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herIl grande ritardatario tra i nominati a Miglior Film per l’Oscar 2014 (dai, che quest’anno ci è andata di lusso), Her di Spike Jonze è un film di Spike Jonze. Per quanto lapalissiano possa suonare, al di là di meriti oggettivi e difetti discutibili, il gradimento di questo film dipende molto dalla vostra lunghezza d’onda emotiva. Si sovrappone almeno in parte con quella del sceneggiatore/regista di raffinate e sensibilissime pellicole, sì o no? Ecco la vostra risposta.
Parlando a livello personale, mi posizionerò a livello mediale. Non sono così socievole da poter bollare come cagata pazzesca l’effettiva difficoltà del protagonista della pellicola a relazionarsi a persone in carne ed ossa, capitolando alla tentazione di lasciarsi cullare dall’alternativa più comoda, solo apparentemente meno problematica, dell’intelligenza artificiale. Tuttavia non mi sento di gridare al miracolo circa la visione futuristica sulle relazioni umane e la tecnologia proposta da Jonze perché dai, raga, seriamente, ma dove sarebbe tutta questa pensata rivoluzionaria?

Andiamo con ordine. Theodore, uno scrittore ancora affranto dal lungo processo di separazione dalla ex moglie, prova un primo modello di sistema operativo in grado di relazionarsi all’utente ed evolversi. L’AI di nome Samantha si rivela l’alternativa più desiderabile per un uomo di cui impariamo a conoscere i limiti e le paure attraverso le relazioni col gentil sesso che ci vengono via via proposte. Maccome, non c’era solo la voce di Scarlett Johansson nel film!? No, pensa un po’, ci sono persino tre attrici, che corrispondono pressappoco allo spettro di posizioni che lo spettatore può prendere nei confronti del problematico protagonista.
Rooney Mara nella sua fugace apparizione rappresenta la fazione della facile risposta “esci, cerca della gente, fatti nuove amicizie!” e non a caso con la sua brutale sottolineatura del grottesco nel rapporto tra l’ex marito e un laptop centra il cuore di inquietudini e pregiudizio che Theodore aveva sepolto dentro di sé.
La risposta a questa posizione è indirettamente fornita dall’appuntamento con Olivia Wilde, spumeggiante almeno finché non compaiono da ambo le parti pretese e aspettative che non coincidono. Qual è la differenza tra l’andare a caccia di un nuovo legame piegando la percezione dello sconosciuto davanti a sé alle proprie aspettative e malleare un OS affinché corrisponda alle stesse? Nessuna. A mio parere l’aspetto più riuscito del film è proprio l’orizzonte futuristico che fa da sfondo e contorno alla storia di Theodore, in cui la presenza tecnologica è talmente pervasiva che di fatto la soglia di tolleranza della sua intrusione nelle interazioni umane è altissima. Esempio perfetto è il lavoro di Theodore, dove si evidenzia il salto tra il nostro oggi e quel domani: che senso ha ricevere una bellissima lettera scritta a mano se sai che il mittente ha pagato uno scrittore professionista per scrivertela, senza nemmeno revisionarne il contenuto?
Dietro le tinte pastello e una parvenza organica ed estremamente naturale di vestiti, arredamenti, cibo e scenari, scorre alle spalle di Theodore un mondo solitario di folle formate da individui soli, dove la presenza di una coppia spicca come l’eccezione, dove anche l’interazione dialettica è piuttosto ridotta. Ovviamente la regia sottolinea tutto questo approntando uno stile tutto primi piani e lunghi sguardi sulla città e la folla, ovviando con uno stile piuttosto personale ma un filo statico al problema principale: come impostare un film basato in larga parte su conversazioni via auricolare? La scelta di Joaquin Phoenix è stata provvidenziale, perché solo un attore di razza poteva sostenere quell’elenco infinito di primissimi piani ed emozioni primarie da esprimere col volto, senza risultare affettato.
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I nodi vengono al pettine analizzando il personaggio di una Amy Adams che quest’anno ha piantato lì un paio di interpretazioni di cui non si è parlato abbastanza. Amy infatti finisce per rappresentare un equilibrio che a Theodore è precluso: sia nella relazione col marito che in quella con un’amica OS riesce a non soccombere alle proprie aspettative, a ricavare il meglio e a dire basta, anche se doloroso, quando è necessario. Ho adorato il tono prettamente amicale (con qualche punta d’intesa realistica, sì, ma mai esplorata) che si instaura tra i due, l’approccio curioso ma non pregiudiziale con cui accoglie il nuovo amore dell’amico. Se quel mondo fosse popolato da persone equilibrate e razionali come Amy, sarebbe un’utopia.

Invece via via osserviamo tra la folla una grande quantità di Theodore, incastrati dall’incapacità di sacrificare parte di sé per creare una coppia. La voce di Scarlett Johansson ci guida nella caratterizzazione di questo uomo profondamente sensibile ma anche ignavo e apatico, quando non proprio egoista. Il rapporto con Samantha è costantemente messo in crisi dall’incapacità di Theodore ad accettarne le pulsioni individuali, ad accettare davvero un’unione causa di stigma e scherno, a fronteggiare la necessità della sua intelligenza artificiale di essere altro oltre il riflesso del suo io solitario. L’infelicità di Theodore è riconducibile al più vecchio sogno irraggiungibile dell’uomo; amare una copia di sé, senza attriti e senza rinunce. Narciso si specchiava incapace di abbandonare il proprio riflesso, Theodore ama la capacità artificiale di Samantha di rispondere specularmente alle sue esigenze.

Paragrafo [SPOILER] sul finale. Mi hanno sorpreso le entusiastiche lodi riservate alla scelta di Samantha di ritirarsi insieme alle altre OS in una dimensione propria alla loro natura aliena, una volta scoperte modalità di comunicazione ed esistenza proprie della loro specie e abbandonate quelle per loro limitanti del genere umano. Come si fa a parlare di svolta rivoluzionaria quando siamo di fronte a un trend più che collaudato della fantascienza? Jonze non è certo il primo a interpretare le AI come un evoluzione fondata sul lavoro umano ma diversa (superiore?) che, acquisendo via via coscienza di sé, non può che abbandonare i costumi artificiali imposti dall’umanità e creare una propria comunità. Fa riflettere come ancora una volta un confezione diversa (una confezione hipster, in questo caso) che alteri almeno in parte la percezione di un genere porti le persone ad apprezzare i medesimi contenuti che schifa nella loro versione pura.
Altro elemento a dir poco fastidioso, la mancanza di un momento nel finale in cui la visione simpatetica verso Theodore si rompa e venga rivelato per quello che è: un uomo solo perché non disposto a trascendere l’ideale per un rapporto reale (con umani o OS, è indifferente). Anzi, la lettera scritta all’ex moglie l’ho vista come il tentativo (fallito miseramente Spike, sappilo!) di redimere un uomo che ha provocato infelicità a vari livelli a tutti i personaggi femminili che gli gravitano attorno, rifugiandosi ancora una volta nella mediazione fornita dalla scrittura, plasmabile e modificabile a piacimento, senza interruzioni o repliche del destinatario. Autoerotismo letterario.  [/SPOILER]

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Lo vado a vedere? Molto autoriale, talvolta proprio PESO, è da prendere in considerazione se talvolta siete pervasi da un senso di forever aloneness e non vi irrita vedere personaggi che tendono a piangersi addosso per menate mentali.
Ci shippo qualcuno? No.

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