’inizio di un cammino verso la vecchiaia di cui è costretta ad assistere alla fase terminale materna. La presentazione del suo personaggio è così priva di attenuanti e di mezze tinte (anche visive: complimenti alla Roberts che è priva di trucco o quasi) che ne esce meglio di Meryl Streep (meglio, ripeto), tenendole testa e risultando vincitrice non solo del cat fight d’antologia che il film ci regala. Non so quale oscure divinità bisogna ringraziare per poter formulare questa frase: il cat fight tra Meryl Streep e Julia Roberts. Il resto poteva essere anche il nulla, ma se questa è la premessa (e non sono io a farla così drammatica, c’era una locandina dedicata a questa scena!) uno al cinema ci va, punto.
Sul resto del cast è solo una questione di preferenze personali. Io ad esempio trovo che per quanto brava Meryl Streep sia stata un po’ consumata da ruoli eclatanti come questo, mentre la prova di Benedict Cumberbatch versione uomo sensibile e quella di Julianne Nicholson versione sorella un filo meno schizzata delle altre mi hanno scaldato il cuore.


Lo vado a vedere?
Nonostante sia sostanzialmente una buona pellicola e una galleria di gente al top della professione, ho come l’impressione che sia uno di quei film di cui perderemo memoria collettivamente a breve. Meno male che c’è il cat fight ad assicurare un momento d’eternità anche a questa pellicola. Insomma, a meno di non avere qualche obbligo verso uno dei nomi del cast, magari date la precedenza ad altro recupero da questa splendida annata, da noi concentratasi in due/tre mesi scarsi in sala.
Ci shippo qualcuno? Se sì, stavolta siamo sul fronte lesbo, vivaddio.

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