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tbtLa freddissima accoglienza riservata negli Stati Uniti all’adattamento cinematografico dell’amatissimo best seller di Markus Zusak era un segnale evidente che qualcosa fosse andato storto. Peccato, perché se c’era un libro sulla Shoah e sulla Germania nazista capace di arricchire il già affollatissimo filone cinematografico dedicato a questo momento storico era proprio quello di Zusak e per due motivi: l’ambientazione dentro la Germania nazista, tra la popolazione che o sostiene apertamente il Führer o finge di farlo per il quieto vivere e il particolarissimo narratore della storia, la Morte.
Purtroppo però nel passaggio tra schermo e film qualcosa non è andato per il verso giusto e pur sfruttando un cast azzeccato e un adattamento fedele alla fonte, il film funziona solo a metà, risultando l’ennesima pellicola sugli ebrei deportati votata gratuitamente al dramma senza qualcosa di davvero efficace da dire.

Vi ho già parlato del libro QUI.

Sono abbastanza convinta che, tutto sommato, a chi è estraneo agli avvenimenti del libro il film possa piacere moderatamente, perché non si può negare che la storia di Liesel, figlia di una comunista costretta a darla in adozione a una coppia perché perseguitata e incapace di garantirle il cibo e il vestiario per sopravvivere, sia stata messa in scena con cura e attenzione. A partire dal cast, che ho trovato particolarmente azzeccato e vicino alle descrizioni di Zusak, sia per quanto riguarda i giovanissimi (Liesel e il suo amico Rudy, immortalato con i capelli color limone che tanto ricorrono nel libro) sia per gli adulti. Oltre che ad essere grandi attori, gli interpreti di Hans e Rosa Hubermann sono l’evidente tentativo di conciliare facce note a personaggi dall’essenza molto specifica. Personalmente trovo che Geoffrey Rush sia stata la scelta perfetta per portare su schermo la dolcezza paterna e il candore giocoso di Hans (declinato fino alle sfumature del rimorso e dell’espiazione) mentre Emily Watson, pur essendo un’ottima attrice, è stata incasellata in un ruolo dalle richieste fisiche forse al di fuori della sua portata. Con i giovani interpreti si rischia sempre molto ma Sophie Nélisse è quasi sempre in parte, mentre Nico Liersch sembra davvero vivere la pellicola più che recitarla.

Anche il comparto tecnico è all’altezza di un film ambientato in un’epoca storica precisa, per di più in una piccola stradina caratterizzata dall’estrema povertà degli abitanti. Le scenografie sono incantevoli e pregne dello spirito del libro (Himmel street è perfetta!), così come i costumi di Anna B. Sheppard e il parrucco, un filo estetizzante ma comunque bellissimo a vedersi. La colonna sonora di John Williams si è persino guadagnata l’unica nomination all’Oscar di una pellicola che, se riuscita, avrebbe potuto correre in ben altre categorie.

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A ridimensionare di molto la portata del materiale originario è la sceneggiatura di Michael Petroni, corresponsabile di uno scempio cinematografico come “La Regina dei dannati”. Pur essendo parecchio fedele al libro (le vicende sono sostanzialmente identiche, eccezion fatta di qualche personaggio tagliato per motivi di tempo e di diverse sfumature date a comprimari ed eventi minori) finisce per appiattirlo, impoverendolo della sua originalità. Un esempio: nel libro l’intera vicenda è narrata dalla Morte, espediente che grazie ad anticipazioni e retroscena che solo lei può sapere dona suspance e ritmo al racconto. Nel film l’approccio viene mantenuto ma solo in apertura e chiusura, mortificando l’effetto e rendendo persino poco chiaro capire chi sia il narratore.
Altro problema è l’ingentilimento di alcuni avvenimenti cruciali nella vita di Liesel, che finisce per risultare più una brava bambina che l’impulsiva creatura selvaggia capace nel suo piccolo anche di gesti violenti e negativi. La perdita della natura selvaggia e sempre ambivalente della ragazzina, sostanzialmente buona ma comunque capace di ferire le persone, è un grave difetto. Il tutto ulteriormente appattito sulla dicotomia tedeschi buoni/nazisti cattivi, mentre uno dei valori aggiunti del libro era un ritratto sostanzialmente realistico della popolazione tedesca, divisa tra illusioni, sincero apprezzamento per Hitler e quieto vivere. Il film invece cerca continuamente di scindere il nazismo dal resto, quasi non fosse una componente quotidiana della vita dei protagonisti.
Tutti questi elementi rendono la pellicola più prevedibile e affettata, tanto che poi alla resa dei conti, le scene più piangerone della storia suscitano al massimo tristezza.

Ultima nota che mi ha davvero irritato: già per scelte interne il film decide di ridimensionare molto il personaggio di Max ed eliminare il suo libro, “L’uomo che sovrasta” (che avrebbe potuto essere reso facilmente con un segmento d’animazione, qualcosa di memorabile alla “Harry Potter e i doni della Morte”), ma ho trovato fastidiosa l’introduzione de “L’uomo invisibile” di H.G. Wells a fronte dei libri sconosciuti sì ma affascinanti citati nel libro. Ogni libro creato da Zusak, a partire dal suo titolo, aveva un specifico valore e significato nel momento della narrazione in cui veniva introdotto. Sebbene i libri di Wells figurino davvero tra quelli banditi e bruciati nella Germania nazista per via delle forti critiche espresse dall’autore contro il nazismo (Goebbels was not amused), l’ho trovato un cambiamento non necessario e forzoso.

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Lo vado a vedere?
Se la storia vi affascina e siete refrattari alla lettura potrebbe anche piacervi, però sarebbe un vero peccato conoscere Liesel in una versione ammorbidita e convenzionale quando l’originale è una lettura così agevole, con un’ottima edizione italiana. Tuttavia ho il sentore che il pubblico di una certa età amante dei film più tradizionali con protagonisti ragazzini (qualcosa sul genere Piccolo Lord / La piccola principessa) potrebbe adorarlo.
Ci shippo qualcuno? No.

 

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