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diveAhhh, gli Oscar! Anche chi non è ossessionato dal premio cinematografico più famoso e seguito al mondo (checché ne dica Kechiche) come la sottoscritta si sarà accorto come negli ultimi anni sia diventato estremamente rilevante il contenitore, oltre al contenuto. Non si tira l’alba solo per sapere chi ha vinto ma anche chi indossa chi, chi ha detto cosa, chi è arrivato accompagnato con chi altro e, ovviamente, l’inquadratura in primo piano di Leonardo DiCaprio mentre perde per l’ennesima volta.
Il divismo cinematografico nasce con Hollywood, certo, ma si alimenta e si rinfranca in quella notte magica in cui un vestito o un acceptance speech può rendere un’attrice famosa una diva, l’oggetto del desiderio e della curiosità dello spettatore da casa, un’icona indimenticabile.
La mostra che ha aperto i battenti in questi giorni alla Mole Antonelliana celebra proprio il divismo declinato al femminile, raccontando le donne, le attrici, le stelle che in 86 anni di premiazioni hanno stretto la statuetta dorata come migliore attrice, da Janet Gaynor a Cate Blanchett.

BEST ACTRESS. Dive da Oscar con i suoi 370 oggetti riconducibili alle 72 vincitrici e ai film che le hanno portate alla vittoria sintetizza due aspetti solitamente poco conciliabili del mondo dello spettacolo: il divismo e il lato umano delle sue stelle. L’esposizione omaggia ciascuna delle 72 vincitrici unendo memorabilia iconici come i costumi di scena, gli inviti alla cerimonia di premiazione, i manifesti, i copioni e i ciak autografati, al materiale fotografico che testimonia i dietro le quinte del momento chiave di ogni premiazione, i volti pieni di tensione della vincitrice che ancora non sa di esserlo e gli after party con la gioia dipinta sul volto.

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L’idea su cui si basa questa mostra, in anteprima mondiale a Torino, è di Stephen Tapert, curatore dell’enorme massa di materiale da cui nascerà il futuro museo del cinema a cura dell’Academy (data di apertura prevista: 2017, andiamo a fare i biglietti aerei). Scorrendo il materiale, Tapert si è subito accorto di un contrasto marcato: molti dei ruoli vincitori nella categoria “miglior attrice” erano storie di emarginazione e discriminazione sulla base del sesso. Hollywood da una parte premia film che denunciano queste discriminazioni, dall’altra le attua nelle retribuzioni e nella divisione del potere al suo interno, con attrici meno pagate, meno influenti e soprattutto ingaggiate quasi esclusivamente su base anagrafica. Appassionatosi all’argomento, Tapert ne ha ricavato una vera e propria enciclopedia che raccoglie un catalogo di donne (una futura first lady americana, una principessa, un membro del Parlamento inglese, una fondatrice dell’Academy stessa!), unite da quel momento immortale in cui hanno stretto una copia dell’onorificenza più antica conferita su base annuale a una donna per merito professionale. “Best Actress. Dizionario delle dive da Oscar” è il compendio di questa ricerca sociologica e iconografica e la genesi della mostra torinese, sua incarnazione fisica.

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Oltre a Tapert e ai curatori storici del museo torinese, hanno avuto una parte essenziale al successo dell’impresa collezionisti privati e stilisti. Aneddoti succosi uditi in conferenza stampa di cui possiamo spettegolare:

  1. Le curatrici sono andate in visibilio quando hanno visto vincere Cate Blanchett, ultima vincitrice e parte dell’esposizione più problematica dati i tempi ristretti. “Ha vinto Armani!” ha esclamato una di loro e lo stilista ha fatto avere nel giro di pochi giorni il bozzetto per l’abito che indossava l’attrice, in mostra assieme a quelli di “Via col Vento” (nella foto qui sopra), alcuni forniti dalla Hepburn Foundation e altri bozzetti legati alle premiazioni più recenti.
  2. Tamara Sillo, agguerrita collezionista di oggetti legati all’attrice Meryl Streep, ha fornito il copione di “The Iron Lady” con le evidenziature e le note appuntate dalla stessa. Salvatore Ferragamo invece ha messo a disposizione i costumi realizzati per la pellicola, dato che la vera Lady di Ferro indossava i suoi completi.
  3. Sempre grazie ai curatori del materiale legato a Audrey Hepburn è visibile uno dei contratti che l’Academy invia a tutti in vincitori, stabilendo i limiti del possesso della statuetta, che rimane dell’Academy e dovrebbe essere restituita dopo la morte dell’interessato, in teoria.
  4. Ricordate l’invito alla cerimonia la cui prima riga recitava “Dear Michael”, fotografato e twittato da Fassbender? Ecco, alla mostra potrete vederne da vicino più d’uno.
  5. Jodie Foster ha frugato nell’armadio per ritrovare il suo Armani bianco per arricchire l’esposizione.

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Purtroppo la presentazione anticipata non prevedeva la visita all’intero allestimento (ancora non ultimato) ma nell’Aula del Tempio era già visibile la parte più golosa, almeno se amate gli allestimenti alla V&A Museum, seppur in forma ridottissima. Oltre ai bozzetti e al poster infografica con tutti gli abiti indossati dalle vincitrici (voglio un segnalibro dedicato!), in una vetrina ci sono tre dei suddetti abiti da cerimonia. Oltre al già citato Armani della Foster, c’è forse uno degli abiti più celebri, il vestito nero di Valentino con inserti bianchi verticali a tradimento (almeno per chi non ha una linea assolutamente perfetta) in una sorta di strascico semitrasparente di Julia Roberts, tra i più amati degli ultimi anni. Sicuramente tanto iconico che un glam-Oscarofilo lo riconoscerà ad una prima occhiata, con una punta di emozione. Se poi siete amanti del trash storico, non potrete non giorire di fronte alle trasparenze imperanti nel celebre abito nero di Cher, una creazione Bob Mackie che non stonerebbe a uno spettacolo di burlesque, tanto da mantiene il primato della mise più kitsch imperiale da quel lontano 1988.

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A voi del glamour non ve ne frega niente, volete la ciccia cinematografica? Bene, parliamo un po’ dei costumi in esposizione. A dire il vero non sono che una manciata, però già procurarsi i vestiti di scena di Nicole Kidman, Emma Thompson, Marion Cotillard (il vestito nero di Edith Piaf!) e Meryl Streep non deve essere stato una passeggiata, senza contare il ciak firmato dalle protagoniste di “The Hours”, a suo tempo osannatissima pellicola. Anche vedere il primo Oscar mai assegnato a un’attrice, quello di Janet Gaynor (l’oscar più anziano della categoria!) non deve essere malaccio. Forse l’esposizione non compete con le faraoniche raccolte talvolta allestite nei Paesi anglofoni (Paesi in cui però è anche più facile reperire materiale di prima mano), ma sicuramente risalendo la rampa in cui si snodano i memorabilia legati a ciascuna vincitrice è possibile comprendere visivamente come cinema americano e Oscar siano organismi simbiontici, alimentatisi nel corso degli anni uno della fama dell’altro fino a rendere la notte delle stelle un evento la cui importanza va ben oltre i limiti del mondo cinematografico, fino a diventare un appuntamento i cui contenuti hanno un impatto a livello globale.

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Vi dirò: il biglietto d’ingresso per la sola mostra temporanea costa 6 euro, 12 se ne approfittate per fare un giro all’intero museo nazionale del cinema e salite sulla cupola panoramica della Mole. Contando che la mostra sarà visitabile fino a fine agosto e tra poche settimane aprirà sempre a Torino una mostra con 70 capolavori dei preraffaelliti in prestito dalla Tate Gallery (Cosa c’entra? Ophelia, your argument is invalid), se non siete troppo distanti e l’argomento vi interessa io un giretto lo prenderei in considerazione.
Se invece voi siete nudi e puri e volete una mostra di Cinema, mica baggianate di moda, conviene che aspettiate fine anno, quando arriverà un allestimento dedicato a Sergio Leone, in occasione dell’anniversario dell’uscita al cinema di “Per un pugno di dollari”. Just saying.

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